La Revue du Vin de France, no.633 ,Juillet- Aout 2019, € 7.20 in Francia, € 7.60 in Italia

RVF 633Al centro della copertina è un insolito rosé da vigne vecchie di Tibouren del Clos Cibonne, ad annunciare la degustazione di rosé d’autore da bere tutto l’anno. Poi, nel consueto affastellamento di titoli, sono segnalate le altre due degustazioni sistematiche di questo numero, dedicate rispettivamente ai vini della Corsica e alla “rivoluzione” dei vini dell’Aveyron. Si tratta del numero d’estate, e uno dei servizi annunciati con maggiore risalto riguarda i migliori indirizzi per le vacanze. Ancora: Champagnes blanc de blancs a meno di 25 euro e il reportage sulle confréries viticoles.

Naturalmente c’è molto altro, pur se non annunciato in copertina. Tra gli altri articoli : un’ampia intervista a Frédéric Mugnier , icona della Côte de Nuits, il profilo dello Château Talbot, quatrième cru classé di Saint-Julien, il terroir di Zinkoepflé, grand cru alsaziano principalmente votato al gewürztraminer, il confronto tra Gramona e Recaredo, storiche case di spumanti nel Penedès.

Cominciamo dalle grandi degustazioni sistematiche, questa volta centrate tutte su vini ed appellations considerati per lo più minori. La prima, finalmente dedicata ai vini dell’”île de la beauté”, come è chiamata la Corsica: una regione che ha davvero rivoluzionato il suo vigneto negli ultimi trent’anni. Dopo aver ridotto drasticamente le superfici vitate nelle zone più produttivistiche della costa orientale, ha gradualmente riscoperto, accanto ai consueti grenache, syrah, carignan e cinsault, i vitigni del sud che l’avevano colonizzata, le sue varietà autoctone, dal vermentinu al niellucciu e allo sciaccarellu, introdotte nell’AOC Patrimonio, e tutte le altre, finora praticamente sconosciute, come il bianco gentile,il genovese, il codivarta, il barbarossa en blanc, il carcaghjolu neru , il ministellu e le tante altre che fanno di questo territorio uno dei più ricchi del Mediterraneo. E’ quello che i vignerons corsi chiamano riacquistu, la riscoperta delle loro antiche radici e della loro identità . I risultati sono sorprendenti, e i vini corsi, da vini semplici da bere durante l’estate, offrono oggi molte possibilità interessanti da assaggiare e scoprire. Ben quattro vini, tre rossi e un bianco, tra i quali il Figari Alta Rocca del Clos Canarelli, hanno raggiunto i 18/20 della RVF (ma anche prezzi tra i 40 e i 75 euro la bottiglia), e altri otto i 17.5/20, punteggi di tutto rispetto.Gli assaggi sono distribuiti in cinque zone diverse: la prima , quella di Balagne e Ponte Leccia, che va da Calvi alla valle dell’Asco; Patrimonio, prima AOC dell’isola, dove si esalta il niellucciu , forse autoctono e forse no, essendo geneticamente molto simile al sangiovese; la costa orientale, dal massiccio scistoso del Capo, a nord, fino a Solenzara, verso Bastia, terra di conquista per i nuovi Domaines; infine il sud, da Sartène a Bonifacio e l’appellation Ajaccio, impero dello sciaccarellu. Il numero d’estate della RVF non poteva trascurare i vini rosé: negletti durante l’anno vengono sistematicamente riscoperti d’estate, stagione nella quale regnano pressoché incontrastati in Francia. Il servizio di questo numero non è però diretto alle star degli stabilimenti balneari, ma a vini autentici, in grado di durare tutto l’anno e oltre e di abbinarsi ai piatti e non solo all’aperitivo. E di fatti la degustazione è organizzata in base agli abbinamenti: i rosé per gli antipasti, quelli per la pietanza, quella che in Francia chiamano plat,e perfino quelli adatti al fine pasto. Languedoc, Provenza , con le sue varie appellations, da Bandol alle Côtes de Provence e Palette, Sud del Rodano (Tavel) e ancora Corsica sono le protagoniste. E ci sono anche rosé capaci di invecchiare, come mostrano il Domaine de Terrebrune a Bandol o il Domaine Crémade a Palette, che vendono anche vecchi millesimi per mostrare il potenziale di garde dei loro rosé. Diciassette /20 per tre vini: il Lou Maset 2018 del Domaine d’Aupilhac (Languedoc), il Palette rosé di Château Simone 2018 e il Petra IGP Alpilles 2017 del Domaine Hauvette, ma attenzione ai 16.5/20 del Bandol del Domaine de Terrebrune del 2014. C’è anche un tocco di Borgogna con gli insoliti Marsannay rosé di Sylvain Pataille: da provare il suo Fleur de Pinot del 2017 (16/20).                

