Decanter, vol 44, n.  8, May 2019, £ 5.50

Decanter May 2019 Un anno dopo, ritorna l’”intriguing Italy”, nel numero speciale che Decanter dedica ai vini della penisola. In copertina è raffigurata  una cassetta di bottiglie di Brunello, con accanto i sottotitoli che specificano i temi principali: le alternative al Barolo, Amarone premium, Chianti classico 2010, i bianchi gastronomici d’Italia,  Brunello e, infine, i soli due “intrusi” (i migliori Merlot del mondo al di sotto delle 50 sterline e i vini del Rodano settentrionale dell’annata 2017). Cominciamo (anche se è quello dedicato ai Merlot a precedere), dal servizio dedicato al Brunello, “the Tuscan treasure”.

E’ Andrew Jefford a parlarne, soffermandosi, dopo aver descritto la sua felicissima posizione geografica, sulla zonazione del Brunello e, naturalmente, sul consueto confronto tra tradizione e innovazione. Quali i migliori scelti da Jefford? Ben sei le cuvées del 2013 ai vertici, con la riserva 2011 di Biondi-Santi unica eccezione. Quelle prescelte sono comunque tutte annate recenti o recentissime, ad esclusione  della sola  riserva Poggio all’Oro 2001 di Col d’Orcia. Nell’articolo che segue, per la serie “Profilo di un produttore”, Richard Baudains delinea quello di Donnafugata, la ben nota azienda leader siciliana, di proprietà della famiglia Rallo: più di 400 ettari a disposizione, in 22 tenute diverse, distribuite tra aree differenti della Sicilia, la più  grande delle quali a Contessa Entellina, e la più piccola, con i suoi 18 ettari, sull’Etna, tra Randazzo e Passopisciaro. Tocca a  Fiona Beckett   affrontare il tema dei bianchi più gastronomici d’Italia, che si sposano alla perfezione con la ricca cucina della penisola. I nomi che vi si incontrano sono solo in parte quelli che ci attenderemmo. Francamente siamo restati abbastanza sorpresi di quelli (tre) scelti per il Sud Italia: un Cirò bianco, un insolito uvaggio Greco-Fiano del Vulture e un Greco di Tufo di un’azienda selezionatrice del Trentino (sic!).  Eccoci alle “alternative al Barolo”. Con questa espressione Decanter sembra intendere dei vini  di regioni diverse , anche se principalmente di varie aree piemontesi, a base di nebbiolo, altrettanto buoni del Barolo ma assai meno costosi. Ci sono Barbaresco, Gattinara, Bramaterra, Langhe Nebbiolo (tanto), Roero, Valtellina.Lasciamo ai lettori scoprire quali. Nell’ultimo servizio dedicato al vino italiano Michaela Morris va alla scoperta del Bardolino, un vino dal lignaggio molto meno importante di quello dei rossi piemontesi, ma molto popolare presso i turisti della zona del Garda e in grande ascesa qualitativa.I temi sui quali la giornalista si sofferma  più a lungo sono le nuove sotto-zone e la rinascita del Bardolino rosé. Tuttavia non é ancora finita, perché , in questo numero, dell’Italia si parla anche nei due Panel Tasting del mese, dedicati rispettivamente all’annata 2010 del Chianti classico, e agli Amarone premium (ossia più importanti e costosi). Poi ci sono i bianchi siciliani da varietà native, oggetto dell’Expert’s Choice , la Travel Guide (Montecucco), la Milano vista da Sarah Lane, e,infine, la Wine Legend, lo Sfursat 5 Stelle di Nono Negri del 2001. Ma procediamo con ordine. Chianti classico: quella del 2010 é stata un’annata che, dopo un difficile debutto, ha dato alla fine dei vini classici.Due sono stati i fattori-chiave secondo Monty Waldin, che sintetizza le impressioni dei degustatori:una  primavera climaticamente difficile, che ha ridotto in partenza il raccolto e favorito la concentrazione degli aromi , e una lenta maturazione autunnale, caratterizzata da giornate miti e notti fresche. Negli ultimi anni, secondo Decanter, i risultati più brillanti sono stati quelli dell’annata 2016, nella quale, grazie a un’estate molto calda, seguita da opportune piogge autunnali, sono stati  prodotti dei vini vellutati, ottimi da bere presto e adatti a una buona conservazione. La 