Bourgogne Aujourd’hui, n. 149, Octobre-Novembre 2019, € 7.00

Bourgogne 149aQuesto numero celebra il venticinquennale della rivista, nata nel novembre 1994, ed ha come editor niente meno che Aubert de Villaine, carismatico cogérant del Domaine de la Romanée-Conti insieme con Perrine Fenal , figlia di Lalou Bize-Leroy, subentrata quest’anno al posto dello zio Henry-Frédéric Roch. E il Domaine de la Romanée-Conti è protagonista assoluto: introdotto da una lunga intervista allo stesso De Villaine e completato da un servizio con degustazione di tutti i grands crus di questo incredibile Domaine, per quasi il 95% (26,30 ha. su 28) costituito da vigne grand cru.

Cominciamo dunque, soffermandoci un po’ più del solito su di essa, dall’intervista a De Villaine, che apre la rivista dopo le rubriche di attualità (tra le cose degne di nota, una prima valutazione dell’atipica, come lo sono ormai tutte, vendemmia del 2019: una grande annata con quantità molto esigue, specie per lo chardonnay). La prima parte dell’intervista ripercorre gli anni seguiti al suo arrivo al Domaine come gérant, avvenuto nel 1964. Erano quelli gli anni nei quali la vigna stava ritornando a nuova vita dopo il grande flagello della fillossera, quelli dell’introduzione della meccanizzazione e dell’illusione chimica. Si ricordi a questo proposito che la vigna del Romanée-Conti e un ettaro di Richebourg furono protetti eccezionalmente a lungo dalla fillossera fino al 1945 grazie al solfuro di carbonio, nella speranza che nel frattempo si sarebbe trovato un rimedio. Per quanto possa sembrare incredibile, visti i prezzi di oggi, a quel tempo- afferma De Villaine-era difficile spuntare prezzi remunerativi persino per i vini di La Tâche e Romanée-Conti. Questa difficoltà, pur migliorando nel corso degli anni, è perdurata per almeno due decenni, fino agli anni ’80. Il nostro ricorda che, ancora negli anni ’70-’80, viaggiava in treno e in aereo portando in valigia delle bottiglie da far assaggiare ai distributori. Negli anni ’80 cominciò l’ascesa vera: diversa però da quella di Bordeaux, che ebbe in Parker il suo grande aedo. Agli inizi degli anni ’90, ricorda De Villaine , Parker decise di non tornare più in Borgogna di persona a causa del processo intentato contro di lui da François Faiveley (che non sarà mai ringraziato abbastanza per questo, aggiunge). Ma anche in Borgogna si accese il dibattito tra i sostenitori dello stile classico e quelli che adottarono uno stile moderno, che proponeva vini più colorati, ricchi e molto estratti. Fortunatamente è durata poco, dal momento che oggi tutti i maggiori produttori puntano decisamente sulla ricerca della finezza e dell’espressione del terroir. De Villaine si intrattiene anche su molti temi attuali: il cambiamento avvenuto a seguito del riconoscimento UNESCO dei climats borgognoni, e il tema oggi molto dibattuto sulla vendita dei grandi crus a prezzi milionari. Il problema, per lui, non deriva dalla nazionalità dei compratori: i Saier, dai quali Arnault ha acquistato il Clos des Lambrays, non erano francesi, eppure si deve a loro la rinascita di quella proprietà dal decadimento avvenuto nel trentennio che precedette il loro arrivo. Piuttosto può venire dal fatto che i grandi acquirenti non sono dei vignerons e non hanno un radicamento “storico” nel territorio: se però non verranno con un atteggiamento vorace e comprenderanno la necessità di integrarsi a un modello unico e a una cultura millenaria come quella del vino della Borgogna, si avranno solo dei vantaggi derivanti dall’afflusso di risorse. Quello della onerosità delle successioni, specie nel quadro dell’ascesa continua del valore delle proprietà, costituisce però una minaccia reale per la conservazione del modello borgognone, di una viticultura basata sulla proprietà familiare di vignerons radicati “storicamente” nel territorio. Poi ci sono i cambiamenti climatici. La data media delle vendemmie del Domaine negli anni ’70- spiega De Villaine- era il 5 ottobre, mentre oggi è intorno al 15 settembre, con un’anticipazione di tre settimane, all’incirca due a causa del riscaldamento e una grazie ai metodi di coltivazione. E’ da sperare che la serie di stagioni canicolari non prosegua all’infinito: anche dalle annate solari possono venire vini magnifici, che invecchiano bene, ma si tratta di vini dagli aromi più “carné” che floreali, che evolvono in modo diverso da quelli che gli piacciono, più eleganti e delicati, dagli aromi più fragili che provengono dai millesimi meno maturi. I millesimi che maggiormente lo hanno impressionato sono stati 1953 e 1962, che non hanno avuto una reputazione immensa, ma si tratta di millesimi maturi, senza eccessi e di grande precisione. E lo chardonnay? Sullo chardonnay De Villaine osserva che si sta affermando uno stile troppo “tendu”, con bianchi taglienti, ma la reputazione dei bianchi della Borgogna viene piuttosto da vini che hanno freschezza, certo, ma anche una certa opulenza e “du gras”. Dei vini di grande armonia, che bilanciano maturità e freschezza acida. L’ultima domanda riguarda i terroirs emergenti, come Marsannay, Saint-Aubin e Monthélie nella Côte d’Or, la Côte Chalonnaise e Pouilly-Fuissé nel Mâconnais. In questi territori sono stati compiuti grandi progressi e il miglioramento deriva in gran parte dai reimpianti in sostituzione dei vigneti produttivistici degli anni 60-70. Naturalmente De Villaine ha molto a cuore la Côte Chalonnaise, nella quale sono le sue vigne di Bouzeron, che ritiene ormai legata alla stessa dinamica positiva della Côte d’Or.