Eccoci dunque all’Aveyron. Finora famosa più per Victor, il fanciullo selvaggio, e i suoi formaggi (roquefort , blu de Causses, laguiole), questa regione del Sud-Ovest della Francia ha una viticultura dalla forte identità. Regione agricola e dedita all’allevamento del bestiame, l’Aveyron non ha mai avuto una viticultura di grandi superfici : qui la vite era coltivata in policultura (alberi da frutta, qualche mandorlo, un paio di filari) e il vino era consumato in loco, soprattutto dai minatori di carbone. La guerra, il terribile gelo del ’56 e la chiusura della miniera di Decazeville, agli inizi degli anni ’60, rappresentarono un colpo durissimo per la viticultura, e furono in molti ad abbandonare le loro vigne, soprattutto quelle in collina, difficili da lavorare.   Ora essa sta lentamente riprendendo vita. Le sue appellations principali sono Marcillac, Millau ed Entraygues. Sulle terrazze di Marcillac è il mansois, noto nel bordolese come fer servadou , chiamato anche braucol, forse cugino del cabernet , a dominare (90% dell’encépagement ), sulle côtes de Millau , i costoni lasciati liberi dal roquefort è il gamay , un tempo cercato anche dai papi avignonesi, mentre un syrah più precoce e cabernet sauvignon fanno parte di blend di rosso. Infine sulle scisti di Fel e sulle terrazze granitiche di Entraygues, dopo la decimazione, la viticultura torna con molte varietà, tra le quali, accanto a quelle più conosciute, come il cabernet franc e sauvignon, al merlot , al gamay e al pinot noir, tornano la negrette e il moyussaguès. Tra i vitigni a bacca bianca, chenin blanc, mauzac e sémillon sono gli ingredienti principali di piacevoli IGP Aveyron. Qualche Domaine da annotare? A Marcillac, per i loro rossi da mansois, il Domaine du Cros e il Domaine Matha e per il suoi bianchi da chenin che ricordano quelli della Loira, il Domaine Mousset, a Entraygues- Le Fel.

Ultima degustazione, più ristretta, quella degli Champagnes Blanc de blancs che costano fino a 25 euro. Vi sono belle espressioni di chardonnay soprattutto nella Côte des Blancs, ma interessanti cuvées dagli aromi esotici della Côte de Bar, con un apporto significativo di pinot blanc. Due etichette su tutte: il Brut 1 er cru di L. Bénard- Pitois 2008 (16/20 e 25 euro) e il Brut Grand Cru Coeur de Chardonnay 2009 di Petitjean- Pienne (stesso punteggio, ma solo 18 euro). Non c’è molto da dire sul servizio dedicato alle mete per le vacanze: quattro itinerari, rispettivamente nel grande sud-ovest (da Fronsac al Paese Basco), nella Valle del Rodano (da Condrieu, patria di grandi viognier, a Valréas), nel Languedoc-Roussillon (da Montpellier a Collioure), e infine in Provenza e in Corsica. Interessante l’inchiesta di Béatrice Delamotte dedicata alle confréries viticoles, che,pur con le loro tradizioni forse un po’ desuete, tuttavia rappresentano un formidabile strumento di promozione della produzione vinicola nazionale. La più famosa di esse è certamente la Confrérie des Chevaliers du Tastevin borgognona: creata nel 1934 ha oggi 12.000 membri in tutto il mondo. Le altre sotto i riflettori in questo numero sono la Commanderie du Bontemps , nata dopo la guerra, nel 1949 (50.000 membri oggi) per promuovere la conoscenza dei vini della Rive Gauche di Bordeaux, l’Échansonnerie des Papes (1968, 2.500 associati), a Châteauneuf-du-Pape, e la Jurade de Saint-Emilion, la più antica di Francia , rifondata nel 1948, ma che risale al 1199, quando fu istituita da Giovanni Senza Terra, re d’Inghilterra e signore d’Aquitania. Il motto più famoso e simpatico? Senza alcun dubbio quello degli Chevaliers du tastevin: “Jamais envain,toujours en vin”.

