Diari di Pepys“Perché l’epidemia del 1665 fu denominata la Grande Epidemia? Non lo era stata abbastanza quella del 1348, che uccise milioni di persone in tutta Europa?”

“E’ vero. In assoluto non fu devastante come l’epidemia di peste di tre secoli prima, ma non fu niente male anche lei.Non ci sono calcoli precisi del numero totale delle vittime, perché le morti dei poveri non furono registrate, ma sembra che i morti siano stati quasi 100.000 , e che nel periodo di maggiore virulenza ce ne fossero almeno 7000 a settimana, mille al giorno.Fu l’ultima grande epidemia che avvenne in Inghilterra, e, considerato questo contesto più locale, meritò ampiamente il suo nome.”

“Cosa facevate per proteggervi ?”.

“Questo è più facile a dirsi: praticamente nulla.La peste arrivò probabilmente da una nave olandese che trasportava cotone dall’Olanda, dove già da alcuni anni era in corso una epidemia simile.Le prime ad essere colpite furono le aree fuori Londra, dove si viveva in condizioni igieniche molto precarie, e la peste fece strage soprattutto tra la popolazione più povera.Poi l’epidemia fu forse anche un po’ sottovalutata.L’inverno tra il 1664 e il 1665 fu molto freddo e questo forse contribuì a limitarne la virulenza, ma quando venne l’estate, l’afa fece subito volare il contagio. In effetti fu solo a giugno che la situazione apparve in tutta la sua serietà”.

“Leggendo il suo Diario, si ha l’impressione che la sua vita non abbia ricevuto una forte scossa dall’epidemia e procedesse quasi normale”

“E’ vero. Intanto la mia famiglia non apparteneva ad una delle fasce di popolazione più a rischio. La nostra vita continuò ad essere quasi normale: in fondo , negli anni precedenti, episodi di epidemie non erano mancati [1] . Paradossalmente, dal punto di vista personale, il 1665 fu uno degli anni più felici della mia esistenza: lavorai molto duramente e praticamente quadruplicai i miei beni. Però non mi creda insensibile. Ad agosto, quando l’epidemia raggiunse il suo culmine, era impossibile non restare colpiti dalle scene di dolore e di miseria che cadevano continuamente sotto gli occhi. Mi difendevo masticando tabacco.Le autorità facevano bruciare giorno e notte delle torce per ripulire l’aria, spargendo spezie nella convinzione che fossero di qualche utilità…” Poi aggiunse: “Un collegamento non fu mai stabilito, ma nessuno mi toglierà dalla mente che fu il Great Fire a porre fine all’epidemia, arrostendo milioni di quei fetidi topacci che infestavano la città”[2] .

“Già, il Great Fire, Perché il fuoco fu così devastante? Fece, è vero. meno vittime, ma praticamente distrusse la città”

“Sì, Londra fu rasa al suolo dal fuoco.Migliaia e migliaia di abitazioni furono distrutte, e poi chiese, tra cui la nostra cattedrale di Saint Paul, e la dogana , la prigione, quattro ponti sul Tamigi e sul Fleet. Che cosa vuole di più?Diciamo che Londra era predisposta ad una simile ecatombe. Gli edifici erano tutti in legno, e anche se si trattava di legno abbastanza resistente al fuoco, c’erano ancora molti tetti di paglia, e poi , soprattutto, erano troppo vicini l’uno all’altro, così che il fuoco poté passare facilmente da uno all’altro. Per questo Wren [3] ha voluto ricostruire tutto in mattoni e pietra. Per la verità lui avrebbe voluto anche dare una struttura diversa alla città, più moderna, con una pianta a griglia, tipo scacchiera, e con viali e piazze come nelle città del nord continentale, ma le spese erano enormi, le fondazioni di molti edifici avevano resistito,infine le dispute legali con i proprietari posero fine a questo progetto….[4]. Le dimensioni dell’incendio furono all’inizio sottovalutate, a partire dal sindaco, al quale si attribuisce il fatto di aver detto che sarebbe bastato che una donna vi orinasse sopra per spegnerlo, e, devo ammetterlo, anche io non mi resi subito conto della sua gravità. Quando il 2 settembre la mia governante, Jane, mi disse che era scoppiato un incendio nell’area di Billington, non la presi troppo seriamente, mi limitai a dare un’occhiata dalla finestra, e me ne tornai a letto. Poi quando la donna ritornò dicendo che erano già bruciate 300 case e che anche il Ponte di Londra era minacciato, andai subito alla Torre, nel punto più alto, per esaminare meglio la situazione. Lì vidi che le case alla fine del ponte erano tutte in fiamme, poi, un fuoco infinito [5]. Senza tornare a casa, presi allora un battello per osservare l’incendio dal fiume.Altro che se il fuoco si diffuse rapidamente!”

