La Revue du Vin de France, no.645, Novembre 2020, € 7.20 in Francia, € 7.80 in Italia

RVF 645AIn primo piano, in copertina: 542 grandi vini per il 2012, coups de coeur dei degustatori della RVF; Saint-Émilion, duello al vertice della denominazione tra crus classés e premiers crus; affittare una cantina  fuori casa; e molti altri titoli più in piccolo. La parte maggiore di questo numero è riservata al  dossier dei grandi vini selezionati, tra tutte le appellations di Francia, dagli esperti della RVF: 65 pagine  sulle 168 totali.

Non è però su di esso-una specie di “Guide Verte” in miniatura-che mi soffermerò, lasciando il piacere della scoperta al lettore, ma sulla lunga intervista a Mark Angeli che apre il fascicolo e al duello dei Saint-Émilion , non senza però almeno accennare agli altri contenuti , compresi quelli non annunciati dai titoli di copertina. Dopo l’editoriale di Saverot, che spiega  la conversione della RVF ai punteggi in centesimi (ne ha parlato anche Carlo Macchi qualche settimana fa), le notizie di “En direct”, i commenti dei columnist (Baudouin si interroga sul valore della certificazione HVE- Haute Valeur Environmentale), un interessante reportage sui dieci indirizzi più à la page di Bordeaux per bere vino (tra questi anche un ristorante italiano, il  “Tentazioni” del sardo Giovanni Pireddu). A seguire:  l’inchiesta di Fabien Humbert sulla nuova  tendenza degli “stockeurs de vin”, che, come già da qualche anno in Inghilterra, offrono lo stoccaggio e la gestione delle proprie bottiglie in spazi dedicati, e-dopo il lungo inserto sui grandi vini della RVF e la grande  degustazione dei crus di Saint-Émilion- il ritratto di Casamayor dello Château Ducru-Beaucaillou , con annessa verticale di 11 annate dal 2003 al 2018 (19.5/20 a 2010, 2016 e 2018, 19/20 a 2005 e 2009), il confronto tra i Bandol rouge dello Château Pibarnon  e del Domaine La Suffrène, due stili diversi illustrati e commentati da Roberto Petronio. Per finire le altre rubriche de sempre (tra le quali le pagine sulle aste di Angélique de Lencquesaing), il vino leggenda (il Tokaji Aszù 5 puttonyios 1956 di Oremus) e il dibattito intorno a una bottiglia: lo Chardonnay Yattarna 2008 di Penfold’s (a parlarne sono Olivier Poels e Jean-Baptiste Thial de Bordenave).

Ma veniamo al “grand entretien” a Mark Angeli. Nuovo vigneron di culto dell’Anjou al Domaine de la Sansonnière (dal 1989), uno dei leader del movimento anti- INAO dei Vins de France, grande sostenitore della individualità dei terroirs vinicoli alla borgognona con le sue cuvées parcellaires (Blanderies, Fouchardes…), Angeli  ha una storia personale del tutto particolare, da lui ricostruita nella prima parte dell’intervista. Marsigliese di origini corse, inizia  studiando  chimica, poi lascia tutto per fare il muratore in Provenza. Crea un’azienda specializzata in restauri edilizi ad Aix-en-Provence. Poi un cliente bordolese paga un suo lavoro in vino, e lui, prima praticamente astemio, si appassiona , fa uno stage a La Tour Blanche (cru del sauternais) dove incontra Jean-Luc Dantou, anche controllore  Ecocert e sostenitore della vitivinicoltura bio. Angeli cerca una vigna  da comprare e la trova a Sansonnières, conquistato dalle vigne davanti casa, dalla cantina e dal Layon che scorre nelle vicinanze della proprietà . Un seminario di François  Bouchet al Domaine de la Coulée de Serrant lo fa innamorare della biodinamica. In breve diventa un vigneron di punta della sua zona, prende sotto le sue ali protettrici dei giovani talenti da guidare nei loro primi passi. Nel 2010 inventa la giornata della condivisione delle esperienze tra vignerons   per trasmettere le conoscenze . Nell’intervista Angeli parla della sua passione per  le potature (è un sostenitore del gobelet) e la loro importanza, delle sue esperienze senza zolfo (lui impiega solo quello vulcanico e ha adattato il modello di Pierre Overnoy, nel Jura, che prevede lunghi tempi di élevage per farne a meno), delle difficoltà incontrate con i vini liquorosi di  Bonnezeaux , che ha smesso di produrre dal 2006, pur amandoli moltissimo, e naturalmente delle sue critiche al sistema INAO delle appellations e di perché ritiene quella dei Vins de France una riposta inevitabile alla sua rigidità .

