Wine Spectator, vol. 45, no.11, November 30, 2020, $6.99

WS Nov. 30 2020Il titolo grande di copertina é “Straight talk” (intervista in diretta), che é anche quello del programma del canale IGTV di Wine Spectator, nell’ambito del quale- sull’onda delle manifestazioni del “Black Live Matter “e del dibattito sviluppatosi a seguito dell’uccisione di George Floyd- é stato analizzato il tema principale di  questo secondo numero novembrino, quasi interamente dedicato alle “Black Voices”, i personaggi dell’enologia “nera” americana.

Si comincia con il drammatico report sugli incendi che hanno funestato anche quest’anno  la Napa Valley a partire dal 27 settembre . Più di 8.700 incendi selvaggi hanno bruciato oltre 4 milioni di acri (più di 1.500.000 di ettari) nella Napa, nella Sonoma e nei territori confinanti, con oltre 3.000 edifici distrutti e 23 wineries seriamente danneggiate. Tra le aziende distrutte é anche il Meadowod Resort di cui é comproprietario e “vintner” William Harlan. Meadowod é stata la prima azienda acquistata da Harlan nella Valley e, negli anni precedent, vi sono stati spesi non meno di 60 milioni di dollari per restaurarla e ristrutturarla. Nel 1984 vi era già stato un grande incendio nel corso del quale, come ha spiegato Harlan, intervistato da WS, era stata distrutta la clubhouse. Questo non sembra però aver scosso l’ottimismo di Harlan, che, ormai ottantenne, appare sicuro della ripresa e  del futuro della regione. Le prospettive immediate però sono drammatiche e si parla di millesimo perduto nella Napa e a Sonoma.

A parte la “Buying Guide”, che chiude tutti i numeri di WS, e le consuete rubriche, oltre al dossier dedicato alle Black Voices, sono solo tre gli articoli “esterni”: il primo dedicato ai vini sudafricani, mai così brillanti come in questo momento, un altro a quelli portoghesi, e il terzo al bourbon , il popolare whisky americano. Se si dovesse sintetizzare in una sola parola il succo dei primi due articoli, si potrebbe dire, a proposito del Sud Africa “Bianchi” e del Portogallo “Rossi”, almeno a giudicare dalle graduatorie dei punteggi assegnati dagli autori.Sono infatti sette su dieci (tra cui I primi tre) i bianchi nell’elenco dei top score di Aleks Zecevic , a partire da un formidabile chenin blanc non vintage dello Swartland (l’Olerasy di Mullineux), un solera, alla testa del gruppo con 97/100. Diversamente , nel report di Gillian Sciaretta, sono rossi i primi nove vini col punteggio più alto del Portogallo (su tutti il Quinta da Manoella Vinhas Vielhas 2017 di Wine & Soul, 97/100) e tutti provenienti dal Douro. Bisogna attendere il decimo vino della graduatoria per trovare un bianco, un Bairrada , il Goncalves Faria 2015,e, per trovarne altri, bisogna andare ancora più giù. E difatti le ultime tre vendemmie prese in esame (2015, 2016 e 2017), tutte caldissime, sono state eccellenti per I vini rossi. Tutte bollenti e molto secche, ad eccezione della 2016, caratterizzata da una primavera piovosa che ha innescato la peronospora, ma poi salvata da una stagione successiva secca e molto calda. Quanto al SudAfrica , 2015, 2017 e 2018 sono state annate molto favorevoli (92-93/100  i punteggi assegnati da WS), con la parentesi del 2016, un’annata torrida e molto secca, ulteriormente penalizzata dagli incendi, che ha portato raccolti scarsi e una scarsa omogeneità qualitativa. Tra le cuvée più riuscite , oltre  allo chanin di Mullineux, é il celebre Constantia 2017, a quota 95, in compagnia de Le Colline Vineyard 2018 di Alheit e di due vini della famiglia Sadie.

Saltando a piè pari la rassegna dei bourbon di Jeffery Lindenmuth,  vengo dunque al dossier che rappresenta l’ossatura centrale di questo numero. Il titolo generale assegnato al servizio, é “A Bigger World” (Un mondo più grande), alludendo all’apporto proveniente dalle differenze etniche e culturali per arricchire e rivitalizzare il mondo del vino. Esso si articola in tre  distinti articoli, il primo dei quali, “Otto leaders”, é una trascrizione parziale dei talk di otto personaggi che hanno dato vita alla serie “Black Voices” sul canale Instragram di Wine Spectator, sul quale é possible ritrovare anche gli episodi completi: tre donne e cinque uomini, tra i quali Mac Macdonald, fondatore e winemaker 77 enne di Vision Cellars, a Sonoma County,  tra i fondatori, nel 2002, anche dell’Association of African American Vintners, che si propone di  promuovere la diversità nel mondo produttivo, e primo winemaker nero a essere invitato come speaker ufficiale alla “Wine Experience” di New York organizzata da WS nel 2009. Tra le donne, non potendo parlare di tutte,  cito solo la giovanissima (trentenne) Brenae Royal, che, dopo aver accettato, poco prima di laurearsi, un internato presso il gigante del vino E. & J. Gallo, ha assunto l’incarico di vineyard manager a Monterosso, l’azienda di proprietà Gallo a Sonoma, dalla quale provengono  i cabernet della storica winery Louis Martini, ora di proprietà dei Gallo. Il secondo articolo del dossier, firmato da Ann Worobiec, dal titolo “Diversità in azione”, propone una mappa delle organizzazioni professionali e delle istituzioni  che supportano programmi  di un winemaking più inclusivo. In ambito educativo, é molto attiva la società non profit Wine Unify, mentre  Black Wine Professionals lo é nell’ambito della comunicazione. La già citata Associazione degli African American Vintners  supporta direttamente i viticultori, Urban Connoisseurs opera principalmente nel settore Vendite e Marketing. Sono diverse anche  le organizzazioni produttive (tra le quali la E. & J. Gallo) e gli  importatori e distributori (tra questi The Wine Noire) a promuovere azioni a favore dei vintners delle minoranze, mentre, nel campo dei consumi, si segnala l’impegno di  The Hue Society. Infine Gillian Sciaretta presenta il suo incontro con tre personaggi della “Nuova Guardia” del winemaking multiculturale. Tra questi anche Priyanka Dhar French, una giovane studiosa di scienza e tecnologia dell’alimentazione  di origine indiana (Mumbay), approdata all’Università di Davis in California e ora alla Signorello Estate.

Resta la Buying Guide, che chiude il fascicolo, con il suo lungo elenco di assaggi ripartiti tra le più diverse aree degli USA e del resto del mondo (ben 5 vini piemontesi, tre Barolo e due Barbaresco, svettano nelle vetrine dei vini più important, con punteggi di 95-97/100).  Un pizzico d’Italia é anche nella pagina del columnist Bruce Sanderson, intitolata “Il ritorno del Piemonte originale”, nella quale si sofferma sulla rinascita del Timorasso e sul lavoro di Walter Massa.