En Magnum. Le Vin + Grand, anno II, n. 16, Juin-Juillet-Août, 2019, € 6.50 in Francia

En Magnum 16Una magnum del Clos d’Ora, emblematico rosso sudista di carignan, syrah,mourvèdre et grenache dell’AOC Minervois-la-lavinière di Gérard Bertrand, illustra la copertina di questo numero, affastellata, come al solito, di molti titoli: tre di essi annunciano altrettante degustazioni (rosé, champagnes e “petits prix”). Gli altri sono più che mai global: California, Cina, Giappone, Ungheria, Malbec del mondo. Poi: Champagne e Bourgogne nell’intervista a Gilles de Larouzière e la BD chi-chi di Régis Franc sul tema dei rosé. Naturalmente non finisce qui, perché, tra le 130 pagine di grande formato di “En Magnum”, c’è spazio anche per molti altri servizi più brevi.

Cominciamo dai servizi fotografici: il più esotico è dedicato alla Cina, nuova super-potenza del vino. Si respira un’atmosfera bordolese allo château Changyu Baron Balboa Kinjiung, nello Xingjiang, ma la grandeur non manca anche alle altre proprietà, come a Dynasty, che, a sud-est di Pechino sfoggia un vero château, che sembra una copia di Pichon- Baron, davanti al quale è una replica in miniatura della famosa piramide del Louvre. Più avanti, la “Soirée Diapo” di questo numero mostra belle immagini delle vigne viste dal mare: da Saint-Tropez a Banyuls, da Bandol, con il celebre anfiteatro naturale di La Cadière-d’Azur, nel quale si trova PIbarnon, alle vigne affondate nella sabbia delle lagune della Petite Camargues, non difettano certo gli scorci panoramici. Il terzo servizio fotografico è quello di “Tête de cuvée #16”, questa volta interamente consacrato ai protagonisti del vignoble di Saint-Émilion. Delle degustazioni tematiche annunciate nei titoli di copertina è presto detto. Nella prima, “30 fois rose”, sono le schede dei rosé che hanno maggiormente impressionato Guillaume Puzo. Nella successiva tocca alle cuvées di champagne, scelte e presentate da Nicolas De Rouyn come un “Défilé d’été”: i brut, i rosé, i blancs de blancs e, per finire , i grandi dei grandi , le cuvées premium. Infine le medaglie d’oro del Grand Tasting per la serie “prix + plaisir”. Accanto a queste sono altre due selezioni abituali: quella dedicata ai magnum di En Magnum, scelti da De Rouyn, e a “i cartoni da sei”: Gilles Durand-Daguin presenta prima i rossi per l’estate e gli chenin blanc, poi Guillaume Puzo presenta i rhum bianchi. Veniamo ai servizi principali, partendo dal Sangue di Toro (Egri bikavèr) ungherese, complesso assemblage di cinque varietà, tra le quali almeno il 50% di una varietà locale, detta dei Carpazi, il kekfrankos o il kadarka e il resto da numerose altre varietà autorizzate , tra le quali, accanto alle “internazionali” cabernet franc e sauvignon, pinot noir e syrah, ci sono le autoctone (kekeportò, menoire, turan, bibor kadarka) e ancora zweigelt e blauburger. Mathilde De Hulot guida il lettore in questo inusuale itinerario nella regione di Eger e segnala i i suoi sei Domaines “incontournables”. Tra questi quello di Tibor Gál jr., figlio direttore di cantina di Ornellaia alla fine degli anni’80, morto nel 2005 in un incidente stradale in Sud Africa. Véronique Raisin, che firma normalmente “l’articolo tecnico”, e di fatti, questa volta discute delle basse rese nelle vigne e dei fattori che le determinano (condizioni climatiche in cima), illustra il nuovo fenomeno del vino californiano: l’esplosione della passione per le bolle. Sparklings e poi ancora sparklings , dunque. Ovviamente le grandi maison della Champagne (Pommery, Taittinger, Chandon) sono in prima fila. La quota esotica di questo numero è completata dal dettagliato report sui malbec nel mondo di Michel Bettane . Nella ricerca delle migliori espressioni dello spirito del malbec é naturalmente protagonista l’Argentina (con appena uno spazietto per il vicino Cile), ma la Francia si difende con i suoi vini di Cahors e qualche outsider (c’è anche Marionnet col suo côt franco di piede). E il Giappone? Stavolta niente vino, ma tanto saké , che piace sempre di più ai