Decanter, vol 45, n. 10, July 2020, £ 5.50

Decanter July 2020Sono i vini “orange” i protagonisti di questo numero. Il titolo che li riguarda copre quasi per intero la copertina, va da sé, colorata in arancione, e a celebrarli è un lungo articolo di Simon Woolf, autore anche di un libro recente sull’argomento, “Amber Revolution”, il quale presenta anche la sua scelta dei migliori 30. Guardati con sospetto, qualche volta sbeffeggiati, i vini orange hanno rapidamente acquistato una popolarità inaspettata in un mondo che tradizionalmente riconosceva i vini solo come bianchi, rossi e -in misura minore-rosé.

Tuttavia, benché, appena alcuni anni fa, siano stati percepiti dai consumatori come una novità, i vini orange sono antichissimi, e, nella Georgia, considerata la culla del vino del mondo, rappresentavano la regola e non l’eccezione. Theo Coles, winemaker neo-zelandese, li definisce vini pre-tecnologici, in quanto rappresentano una tipologia nata prima che si diffondesse la ricerca di vini bianchi leggeri e dalla colorazione tenue, prodotti a partire dalla spremitura di uve diraspate, vinificate in recipienti di acciaio inossidabile, a temperature controllate e filtrate. Per un vino orange occorrono invece solo uve sane e un recipiente di un materiale qualsiasi (naturalmente anche terra cotta) per la fermentazione. Il successo dei vini orange è strettamente collegato a quello dei vini biologici e cosiddetti naturali, nell’ambito dei quali essi sono frequentemente considerati una sorta di diramazione legata a una specifica modalità di produzione. A riportarli alla luce e a decretarne il successo sono stati, com’è noto, Jósko Gravner e Stanko Radikon, nel Collio, e una giovane generazione di winemaker italiani e sloveni, che ne hanno intuito l’interesse. Ma l’idea dei vini bianchi fermentati con le bucce ha rapidamente conquistato vitivinicultori di tutto il mondo. In Europa, oltre all’Italia settentrionale, alla Slovenia e alla Croazia, è nell’Alentejo portoghese, nel quale l’impiego di grandi anfore dette talhas risale al periodo dei romani, che i vini orange si sono rapidamente moltiplicati, ma ormai essi sono prodotti in tutto il mondo: in Cile, SudAfrica, persino in Giappone. Naturalmente senza dimenticare la Georgia. Quali sono i migliori secondo Woolf? Slovenia, Georgia e Portogallo sono i paesi più ampiamente rappresentati tra i Top 30, ciascuno con quattro vini, seguiti, subito dopo, dall’Italia, con tre: lo score più alto (95/100) è toccato a un blend di pinot bianco e grigio e chardonnay del Burgenland austriaco, il Graune Freyheit 2017 di Heinrich Gernot, e a un moscato sloveno, il Dolium Muscat Ottonel 2015 di Zorjan. Al terzo posto una Rebula slovena e, finalmente, quarto, un vino georgiano, il Kisi 2014 della famiglia Dakishvili , entrambi con 94/100. Gli italiani? Per la verità sorprende l’assenza di produttori friulani. Rispettivamente 12° e 13°, il romagnolo Notte di Luna 2016 di Cà de Noci e l’umbro Mosco 2018, un blend di moscato giallo e trebbiano di Marco Merli. Solo 21° invece, il GT (Gewürztraminer) di Pranzegg 2018, altoatesino.

L’altro articolo che abbiamo scelto tra i numerosi che riempiono questo numero estivo, è quello di Stephen Brook dedicato ai Barolo della vendemmia 2016 e ai Barbaresco 2017.Non solo ovviamente per nazionalismo, ma perché riteniamo che per i lettori italiani sapere che cosa si pensa all’estero dei nostri vini possa essere più interessante del profilo di un produttore greco, come Apostolos Thymiopulos o l’intervista a Robert Mark Kamen, sceneggiatore del popolare film Karate Kid e ora produttore di vini a Sonoma, due degli altri articoli di questo numero.