2017 , sia pure di volume ridotto (-35% per le gelate), ha dato vini inusualmente  densi in cerca di equilibrio, mentre dalla torrida estate del 2015 sono venuti vini muscolari, tra i quali ad alcuni giustamente maturi con tannini ben integrati se ne alternano altri piuttosto arrostiti. La degustazione non ha messo in evidenza nessun vino eccezionale (sopra i 97 punti), ma sette di essi sono risultati oustanding (95-97/100) e una trentina quelli “altamente raccomandabili” (oltre 90 punti).Nessun vino é stato giudicato Fair o Faulty.Il punteggio più alto (96/100) é  stato assegnato alla Riserva di Villa Calcinaia, poi, un punto al di sotto, sono le riserve di Castell’inVilla, Castello di Gabbiano, Lilliano, Cortevecchia del Principe Corsini e Bandini di Villa Pomona, e un solo Gran Selezione, la Millennio del Castello di Cacchiano. Nella rassegna degli Amarone Premium sono compresi vini delle ultime annate, con alcune bottiglie più vecchie, che risalgono  fino al 2006. A occupare le posizioni di testa  (nessun vino “eccezionale” e solo tre outstanding)  sono tre vini di annate molto diverse (2009, 2012 e 2015), così come , tra quelli “altamente raccomandabili” sono principalmente distribuiti tra la 2012, 2013 e 2015, con alcune bottiglie pià vecchie. Al vertice, con 96/100, sono l’Amarone di Romano Deal Forno 2012 e l’Amarone Classico Riserva Camporal di Corte San Benedetto del 2009.Dopo la parentesi del 2014 (vini da bere giovani, spesso gradevoli ma non “grandi”), l’annata 2015  ha dato vini robusti, maturi e molto ricchi, che hanno bisogno di assestarsi. Oggi i vini “pronti” da bere, anche se potrebbero essere ancora conservati per qualche anno ancora, sono 2011 e 2012 (i 2010  appaiono  invece già perfettamente maturi), mentre andrebbero un poco aspettati i vini del 2013, nel quale un’estate più fresca della media e un autunno mite e soleggiato hanno permesso una eccellente maturazione aromatica in graduale affinamento. Tocca a Carla Capalbo effettuare la scelta dei migliori bianchi siciliani da varietà native. Catarratto (60% delle uve bianche isolane, carricante, grillo, inzolia, grecanico, malvasia, zibibbo... Sono almeno una dozzina le varietà autoctone. Quella del vino siciliano negli ultimi anni é stata una vera e propria rivoluzione positiva, favorita da alcuni pionieri, come Marco De Bortoli, che oltre a riportare in alto la fama del Marsala, ha intuito la possibilità di vinificare in versione secca lo zibibbo e il grillo. Qual é la selezione fatta dalla Capalbo? Tra le 18 bottiglie presentate sulle pagine di Decanter la maggior parte (la metà) é rappresentata da Etna bianchi, a base di uve carricante . L’altra metà é distribuita tra Marsala, Malvasia di Lipari, Grillo e Inzolia, senza dimenticare lo zibibbo in versione secca. Il punteggio più alto (98/100) é stato raggiunto dal Vecchio Samperi di De Bortoli, seguito dalla Cuvée delle Vigne Niche, Etna bianco di Calderara Sottana della Tenuta delle Terre Nere 2017. Siamo giunti agli itinerari di viaggio. Uve internazionali più alcune varietà autoctone (tra cui ciliegiolo e vermentino) sono alla base dei vini della  zona del Montecucco. Ciò che può sorprendere (e  piacere) é che essa, pur vicinissima a Montalcino e non distante da Montepulciano, sia relativamente poco frequentata dagli enoturisti. Eppure, a quanto riferisce Emily O’Hare, l’ospitalità é ottima.  Il più breve itinerario successivo é dedicato a Milano, di cui Sarah Lane riporta i suoi indirizzi favoriti per mangiare, bere, assaggiare.  Infine Decanter ha scelto come vino-leggenda di questo numero un Valtellina superiore, lo Sfursat 5 stelle di Nino Negri del 2001.  L’annata iniziò con un inverno nevoso, seguito da una primavera mite e piovosa, e infine da un’estate secca e molto calda, con un settembre ancora secco, ma con notti fresche: condizioni climatiche favorevoli che hanno permesso di vendemmiare senza patemi d’animo il 6 ottobre.

