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Categoria: libri
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Decanter, vol 45, n. 12, September  2020, £ 5.50

Decanter Sept. 2020 AIl titolo grande di copertina (Vini leggeri per l’estate) è francamente il meno interessante di questo numero. Tra gli altri in evidenza, il più stuzzicante  è quello  riguardante i nuovi crus bourgeois exceptionnels. Poi: i migliori 20 Cabernet del Capo, in SudmAfrica, gli chardonnay dell’Oregon e di Montagny, e-per la sezione Travel- un’escursione in Piemonte, prova della  crescente attenzione ai vini di  questa regione  da parte della comunità internazionale , sebbene di limitato interesse per il lettore italiano, essendo giocoforza abbastanza generico e turistico. Ad aprire il fascicolo è l’immagine (su due pagine) del dipinto di Gary Matt dedicato al famoso “Paris Judgement” del 1976, commissionato da Sir Peter Michael.

Con Spurrier, che organizzò la manifestazione, sono raffigurati i giudici della  storica sfida tra vini francesi e californiani. Dopo le notizie (l’andamento delle prevendite dei Bordeaux della vendemmia 2019 e il nuovo Centro culturale dedicato ai vini di Porto, 55.000 mq. di attrazioni e 105 milioni di euro di investimento), le lettere dei lettori e le pagine di Jefford (la bellezza dei vini nasce dal dialogo con la natura) e Johnson (la circolazione dei vini durante il lockdown), i weekday wines selezionati da Decanter (tra questi un Prosecco di Bortolomiol, un Pinot grigio dell’Isonzo e un Morellino). Si comincia con i “Lighter wines “ per l’estate: ovviamente in maggioranza bianchi (tra questi un Catarratto, con il secondo punteggio più alto, 93/100, e un altro bianco siciliano al sesto posto; poi  un Soave classico, 14°, e-più giù- ancora due siciliani  ,  un altro Soave e un Fiano pugliese). Tra i rossi sono stati scelti due vini della Valpolicella e un Dolcetto.

Eccoci ora ai crus bourgeois. I lettori mi perdonino una brevissima digressione  per spiegare meglio di che cosa si tratti, immaginando che questa classificazione sia meno familiare di quella napoleonica del 1855, alla quale sempre  si fa riferimento quando si  parla dei vini di Bordeaux. Provenienti  da proprietà non nobiliari od ecclesiastiche, hanno origini molto antiche, probabilmente nel XIII secolo: aumentarono di numero a partire dal XV secolo, allorquando alcune delle terre migliori cominciarono ad essere acquisite da borghesi, ma il loro massimo sviluppo si ebbe naturalmente   dopo la Rivoluzione, quando i privilegi dell’aristocrazia e del clero  divennero meno esclusivi. Una  prima lista di crus bourgeois, non sottoposta ad approvazione ministeriale,  fu stilata nel 1932 dai négociants  locali sotto l’autorità della Camera di Commercio di Bordeaux e dalla Camera  agricola della Gironda, individuando  444 crus, che già dal secolo avevano prezzi più alti dei semplici crus artisans. Un  sindacato dei crus bourgeois  effettuò una classificazione  dei vini dei vari Châteaux del Médoc nel 1966 e nel 1978, sebbene le regole ministeriali per la classificazione dei crus bourgeois secondo una gerarchia qualitativa (limitatamente alle AOC del Médoc) siano state definite  solo alla fine dell’anno 2000. Una nuova classificazione-molto contestata- dei crus bourgeois  sulla base di questi criteri fu effettuata nel 2003  e nuovamente nel 2009 dall’”Alliance des crus Bourgeois du Médoc”. La classificazione più recente, entrata in vigore  appena quest’anno, all’inizio del lockdown, prevede tre livelli ordinati gerarchicamente: crus bourgeois, cru bourgeois supérieurs ed exceptionnels. In base ai nuovi criteri, i crus exceptionnels devono essere stati riconosciuti come crus bourgeois per almeno cinque anni durante il periodo 2008-2016; qualora questo requisito non sia posseduto per intero, la loro qualità deve essere attestata sulla base di una degustazione cieca delle annate 2015 e 2016. Deve inoltre essere redatto un apposito dossier  che illustri le pratiche  adottate e il terroir. Si tratta di un riconoscimento importante, specie per le due categorie superiori, in quanto dovrebbe assicurare l’accesso a prezzi di vendita più remunerativi, visto  che numerose proprietà, per gli investimenti compiuti,  hanno ormai costi paragonabili a quelli dei crus inclusi  nel classement napoleonico.  Quest’anno hanno ottenuto il riconoscimento di cru bourgeois 249 Châteaux, dei quali 56 Crus Bourgeois Supérieurs e solo 14 Exceptionnels. Tra questi ultimi, per ragioni disparate, mancano alcuni crus exceptionnels delle precedenti classificazioni, come  Chasse-Spleen, Haut-Marbuzet, Labergorce-Zédé, Phélan Segur, Potensac, Poujeaux, Siran, Ormes de Pez e lo Ch. De Pez.  I magnifici 14 dell’annata 2016 sono stati degustati da Jane Anson, che ne riporta le note d’assaggio insieme con una breve descrizione della proprietà. I punteggi più alti (94/100) sono stati acquisiti  dallo Château Le Crock (St. Estèphe), e dallo Château Charmail (Haut-Médoc). Un punto al di sotto  sono tre Châteaux dell’Haut-Médoc (Arnauld, Belle-Vue  e Malescasse). Un livello superiore (92/100) è però riconosciuto anche agli Châteaux Cambon-la-Pelouse, Taillan (Haut-Médoc), d’Arsac (Margaux), Lilian-Ladouys e Le Bosq  (entrambi Saint-Estèphe).

