Decanter, vol 46, n. 1, October 2020, £ 5.50

Decanter Oct. 2020 AQuattro bottiglie di syrah sudamericani illustrano la copertina di questo numero interamente dedicato al Nuovo Mondo, e particolarmente al Sud America. Le nuove annate, le nuove tendenze, i nuovi personaggi del vino sudamericano rappresentano infatti il tema principale di questo numero.

Molteplici le degustazioni, a partire dal Panel Tasting dedicato appunto ai syrah sudamericani: poi è la volta dei migliori cabernet franc, dei red blends più smart, dei bianchi sudamericani della nuova era.

 

Da queste emerge chiaramente la  leadership di Cile e Argentina, che hanno iniziato prima il processo di internazionalizzazione, ma anche l’ascesa dei vini uruguayani (tre, con l’onnipresente tannat, e tutti con punteggi altissimi, tra i 93 e i 96/100 sono compresi fra i  migliori “great buys”  di blend rossi, e  un albariño entra in classifica tra i bianchi) e i  progressi del Brasile (è infatti brasiliano uno dei quattro syrah “outstanding”, insieme  a due cileni e un vino argentino della Uco Valley). Articoli monografici sulle nuove tendenze del vino cileno, il balzo in alto dell’Uruguay, le strade del vino brasiliano e la lunga intervista a Susana Balbo, grande donna del vino di Mendoza, approfondiscono poi il quadro altamente dinamico del vino sudamericano. Sudamericano, per la precisione cileno, è anche il vino leggenda scelto da Decanter per questo numero, il Seña 1997, formidabile cabernet sauvignon completato da un 16% di carmenere. Alla restante parte del Nuovo Mondo sono invece dedicati gli altri tre articoli di questo numero (a parte le pagine riservate agli spirits, questa volta dedicate ai cocktails con il rhum protagonista): il profilo regionale della McLaren Vale delineato da Sarah Ahmed, un ritratto della ben nota winery californiana Stag’Leap e il mistero del semillon gris mutante in Sud Africa. Infine, naturalmente, le consuete rubriche e le pagine dei columnists.

Di questo numero più che mai globalista ho scelto due articoli, quello sul Cile e quello sul semillon sudafricano. Il Cile è percorso da una spinta innovativa sconosciuta fino a pochi anni fa. Una nuova generazione di winemakers, scrive Peter Richards, che non ha mai conosciuto il regime di Pinochet, ha cominciato a far sentire la propria voce in un paese tradizionalmente conservatore con progetti molto innovativi. Andrés Sanchez, di Gillmore wines, afferma che  la scena del vino cileno sarà letteralmente rivoluzionata nei prossimi 30 anni. Tra questi nuovi pionieri l’entusiasmo è contagioso. Aurelio Montes dichiara apertamente: “Noi non siamo come Bordeaux. Non siamo impastoiati dalla tradizione. Noi vogliamo innovare e assumerci il rischio”. E le esperienze innovative non mancano: come quella di Viña San Pedro Tarapaca, proprietaria anche di Viña Leyda, che ha avviato un vero progetto sociale di vitivinicoltura presso la comunità mapuche di Buchahueico, impiantando -con ottimi risultati- pinot nero. “Noi cileni siamo orgogliosi della nostra cultura, vogliamo pagare il nostro debito con la storia e usiamo il vino per produrre un vero impatto sociale”. Così è anche la conquista del sud, un tempo ritenuto troppo freddo e troppo umido per coltivarvi la vite. Troppo caldo e secco il nord, la viticoltura cilena si è sviluppata soprattutto nell’area centrale, più temperata e accessibile dalla vicinanza con Santiago. Così l’azienda Montes, una volta paladina della tradizione nella vinificazione di Colchagua, si è spinta oltre i limiti piantando, nel 2018, una vigna nella piccola isola di Añihue, sulla costa orientale in una regione una volta conosciuta solo per la coltivazione delle patate. Già altri avevano tentato esperienze simili senza successo, ma Aurelio Montes ha studiato accuratamente il clima locale, l’esposizione, la temperatura dell’acqua, i venti e naturalmente i suoli. Ora pensa di installare anche le operazioni di vinificazione nell’isola, per produrvi riesling e spumanti. Si sperimentano nuovi modi di vinificazione, come il Florillon Semillon di Carmen, un vino impressionante maturato sotto la voile, o Viña Marty che ha cominciato a impiegare i lieviti del saké per ottenere una maggiore durata e struttura. I risultati? Tra i 12 vini bianchi di questi  autentici “trailblazers”, assaggiati da Richards, spiccano i 95/100 dello chardonnay Selección de Parcelas di Vinos Baettig 2018, mentre tra i rossi (tra i quali c’è anche un pinot nero dell’esperimento con la comunità mapuche), raggiunge i 94/100 un malbec di Curicó della Licantén Idahue Estate  2017.

Eccoci all’articolo sul semillon mutante, firmato da Malu Lambert. Il semillon, originario della Francia, nel bordolese, si è poi diffuso ampiamente in Australia e in Sud Africa.  In quest’ultimo paese, agli inizi dell’800, l’80% delle viti da vino erano costituite da semillon, che veniva localmente denominato groendruf (green grape). Nella regione del Capo, il semillon delle vigne più antiche (ve ne sono di centenarie) ha sviluppato una strana mutazione, nella quale l’uva assume una diversa colorazione, decisamente rosata, denominata gris. La stranezza di questo fenomeno consiste nella sua reversibilità. Una volta diventate rosse, le uve possono ridiventare bianche l’anno dopo, come ha verificato la viticultrice e protettrice di vecchie vigne Rosa Kruger, che, avendo prelevato dei tralci per dei nuovi impianti ha constatato che i nuovi grappoli erano di nuovo verdi. Nessuno conosce le ragioni di questo fenomeno, ma è probabile che si tratti di un modo di proteggere i grappoli da un irraggiamento solare assai più intenso e da condizioni UV molto diversi da quelli della Francia. Fatto sta che, nello Swartland e nel Franschhoek non è raro trovare vigne di semillon bianco e gris inframezzati. Vinificato in purezza oppure in blend i vini di semillon gris (generalmente il 12-16% di gris col  resto di bianco) hanno notevole complessità, con un aroma nel quale toni floreali sono associati a buccia di agrumi rossi e zenzero molto elegante. 96/100 il punteggio di un blend di semillon bianco e gris di Franschhoek di Alheit Vineyards, Le Colline 2018, appena un punto in meno il Damascene, da vigne piantata nel 1942 e nel 1962 (14% gris e il resto bianco) della stessa regione. Tra i vini da uve al 100% gris il punteggio più alto è stato raggiunto da un semillon dello Swartland, il Tin Soldier 2018 di Thorne e Daughters.