Parliamo ora degli altri servizi di questo numero, non annunciati in copertina. Il primo riguarda il confronto tra due noti produttori di spumanti spagnoli, che hanno scelto di uscire dalle denominazione Cava e hanno creato un nuovo marchio di eccellenza (Corpinnat), la cui carta esige che le uve impiegate siano al 100% biologiche, provengano esclusivamente dalle vigne di proprietà esiano vendemmiate a mano: Gramona e Recaredo. Entrambi questi produttori fanno ricorso a lunghi periodi di affinamento per ottenere spumanti più complessi e longevi. Sophie de Salettes presenta Zinkoepflé, grand cru alsaziano situato tra i comuni di Westhalten e Soultzmatt , a 18 km. A sud-ovest di Colmar, votato al gewürztraminer (60% ), e in minor misura al pinot gris (24%) e al riesling (15%). C’è anche un po’ meno di un ettaro e mezzo di sylvaner, che però non può beneficiare della denominazione grand cru. Per la serie “Vie de château”, Pierre Casamayor presenta lo Château Talbot,   IV cru classé 1855 di Saint-Julien, il più inglese degli chateaux bordolesi. Deve il suo nome a John Talbot, conte di Shrewsbury e Waterford, acclamato al grido di “Vive le Roi Talbot”, morto il 17 luglio 1453 a Castillon, alla fine della guerra dei Cento Anni, mentre, alla testa delle sue truppe, guidava l’esercito inglese, disarmato, per obbedire al giuramento fatto quando fu preso in ostaggio a Rouen nel  1449, di non prendere più le armi contro il re di Francia. Con i suoi 110 ettari, 105 in rosso e 5 in bianco, è tuttora tra i Bordeaux più amati dagli inglesi, anche se la proprietà è francese (della famiglia Cordier). Famoso già prima del classement napoleonico, Talbot è tra i pochi châteaux bordolesi che non abbiano modificato di molto il suo vignoble, a parte qualche modesta aggiunta. Per festeggiare il centenario della prima vendemmia di Désiré Cordier, che l’acquistò nel 1918, è stata effettuata una grande degustazione verticale del grand vin: al vertice, secondo Casamayor, i vini del 1945 e del 1996, e tra le annate dell’ultimo decennio, quello del 2010, tutti valutati 19/20, ma appena un filo al di sotto (con 18.5/20) sono un incredibile 1919, il 1934 , il 1955 e il 1975.