Avendo concluso l’ampia sezione italiana, occupiamoci dei due articoli “stranieri” annunciati in copertina. Innanzitutto i Merlot al di sotto delle 50 sterline, che apre il numero. Questa varietà, la seconda più coltivata del mondo dopo il cabernet sauvignon, con i suoi 266.000 ettari, é naturalmente cosmopolita. Generosa e adattabile , ha mostrato di dare frutti molto positivi nei siti più vari. Naturalmente in Francia, nella sua zona d’elezione, il bordolese. Non stupisca  che un terzo delle bottiglie selezionate da Jefford (e sei tra le prime dieci) provengano da questa regione, ma può forse sorprendere i lettori che si attendevano probabilmente una girandola di vini australiani-sudafricani-cileni, l’ottima performance della Svizzera, e in particolare del Ticino (tre vini tra i dieci migliori, ed altri tre  nell’elenco dei trenta selezionati). L’Italia fa la sua figura, con tre presenze toscane, tra cui il terzo posto con il Desiderio 2015 di Avignonesi (92/100).  Una sorpresa é che, in cima alla graduatoria, non  ci sia un Pomerol o un St.-Émilion, ma un più umile Francs Côtes de Bordeaux (Château Marsau 2015), da meno di 20 sterline. Chiude il numero l’ampio Vintage Report dedicato al Rodano settentrionale di Matt Walls. Il bersaglio é l’annata 2017, valutata quattro bottiglie (o stelle, scegliete voi) su cinque, come la 2012 e la 2016. Solo la 2010 e la 2015 (5 bottiglie) e in parte la 2009 (4 bottiglie e mezza)  hanno fatto meglio negli ultimi dieci anni.In coda la 2008, il millesimo meno felice. Meglio i rossi: vini concentrati e di grande durata, maturi ma non marmellatosi, di qualità generalmente molto alta. Più variabili i bianchi: a parte alcuni risultati top, si tratta di vini molto poco omogenei,  frequentemente mancanti di profondità e precisione. Le zone di vertice sono state naturalmente la Côte-Rotie ed Hermitage (spiccano i 99 punti dei Côte Brune di Jamet  e di René Rostaing tra i primi, e i 98 di Jean-Louis Chave, di Le Gréal di Marc Sorrel  e Le Méal di Chapoutier tra i secondi) , poi St.-Joseph e la più ampia e variabile Crozes-Hermitage. Tra i bianchi solo  buoni i risultati di Condrieu e il solito trionfo dell’Hermitage blanc L’Ermite di Chapoutier. Che cosa resta ancora? Come sempre le numerose rubriche, le pagine di Spurrier, il market watch (salgono le quotazioni dei Cabernet della Napa Valley), i week-day wines scelti da Tina Gellie, e naturalmente le pagine dei columnist. E’ interessante quella di Andrew Jefford, che rileva come la grande maggioranza dei produttori di vino si basi su un gruppo ristretto di varietà consolidate da lungo tempo. Questa scelta ha indubbiamente prodotto ottimi risultati, ma é davvero quella migliore e più lungimirante? A questo proposito cita l’esempio di un appassionato giardiniere del suo paese, in Inghilterra, ormai ultra-novantenne, che nella sua vita  ha creato, attraverso opportune ibridazioni, oltre 240 nuovi tipi di rose. Certo non si tratta di un confronto facile, dato che la rosa rappresenta un fine in sé: conta solo per la sua bellezza e il suo profumo. Una vigna, invece, é un mezzo, ossia uno strumento attraverso il quale il viticultore cerca di raggiungere il miglior risultato possibile rispetto al potenziale proprio del  luogo nel quale é situata la sua vigna. Qui si pone un dilemma. Gli appassionati