Si trova invece quasi in chiusura del fascicolo l’altro servizio dedicato al Domaine de la Romanée-Conti, intitolato “Il santuario”. Perché di un santuario si tratta. Si diceva dell’ostinato tentativo di salvare la vigna della fillossera. Ma, nonostante la sconfitta inevitabile, molto si deve a quel tentativo di salvataggio, perché tutti i reimpianti post-fillosserici fino al 1945 sono stati fatti a partire da innesti della Romanée-Conti e da Richebourg “vieux cépages”. Superata la fase di coltura convenzionale degli anni ’60-70, il Domaine è passato a quella biologica nel 1985, ciò che ha facilitato la transizione alla biodinamica a partire dagli anni ’90. Quali siano i metodi di protezione adottati, non è possibile escludere del tutto gli attacchi di peronospora, oidio, botrytis. Diventa quindi importantissimo il tri, la scelta delle uve, sulla quale De Villaine insiste moltissimo. La vendange entière è nel DNA del Domaine, e la proporzione di uve non diraspate non scende mai al di sotto del 60%. Eccoci dunque all’assaggio di 8 grands crus del Domaine, uno dei quali (il Montrachet) bianco. Si comincia con il Romanée-Conti del 2012 per arrivare al Grans-Echezeaux del 1990, passando per Richebourg 2012, Échezeaux 2009 e 2008, Romanée-Saint Vivant 2003 e 1999, La Tâche 2000. Infine il Montrachet 2011, un’annata molto sofferta a causa delle piogge e degli attacchi di botrytis. Ci siamo soffermati a lungo sul DRC, com’era giusto. Ma su questo numero c’è molto altro. Innanzitutto i due grandi banchi d’assaggio dei Morey-Saint Denis e dei Beaune 2016-2017. Per quanto riguarda i primi, ovviamente riuscite eccezionali per i grands crus e i premiers crus, meno omogenee tra i villages (solo il 57,5% di riuscite). Per i vini di Beaune, risultati di ottimo livello e molto omogenei , sia tra i rossi che tra i bianchi, nei premiers crus come nei villages. A Morey-Saint Denis il voto più alto è stato ottenuto dal Clos de la Roche 2017 del Domaine Amiot-Servelle (19/20),che propone un’eccellente serie di cuvées di questa AOC, a partire dall’altro grand cru, il Saint-Denis (18/20) e un eccezionale Ruchots premier cru. A Beaune il top score è stato ottenuto dal Clos du Roi 2016 premier cru rouge di Chanson (18/20),la cui serie di cuvées di questo territorio è tutta su livelli molto alti (il meno brillante Les Grèves 2016). Gli altri servizi: Il primo è un lungo articolo retrospettivo sui 25 anni del vino borgognone nel periodo di vita della rivista (allegato a questo numero è anche un supplemento con la tabella di valutazione delle annate dalla 1994 alla 2018). Vi sono appuntati i fatti più importanti, con alcuni commenti degli attori principali. Si comincia con l’annata 2003 e gli effetti del riscaldamento (intervengono Vincent Dureuil, del Domaine-faro di Rully, e Nadine Gublin, Domaine Jacques Prieur). Poi ci sono delle messe a fuoco sulla dimensione economica (l’importanza della spinta all’imbottigliamento diretto alla proprietà), sulle tendenze (l’ingresso delle donne alle posizioni di comando), sulle appellations (le appellations emergenti), i tonneliers, diventati, da piccoli atelier di villaggio, vere e proprie multinazionali. Prima di concludere, voglio accennare a due interessanti degustazioni. La prima riguarda l’evoluzione, nel corso di questi 25 anni, dei rossi, attraverso il confronto tra un produttore “tradizionalista”, il domaine Gouges, e uno “modernista”, il domaine Lécheneaut.Le differenze scompaiono progressivamente, anche perché Lécheneaut, a partire dagli anni 95-96, ha adottato un approccio semi-moderno, avvicinandosi allo stile di Gouges. La seconda degustazione riguarda la guerra degli stili nei vini bianchi. Si confrontano vini “ricchi”, come quelli di Vincent Girardin o Albert Grivault, vini “tesi” dome quelli di Coche-Dury o Rémi Jobard, e vini “equilibrati”, quali quelli di Vincent Bouzereau e il Domaine Michelot. Al lettore il compito di scoprire i risultati. In chiusura un dialogo a più voci sulle prospettive future. Intervengono Albéric Bichot (un numero crescente di vignerons comincia a svolgere attività di négoce) , Thiébault Huber (la necessità di conservare il modello familiare), François Labet (il ruolo delle cités du vin), Denys Chevillon (facilitare la trasmissione del patrimonio).

Beaujolais 149Allegato alla rivista è il supplemento monotematico dedicato ai vini del Beaujolais e dei Beaujolais villages, 24 pagine a colori: al centro la guida all’acquisto, con i migliori assaggi del 2018 (i rossi sopra tutto, annata meno brillante per i bianchi e i rosé). Migliore punteggio per un Beaujolais Lantignié Les Vergers del Domaine Frédéric Berne e e il Beaujolais- Villages cuvée Jarre del Domaine Longère: entrambi con 18/20, mentre ha ottenuto solo 17/20 il miglior bianco, un Beaujolais vinification bourguignonne di Terres Dorées.