Possiamo ora soffermarci sull’interessante intervista a Mugnier. Grande personaggio del vino della Côte de Nuits (i suoi Musigny non hanno prezzo), Frédéric Mugnier non viene dal mondo della vigna, provenendo da una famiglia di distillatori di Dijon, che possedeva qualche ettaro di vigne a Chambolle-Musigny, affidate en métayage, Ha lavorato come ingegnere nel settore petrolifero in Arabia Saudita, poi, quando, alla metà degli anni ’80 ha ripreso per nostalgia le vigne di famiglia, per un certo tempo ha lavorato come pilota aereo di linea per sopravvivere. Ora il suo Domaine può contare su 13 ettari di vigna di uve rosse e 1 bianche al Clos de la Maréchale, il monopole di Nuits-Saint-Georges, recuperato nel 2004 dal Domaine Faiveley, che l’aveva in affitto dagli anni ’40. 60.000 bottiglie prodotte all’anno, è oggi ampiamente autosufficiente con basi finanziarie solide. Tra le sue gemme, oltre al Musigny e a un eccezionale Les Amoureuses, un premier cru di Chambolle Les Fuées e un bianco e un rosso di Nuits-Saint-Georges premier cru prodotti a Clos de la Maréchale. L’intervista di Simond e Saverot è a tutto campo, e tocca la storia personale sua e del Domaine e il suo rapporto con Musigny, ma si focalizza poi sulle sue idee circa la viticultura biologica e biodinamica e sull’evoluzione in atto nella viticultura borgognona a seguito dei cambiamenti climatici e nella struttura della proprietà. Mugnier ha una visione abbastanza critica della coltivazione biologica, che trova non sempre necessaria e sufficiente. Non sempre necessaria, perché, anche se , nel corso degli anni, si è notevolmente amplificato il senso d’allarme dei consumatori, sono stati compiuti grandi progressi in direzione della sicurezza della produzione vitivinicola. La stessa miscela bordolese , di cui venivano impiegati 13 Kg. per ettaro si è oggi ridotta a 1,2 kg. Mugnier afferma di non utilizzare nessun prodotto con ingredienti esogeni e di aver impiegato insetticidi solo fino al 1995. Non comprende la diffidenza di certi vignerons bio verso l’impiego della confusione sessuale, motivata dall’uso di scatolette di plastica di produzione industriale, che non inquinano, ma rappresentano un sicuro progresso. Attualmente è Presidente dell’organismo di difesa e gestione dei Grands crus di Chambolle-Musigny e Morey-Saint Denis e ha creato nei grands crus situati tra Vosne-Romanée e Morey-Saint Denis una zona modello nella quale sono banditi tutti i diserbanti e i prodotti CMT (cancerogeni, mutageni o tossici). Dall’aprile 2019 tutti coloro che coltivano vigna hanno firmato l’impegno a non fare uso di questi prodotti. Mugnier afferma di provare rispetto per la biodinamica, ma di non condividere il dogmatismo di alcuni, come Maria Thun, l’astrologa della biodinamica, secondo la quale Nettuno, Urano e Plutone sono pianeti “illegittimi” perché non erano stati ancora scoperti all’epoca in cui nacque la biodinamica. Quanto all’avvenire della Borgogna, Mugnier confessa di essere molto preoccupato per i cambiamenti climatici: le vendemmie sono oggi anticipate di almeno tre settimane rispetto al passato, e di questo passo si vendemmierà a ferragosto, ma a quel punto il pinot noir non sarà più lo stesso e anche in Borgogna bisognerà, come in altre zone più calde del mondo, irrigare, acidificare, dealcolizzare. Un’altra minaccia all’identità della viticultura borgognona è rappresentata dall’innalzamento dei prezzi dei terreni, che renderà sempre più difficile la trasmissione delle vigne da una generazione di vignerons all’altra , favorendo l’ingresso di acquirenti dotati di notevoli mezzi finanziari che non provengono dal mondo vinicolo: che siano francesi o cinesi o americani non è di per sé importante, quanto lo sconvolgimento che questi compratori stanno già esercitando sulla struttura della proprietà e l’identità di questa regione, autenticamente contadina. Mugnier parla infine del suo Musigny e del mistero che caratterizza i grandi cru: non si sa ancora davvero perché, ma in essi tutto è più facile, gelano di meno e si ammalano più difficilmente. La composizione del suolo non è sufficiente a spiegarne la magia. Certo la circolazione d’acqua nel sottosuolo del terroir di Musigny non è del tutto estranea ad essa, garantendo un perfetto deflusso delle acque piovane e un apporto idrico nei periodi di siccità. Mugnier non ha più messo in vendita il suo Musigny dal 2012. Come ha avuto modo di spiegare, ne ha semplicemente rallentato la vendita per dare al vino il tempo di raggiungere la maturità, senza essere messo nelle carte dei ristoranti stellati appena poche settimane dopo il rilascio.

Che altro c’è? Le consuete, numerose rubriche, gli interventi dei columnist, le pagine dedicate alla gastronomia (il grand accord secondo Poels e l’accord minute di Poussier), i vini d’asta, la bottiglia mitica (Romanée-Conti 1999, l’absolu bourguignon) e il dibattito intorno a una bottiglia (Intense XO di William Grossin, un cognac delle Borderies).