Doroverde 1Mi è piaciuto molto il Verdicchio Doroverde di Fulvia Tombolini. Si tratta di un Verdicchio classico dei Castelli di Jesi prodotto a Staffolo, sulla riva destra dell’Esino: un bianco schietto, di grande pulizia e notevole bevibilità, molto sapido. Una buona riuscita nonostante l’annata molto secca (si tratta della vendemmia  2017):  è un vino molto piacevole ed equilibrato, leggero-ma niente affatto gracile- e delicatamente floreale, senza eccessi di note tropicali e alcol (12°5, finalmente!), con una elegante chiusura ammandorlata, che sollecita un secondo bicchiere.

Insomma il Verdicchio: un vino apparentemente facile per la sua piacevolezza di beva, ma per nulla banale e scontato. E’ un vino biologico, che nasce da vigne non trattate, e senza eccessi di solfiti (la cantina aderisce all’associazione Vino libero).

Si potrebbe anche dire un vino femminile, per la sua grazia, eppure dietro di esso c’è una storia tutt’altro che delicata e leggera: mi vengono appunto  in mente le pagine del libro di Aldo Cazzullo, “La guerra dei nostri nonni” che raccontano la vicenda davvero rocambolesca del nonno di Fulvia, Sante, fante-contadino diciottenne sopravvissuto al macello di Caporetto (siamo nell’autunno 1917) perché scambiato per morto , confuso tra i cadaveri dei compagni massacrati. Terrorizzato e con la polmonite fu salvato da una giovane donna friulana di Nimis , che lo curò e gli offrì rifugio nell’inverno del 1918. Arrivato a piedi ad Ancona, dopo essere sceso dal treno a Bari, sposò Nemorina Staffolani, con cui avviò un’attività commerciale di spezie  e liquori. L’azienda vinicola venne dopo, fondata da due dei loro 5 figli, Giovanni, padre di Fulvia,   e Paolo .

Fulvia produce anche un Verdicchio classico superiore e una riserva, oltre ad altri due bianchi della tradizione marchigiana, un Pecorino e una Passerina. Il più riuscito mi è sembrato il Doroverde, leggero anche nel prezzo (intorno ai 9 euro in enoteca).