In quel momento arrivò la governante a servirci un fumante thé.

“Per la verità preferirei del buon vino, disse Pepys, ma è un po’ troppo presto. E poi mi riprometto sempre di bere di meno o di non bere affatto, ma proprio non ci riesco… “

Poi si illuminò e disse: “Ma stasera ho una sorpresa per lei“. Riprese il suo racconto: “ A quanto mi disse il luogotenente della Torre, sembra che tutto sia nato dal fatto che un fornaio del Re, tal Thomas Farrinor, a Pudding Lane, non si era accorto di non aver completamente spento il fuoco nella fornace. Probabilmente qualche tizzone ardente diede fuoco a della legna accatastata poco distante e l’incendio divampo’ subito.. Era passata mezzanotte e nessuno si accorse di niente. Farrinor riuscì a mettersi in salvo con la sua famiglia uscendo dalla finestra del piano superiore. La domestica, invece, non riuscì a salvarsi.

Dopo aver raccolto il maggior numero di informazioni, riferii quanto avevo visto al Re e al Duca di York, e dissi che, se non si fossero abbattute le case intorno al fuoco, questo si sarebbe propagato a tutta la città. L’intento era quello di creare delle fasce taglia fuoco, che togliessero alimento alle fiamme per propagarsi.Il Re diede subito disposizioni in tal senso, ma il Lord Mayor, il sindaco,esitò troppo a buttar giù alcuni edifici, forse anche gli mancarono gli uomini necessari: la peste aveva fatto il suo , e fu il disastro”.

Sorseggiò il suo thé, poi aggiunse con una smorfia: “ Il fuoco divampava dappertutto. Quella notte, alle quattro del mattino del 3,Lady Batten fece arrivare un carro per mettere in salvo tutto l’oro e le cose più preziose, tra cui, naturalmente, il mio diario, da sir William Ryder a Bednall-Greene.Dal carro, mentre ci dirigevamo verso la nostra meta, vidi la città che era presa da una straordinaria frenesia. C’era gente che si affrettava, che caricava carri, insomma, tutti cercavano di mettersi in salvo e di portare con sé il maggior numero di cose. E chi poté dormire, quella notte?”

“Non tutto poteva essere trasportato altrove. Sir Batten scavò un fosso nel giardino per salvare il suo vino e lo stesso feci io. Scavai una grossa buca, dove misi il mio vino e anche una grossa forma di parmigiano, che non volevo lasciare alle fiamme. Che giornate! …La mia casa fu miracolosamente risparmiata dall’incendio. Il fuoco aveva ormai bruciato tutto quel che c’era da bruciare, e il 13 settembre potei finalmente cominciare il rientro a casa, riportando tutte le cose che avevo messo in salvo altrove.Quella notte,finalmente, Elisabeth ed io dormimmo nel nostro letto, nella nostra casa”.

“ Sulla scrivania ho visto un violino. Lei suona?”