L’altro argomento sul quale mi soffermerò é costituito dagli chardonnay di Montagny. Si tratta della più meridionale delle 5 appellations communales della Côte Chalonnaise, l’unica, con Bouzeron, a produrre esclusivamente vini bianchi, ma-differentemente da questa- a partire da  uve chardonnay, anziché aligoté. Vi fanno capo quattro comuni: oltre a Montagny-lès-Buxy , da cui prende la denominazione, Buxy, Saint-Vallerin e Jully-lès-Buxy. Con i suoi 49 Premiers crus , che coprono ben 211 ettari di vigna (l’area dei villages ammonta a 141 ha.), Montagny è l’AOC della Côte Chalonnaise con il maggior numero (e la maggiore superficie) di premiers crus. Meno conosciuti di quelli di altre denominazione, come Mercurey, Rully o Givry, i bianchi di Montagny sono freschi, piacevolmente fruttati , più floreali di quelli delle altre AOC della Côte, e hanno generalmente un buon rapporto qualità-prezzo. L’articolo di Andy Howard ad essi dedicato propone dieci produttori a suo parere più interessanti (tra questi anche alcuni grandi domaines, come Louis Latour, Joseph Drouhin e Olivier Leflaive) ma tra quelli più reputati della zona va sicuramente menzionato Stéphane Aladame, che produce diverse eccellenti cuvées premiers crus, e  va  ricordato l’encomiabile lavoro della cave coopérative dei Vignerons de Buxy. Tra gli assaggi di Howard i punteggi top (93/100) sono quelli di tre cuvées premier cru dell’annata 2018: il Les Coères  del Domaine Feuillat-Juillot, il Les Maroques di Aladame e il Montagny di Jean-Marc Boillot. Miglior rapporto qualità/prezzo è però quello del Montagny Vieilles Vignes della Cave coopérative Vignerons de Buxy 2016, 90/100 ad un prezzo di circa la metà delle altre citate.

Oltre agli articoli già annunciati nei titoli di copertina ce ne sono altri due: il primo di essi parla del nuovo fenomeno delle urban wineries, mentre l’altro è un profilo del Domaine de la Grange des Pères, proprietà iconica della Languedoc situata ad Aniane (una cittadina a ovest di Montpellier), che recentemente ha spuntato prezzi altissimi alle aste (fino a oltre 5.000 euro il rosso del 1992), inimmaginabili per un semplice IGP Pays de l’Hérault. Mi soffermerò un attimo, invece,  sul primo di essi, rappresentando le Urban wineries una novità nel mondo del vino.Esse, scrive Jason Tesauro, sono l’esatto opposto delle cantine più rinomate: niente punteggi e nessuna pretesa, più simili a delle birrerie.  La Tank Garage Winery , nella Napa Valley, è specializzata nella produzione di vini semplici, accattivanti e facili da bere prodotti da uve acquistate in un magazzino della Napa Valley. Grande popolarità ha  acquisito anche The Infinite Monkey  Theorem Urban Winery, a Texas Hill. Non ce ne sono solo in America: stanno infatti sorgendo iniziative simili anche in Inghilterra (quattro a Londra) e altrove. Amate dai giovani, ma anche da produttori ed enologi che vi vedono il segno di un rinnovamento, apportatore di nuove idee, oltre al merito di avvicinare al vino fasce di consumatori che si sono spostati piuttosto verso la birra, gli spirits  e altro. La chicca? Un Pet-nat di Eldorado County (California) dal nome Super Geisha di Tank Garage Winery, a cui Tesauro assegna 90/100.

Non potendomi dilungare eccessivamente sugli altri articoli menzionati, mi limiterò a dire che, per quanto riguarda l’escursione in Piemonte, le cantine suggerite da Alessandra Piubello per una visita, sono gli Antichi Vigneti di Cantalupo , Bera,  Braida, il Castello di Neive , Ceretto , La Raia, Malvirà, Marziano Abbona e Michele Chiarlo.  Nella degustazione dei cabernet sudafricani condotta  da Christian Eedes, Stellenbosch (con 15 vini su 20 presenti nella selezione) lascia le briciole agli altri terroirs: punteggio più alto i 97/100 attribuiti allo Stellenbosch 2017  di Starck-Condé. Gli chardonnay dell’Oregon: meno famosi dei pinot noir di quella regione, gli chardonnay della Williamette Valley stanno raggiungendo livelli qualitativi molto elevati.  Al vertice della selezione di Charles Curtis  sono due vini delle Eola-Amity Hills,  il  2018 di Lingua Franca  (ne è consulente il noto produttore borgognone Dominique Lafon ) e l’X Novo Vineyard della stessa annata di Walter Scott, entrambi con 96/100.Come sempre si chiude con gli spirits, le notes & queries, il market-watch e il vino-leggenda, che stavolta proviene dalla Loira. Il Pouilly-Fumé Silex 2002 del Domaine Didier Daguenau.