E infine eccoci a Saint-Émilion. Com’è noto, il Libournais era rimasto fuori dal classement napoleonico dei cru del Médoc del 1855. Mentre Pomerol ancora non si è dotato di un proprio sistema di classificazione se non informale, Saint-Émilion ne ha adottato uno suo per la prima volta nel 1955, giusto un secolo dopo quello del Médoc, ma, a differenza di quello, non ha optato per un sistema fisso, bensì  per uno da verificare periodicamente. Inoltre il metodo adottato non è basato sulle marche, bensì su un sistema complesso , nel quale sono compresi l’omogeneità e qualità del  terroir dal punto di vista topografico e pedologico , concorrente  per il 20% del punteggio dei grands crus  e per il 30% di quello dei premiers crus, e la qualità raggiunta , determinata dall’assaggio dei vini di dieci annate (50% del punteggio finale) nei grands crus e di quindici annate (30% del punteggio) nei premiers crus . Da quella data, il ranking è stato aggiornato cinque  volte dal 1969 al 2012, anno della  classificazione attualmente vigente. Oggi i crus classificati sono 64 e 18 i Premiers crus, a loro volta suddivisi in due fasce (nella prima, sono compresi Ausone, Cheval Blanc e i due aggiunti nel 2012, Angélus e Pavie, nella seconda gli altri 14, tra i quali Canon, Figeac e Fourtet). La RVF aveva già dedicato due ampie degustazioni sistematiche dei vini di Saint-Émilion, dedicando loro due dossier approfonditi: il primo, nel dicembre 2016, ai Premiers Crus, e il secondo, nel marzo 2019 ai Grands Crus. In questo terzo dossier, che anticipa il nuovo classement del 2022,  sono presentati gli assaggi alla cieca dei premiers crus del 2012 e dei 16 grands crus che avevano ottenuto i punteggi più alti: mescolati, e in ordini differenti tra gli assaggiatori per evitare ogni possibile forma di influenzamento, in due diverse annate, la 2011 e la 2014. I risultati non sono scontati. Mentre, per quanto riguarda l’annata 2011, la superiorità dei Premiers Crus appare evidente (sei dei migliori 10 assaggi, di cui i primi 5, sono risultati dei Premiers Crus), il décalage tra i due livelli non appare altrettanto netto  nell’annata 2014, anche se i quattro vini con i punteggi più alti sono ancora dei Premiers Crus. Per quanto riguarda i singoli è il trionfo di Ausone, primo in entrambe le degustazioni (97/100 l’annata 2014  e 98/100 la 2011). Alle  spalle del campione, però, i Premiers crus B  si prendono una rivincita sugli altri classés A. Nella degustazione del 2014 Beauséjour Duffau-Lagarrosse (HDL) e Pavie-Macquin sopravanzano Angélus, Pavie e Cheval Blanc, mentre in quella dell’annata 2011  ancora Beauséjour  HDL , Figeac e Pavie-Macquin hanno ottenuto valutazioni più alte di Cheval Blanc , Angélus e Pavie.  Un’apposita tavola sinottica , a conclusione del dossier, riporta le valutazioni dei diversi crus raggruppati nelle sette sottozone individuate dalla RVF nel dossier del 2019.Plateau storico-Côte Ouest, Plateau argilloso-silicioso occidentale, e Côte Sud-Vallon de Fongaban sopravanzano in quantità e qualità le altre quattro sottozone.