hanno imparato ad apprezzare una data varietà e l’aroma dei vini che si producono a partire da essa, e diffidano delle ibridazioni, anche se queste potrebbero rafforzare le difese delle viti dagli attacchi fungini e resistere meglio ai cambiamenti climatici. Eppure quella di ibridare le uve con varietà più resistenti potrebbe essere una scelta necessaria, soprattutto per i vitivinicultori biologici, visti anche i nuovi orientamenti comunitari che impongono una graduale riduzione del rame.I consumatori sono spesso conservatori e le legislazioni dei vari pesi non sono ancora pronte ad accettare dei mutamenti in proposito, ma i  coltivatori più previdenti hanno comunque cominciato a fare sperimentazioni volte a cercare  le forme più resistenti : nella Champagne già si lavora da quasi dieci anni sullo chardonnay, sul pinot noir e il pinot meunier. Del resto chi può alla fine dire davvero quale sia la varietà in grado di dare il miglior vino in un dato luogo?  La pagina di Jane Anson, l’esperta di Bordeaux di Decanter, tocca un altro problema molto attuale, quello dei numerosi cambiamenti di nome che hanno riguardato proprietà storiche di Bordeaux a seguito degli acquisti (ormai ben oltre il centinaio) effettuati da compratori cinesi, che hanno  voluto  rendere le denominazioni delle loro tenute più coerenti con la propria cultura. E allora ecco apparire Château Lapin Impérial al posto di Château Larteau ad Arveyres, Château Lapin d’Or invece di Tour St.-Pierre a St.-Émilion, Antilope Tibétaine l’ex Château Sénilhac a St.-Seurin-de-Cadourne, Grande Antilope per Clos Bel Air a Pomerol. Naturalmente non si tratta di  un fatto del tutto nuovo, anche se i cambiamenti di nome, nel passato erano avvenuti in un arco di tempo assai più ampio.  Anche allora i  nuovi proprietari non avevano voluto rinunciare all’opportunità di mettere in evidenza il proprio nome (un esempio? Léoville-Barton, a St. Julien o Palmer a Margaux). Così Château Canon (St.-Émilion) si chiamava un tempo Clos de St.-Martin, ma prese il nome dal suo proprietario, Jacques Kanon nel 1853. Neppure i nomi di animali rappresentano una novità assoluta. Cheval Blanc, nato da una costola dello Château Figeac ne é l’esempio più famoso. Ma tutto questo affollamento di cambiamenti e tutti questi animali esotici introdotti dai nuovi ricchi proprietari stranieri ha dato fastidio e suscitato preoccupazioni, tanto da spingere un famoso scrittore, Philippe Sollers, figura chiave delle proteste del 1968, oggi ultraottantenne, a scrivere una lettera indignata al supersindaco di Bordeaux, Alain Juppé, per esprimere la sua costernazione e chiedere di riattribuire  nomi fissati da secoli, con cui da sempre gli appassionati hanno riconosciuto e chiamato i loro vini preferiti. Gli scritti di Sollers sono stati recentemente ripresi dal movimento dei gilet gialli, e la sua provocazione é stata assimilata dalla protesta contro i ricchi immigrati “amici di Macron” . Così Bordeaux, come Parigi é stata sede , nei fine settimana degli ultimi tre mesi, di manifestazioni simili a quelle che hanno investito Parigi, e qualche settimana fa, aggiunge la Anson, persino la Fédération des Grands Vins de Bordeaux ha inviato una mail a diversi châteaux  che le proprietà vinicole di acquirenti ricchi del big business sono ormai diventate un bersaglio.Che tempi!