Che l’annata 2016 sarebbe stata un’annata eccezionale per il nebbiolo lo si era già capito dai primi Barbaresco degustati, e, come per il suo fratello langhigiano, lo stesso è stato per il Barolo: dal profilo classico delle grandi annate, con vini di grande struttura ma anche di grande equilibrio. Brooks apre il suo articolo dicendo che solo i limiti di spazio hanno impedito di descrivere molti altri vini eccellenti, mai così numerosi come in questa occasione. La 2016 sarebbe stata un’annata perfetta senza la grandine-pur se fortunatamente limitata- che ha colpito le vigne del Barolo, come Cerequio e La Morra. Migliore della 2015, rispetto alla quale ha potuto giovarsi di temperature più fresche, che si sono tradotte in livelli più alti di acidità. Cinque stelle su 5, comunque, sono quelle assegnate alle annate 2015,2016 e 2017, solo 4 per la 2014, lievemente danneggiata da un’estate piovosa. Sono cinquanta i vini “schedati” da Brooks (l’elenco completo dei vini assaggiati con le loro valutazioni è consultabile in “Decanter Premium”): tra i Barbaresco 2017 i 95/100 sono stati raggiunti solo dal Sorì San Lorenzo e dal Sorì Tildin , le due selezioni di Gaja, mentre un punto al di sotto é stato assegnato all’Asili della Cascina Luisin e al Cottà di Voghera. Quanto ai Barolo 2016, un plotone di dieci produttori ha raggiunto i 94/100 (per citarne solo alcuni, Le Coste di Monforte di Amalia, il Mosconi di Luigi Pira e figli, il Movigliero di Burlotto e il Parafada di Palladino), molti altri hanno invece ottenuto punteggi leggermente inferiori.

Voglio ora parlare di un altro articolo che tocca da vicino il nostro paese, in un numero peraltro molto “Old World”, come suggeriscono i servizi dedicati ai bianchi spagnoli da mettere in cantina, ai vini greci “oltre l’assyrtiko”, agli Champagne di Cramant (Charles Curties ha scelto i migliori 10), all’itinerario di viaggio nel Lubéron. Si tratta del Panel Tasting dedicato agli spumanti italiani Top Tier (di fascia alta) presentato da Michael Garner. Alle degustazioni, oltre a Garner, hanno partecipato anche Anthony Rose (specialista di sparklings e coordinatore regionale per i vini del Sud Italia di Decanter) e Andrea Briccarello (assaggiatore DWWA dal 2010, un passato come brand manager di Bisol). I risultati di questa degustazione, se confermano l’eccellente momento degli spumanti dell’Alta Langa, sorprenderanno un po’ gli apprezzatori di Trento classico e Franciacorta. Sono infatti due spumanti dell’Alta Langa, il Millesimato Brut 2016 di Deltetto e l’Extra-brut millesimato della stessa annata di Marcalberto a guidare la classifica degli spumanti italiani top, e i soli, con 95/100, ad aver raggiunto la valutazione di “outstanding”. Immediatamente un punto al di sotto ci sono ancora un Alta Langa, il La Reine brut 2016 di Anna Ghione, e un Trento classico, il Brut di Cesarini Sforza. Bisogna poi scendere a quota 92 per trovare-in compagnia di un altro Alta Langa, l’Extrabrut di Ettore Germano, naturalmente del 2016- quattro Trento classico: la Riserva del Fondatore 2007 di Ferrari, il Madame Martis 2009 di Maso Martis , il Flavio riserva Brut di Rotari 2011 e la 976 Riserva del Fondatore 2009 di Letrari. In questo gruppo c’è un solo Franciacorta, il Cru Perdu Brut 2011 del Castello Bonomi, ma ben due Lambrusco: il  Lambrusco di Sorbara Metodo classico del 2016 di Zucchi e il Rosé del Cristo 2016 di Cavicchioli. Sono comunque 44 i vini valutati come “highly recommended “ da Decanter, che hanno ottenuto cioè un punteggio di almeno 90/100 o superiore (fino a 94), tra i quali anche diversi Franciacorta, e altri 47 si collocano nella fascia tra gli 96 e gli 89/100. Degli altri articoli, oltre a quelli già citati, che si aggiungono alle numerose rubriche e alle pagine dei columnists (questa volta segnalo quella di Matthew Luczy sugli effetti della pandemia sull’industria dell’ospitalità nel mondo del vino), ancora un cenno soltanto all’articolo di Michael Apstein dall’accattivante (visti i prezzi attuali) titolo: “Borgogna fuori pista: le alternative con un alto rapporto qualità/prezzo”. Si tratta prevalentemente di vini della Yonne (St. Bris e Côtes d’Auxerre), poi, naturalmente, spazio alle denominazioni regionali, come i nuovi Coteaux Bourguignons. Chiude, come sempre, la rivista, la Wine Legend, lo Château Figeac 1949.