francesi. Tra ciò che resta, la Borgogna è protagonista: dapprima con l’ampia intervista a tutto tondo con Gilles de Larouzière, l’uomo succeduto quattro anni fa a Joseph Henriot (del quale è nipote), alle redini dell’impero delle Maisons e dei Domaines Henriot. Nel 1995 la Maison de Champagne Henriot acquistò il più grande Domaine della Borgogna, la Bouchard Père et Fils, con i suoi 130 ettari di vigne, e poco dopo il Domaine William Fèvre, una proprietà di riferimento del terroir di Chablis. Ora Henriot , che ha nel suo carnet anche lo Château de Poncié nel Beaujolais, ha acquistato il Domaine Beaux Frères in Oregon: era del suocero di Parker e lo stesso Parker era uno dei soci. Nell’intervista de Larouzière risponde a diverse domande su temi più personali, a partire da quella riguardante perché sia stato scelto lui per la successione ad Henriot. Sono stato scelto- la risposta- perché azionista e appartenente alla famiglia, possedevo un’esperienza utile all’azienda (15 anni di attività di consiglio nel campo delle strategie aziendali, nella distribuzione e nella digitalizzazione),e infine per il voto degli azionisti, del resto unanime. Un altro tema è stato quello delle della presunta crisi che avrebbe presto portato Henriot alla vendita, liquidate come del tutto infondate. Anzi, l’acquisto di Beaux Frères andava nella direzione opposta. Larouzière parla quindi della proprietà americana: 50 ettari, di cui solo 14 sfruttati a vigna e il resto foresta “per la regolazione climatica”, una terra vulcanica praticamente al centro della Williamette Valley. Altro tema importante, l’enorme sforzo di replantation di Bouchard, una storia che richiederà 35 anni e renderà temporaneamente improduttivo quasi il 10% delle vigne del Domaine, prima che le viti raggiungano l’età adatta a una produzione di alta qualità. Poi: i possedimenti nello Chablisien, la guerra dei mercati, la scelta, nel 2004 di curare direttamente le importazioni in America con una propria filiale, la Brexit, e naturalmente la vendemmia del 2018, una vendemmia finalmente abbondante, dopo le dificoltà delle annate precedenti, come la 2016. A seguire le schede di assaggio di alcuni dei vini più emblematici dell’impero Henriot. Appena prima dell’intervista, un altro servizio, di Laurent Gotti, fa il punto sull’ormai prossimo riconoscimento dei premiers crus tanto attesi a Pouilly-Fuissé , dove saranno 22, capitale dello chardonnay del Mâconnais, e a Marsannay-la-Côte, a ridosso di Dijon , che ne avrà 14. Di Borgogna si parla ancora in un breve articolo-intervista dedicato alla nuova co-gérante del Domaine de la Romanée-Conti, Perrine Fenal, che subentra al cugino Henry-Frédéric Roch, accanto a Aubert De Villaine. Figlia di un altro mito della Borgogna, Lalou Bize-Leroy, con un padre svizzero, Marcel Bize, Perrine riprende il posto che era della famiglia, già occupato dal nonno Henry Leroy e poi della madre. Faceva già parte del Conseil de surveillance dal 2004, quando era subentrata alla zia Pauline Roch, dopo essere stata per 12 anni importatrice e distributrice dei vini della DRC nella Svizzera romanda. C’è ancora molta Borgogna (e Beaujolais) nel servizio dedicato ai ristoranti “sulla strada delle vacanze” e in un articolo della serie “Portrait” dedicato a Laurent Delaunay, négociant di peso di vini della Languédoc che ritorna alla Borgogna della sua famiglia, ridando vita al marchio creato dal bisnonno per la sua Maison de négoce di Dijon. Che altro c’è ancora? A parte le consuete rubriche, le pagine dei columnist (Bettane parla dell’asfissia delle AOC e del dilagare degli igt e dei Vins de France), quelle del cognac, e degli accords (pomodori e reblonchon), le vignette di Franc, i ristoranti promossi dalla Guide Lebey, ci sono ancora due articoli da segnalare: il primo riguarda il passaggio dello Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande a Pauillac alla famiglia Rouzaud (gruppo Roederer), e l’altro di Angélique de Lencquesaing su come gestire acquisti e vendite dei grands crus della propria cantina.