“La musica è sempre stata una mia passione. Suono abbastanza bene, almeno a quanto dicono le persone che hanno avuto modo di ascoltarmi, e più di uno strumento: liuto, naturalmente viola e violino, la spinetta, il flauto e il flageolet [6]. Ho suonato, composto musiche, effettuato arrangiamenti musicali, insomma me la cavo discretamente. Ho suonato a casa, nei caffè e persino nell’Abbazia di Westminster. Anche mia moglie Elisabeth imparò a suonare il flageolet. Aveva una buona predisposizione. Le feci anche fare delle lezioni di danza, poi mi sembrò che il suo maestro di danza fosse diventato troppo intraprendente e divenni un po’ geloso, per cui stop alla danza”.

“La mia cara Elisabeth… mi ha lasciato giovanissima, a neppure 30 anni [7]. La sposai che non ne aveva ancora compiuto quindici. Era figlia di un immigrato ugonotto francese.Me ne innamorai follemente, e da allora l’ho sempre amata moltissimo, anche quando cominciarono i primi screzi. In effetti ero geloso perché ero infedele. Per temperamento, forse anche per leggerezza. Noi uomini tendiamo a sentirci un po’ padroni e a non pensare abbastanza alla sensibilità delle nostre donne. Appunto, sono nostre.Una volta, poi, tornando in anticipo a casa, mi sorprese mentre amoreggiavo con la sua dama di compagnia. Si chiamava Deborah, Deborah Willet. Avevo preso una cotta per lei. Naturalmente la cacciammo di casa. Elisabeth era diventata come pazza. Ho avuto anche qualche altra donna, ma si trattava di relazioni superficiali. Non mi sono mai voluto risposare né mi risposerò… Beh, è quasi l’ora di uscire. Siamo attesi al Pontacks’ Head da un paio di amici che voglio farle conoscere mentre berremo un vino eccezionale, che ho scoperto anni fa. E’ il locale più in di Londra e vale davvero la pena di andarci” [8].

-Continua-

[1] Ve ne furono diversi , a Londra, nel Seicento e negli ultimi anni del secolo precedente . L’ultimo appena nel 1636, quando Pepys aveva tre anni.

[2] Probabilmente vero, anche se nel settembre 1666, quando scoppiò il grande incendio l’epidemia sembrava sulla via del declino. Non so se questa riportata nell’intervista fosse davvero l’opinione di Pepys. A quell’epoca la scienza medica riteneva che la diffusione del morbo avvenisse soprattutto attraverso l’aria, mentre in realtà la via era la puntura delle pulci dei ratti infetti. Non mi sorprenderebbe però che Pepys, che era persona intelligente e non estranea alla cultura scientifica, potesse aver intuito il ruolo dei ratti.

[3] Christopher Wren, scienziato e architetto (1632-1723).

[4] Ecco perché Londra è ancora oggi una città modernissima con una struttura medievale.

[5] La stessa espressione usata da Pepys nel suo Diario.

[6] Il flageolet è uno strumento a fiato, simile ad un flauto,inventato alla fine del ‘500, sembra, da un nobile francese : nella versione francese, più antica, quella che Pepys suonò, aveva quattro cavità per le dita davanti e due per i pollici sul retro. Agli inizi dell’800 un fabbricante di strumenti musicali inglesi, di nome Bainbridge,ne inventò una versione diversa, detta poi inglese, con sei cavità per le dita davanti e una per il pollice dietro

[7] Morì il 10 novembre 1669. Aveva appena 29 anni.

[8] Henry C. Shelley , nella sua storia delle locande (inn) e delle taverne della vecchia Londra , parlando di tal Ben Jonson, considerato un grandissimo conoscitore di questo particolare mondo, lo definisce secondo solo a Samuel Pepys, e difatti il suo Diario è ricco di riferimenti ai locali della capitale inglese.               Shelley, H.C. (2010).Inns and Taverns of Old London, Kessinger Publishing.