Decanter, vol 46, n. 3, December 2020, £ 5.50

Decanter Dec. 2020In copertina: Cabernet classici della California 2016, su tutto. Poi: Migliori acquisti del Rodano, Sparklings del Nuovo Mondo, Ultima annata di Bolgheri, Porto di quinta singola, i vini di  Wairarapa,  le donne dello Champagne, crociere fluviali nelle regioni vinicole. Tanta roba. E anche altro, non annunciato in copertina: ritratto di Standish Wine & Co., gli stili del whisky, itinerario a Singapore, e naturalmente le solite rubriche, le pagine dei columnists, il vino-leggenda (Tokaji Aszù 6 Puttonyos Nyulaszo 1993).

Parliamo innanzitutto di Bolgheri e della vendemmia 2017, una delle annate più calde e più secche della storia recente della Toscana: un inverno straordinariamente mite, con temperature superiori di  tre gradi della media stagionale, con piovosità nella norma e quindi la ripresa anticipata -di almeno due settimane- dell’attività vegetativa, poi un improvviso abbassamento della temperatura, appena mitigato dalla vicinanza del mare, il 9 aprile, con valori intorno allo zero, e una consistente risalita in maggio, molto caldo e asciutto. L’estate è stata rovente e praticamente secca, la prima pioggia è arrivata solo il 15-16 settembre. In queste condizioni, dopo una floraison avvenuta in condizioni abbastanza favorevoli, c’è stato un arresto dello sviluppo vegetativo e della crescita dei grappoli, con una diminuzione di circa un quarto della produzione. Le attese, dopo una grande annata 2015 e uno straordinario 2016, non erano affatto incoraggianti. Ciò nonostante le vigne, per la maggior parte impiantate tra il 2000 e il 2009, hanno sostenuto meglio l’impatto della siccità che in altre annate precedenti (come la 2003, la 2007 o la 2012) altrettanto torride e secche, grazie alla maggiore età acquisita. Le vigne più vecchie, come Sassicaia (1968), Ornellaia (1981), Guado al Tasso (1980) , hanno fronteggiato meglio la stagione avversa. C’è poi da considerare l’evoluzione del vigneto negli ultimi dieci anni, con la crescita del cabernet franc e la diminuzione del merlot, oltre alla maggiore esperienza dei produttori, che sono riusciti ad evitare esiti sovramaturi o marmellatosi. Insomma, per l’autore dell’articolo, Aldo Fiordelli, la 2017 ha riservato più di una sorpresa favorevole ai primi assaggi. I migliori? Dietro il Sassicaia- suo il punteggio più alto, 97/100- sono il Grattamacco, il Masseto (però con un valore di alcol di 15°5), l’Ornellaia, l’Argentiera e il sorprendente Scipio della Tenuta Sette Cieli, a quota 96. Si tratta in tutti questi casi di Bolgheri superiore, ad eccezione naturalmente del Masseto (merlot in purezza) e dello Scipio, 100% cabernet franc delle vigne più alte di Bolgheri, a 400 m. di altitudine.

Richard Mayson, grande specialista di Porto e autore di un libro di riferimento su questo tema, riferisce in un altro articolo, dei Porto Vintage di singola quinta (SQVP). Quali sono i migliori dieci secondo Mayson? Lo score più elevato (98/100) è quello raggiunto dalla Quinta do Bom Retiro  di Ramos Quinto, che però non è un Vintage, bensì un Old Tawny di venti anni. Un punto al di sotto è il Quinta do Vesuvio di Symington, un Vintage della torrida annata 2003, in compagnia di un formidabile Colheita 2005 della Quinta do Noval. Del gruppo delle migliori dieci cuvées secondo Mayson fanno parte anche il Quinta do Seixo 2013 di Sandeman, il Quinta do Malvedos 2008 di Graham, il Quinta do Bomfim 2009 di Dow’s, il Quinta da Gricha 1999 di Churchill’s, il Quinta de Vargellas 2005 (lo confesso, il Vinha Vielha è il mio preferito) di Taylor’s, il Quinta de la Rosa 2017 e il Quinta da Roeda 2004 di Croft. Questa graduatoria riguarda soltanto i Porto di questa categoria e non anche le cantine produttrici di vini non fortificati del Douro, che diversamente farebbero parte anch’esse - non manca di precisare Mayson- del gruppo dei migliori, come Ferreira o Quinta do Crasto.

L’ultimo articolo sul quale mi soffermerò un pò di più è quello firmato da Anne Krebiehl, recente autrice di un bel libro sui vini tedeschi, dedicato alle donne della Champagne. In questo momento l’attenzione dei commentatori è in misura crescente focalizzata sul ruolo della “diversity” come risorsa innovativa nel mondo del vino, come testimonia anche il recente numero speciale di “Wine Spectator” dedicato ai winemaker afro-americani e alla ricerca di una maggiore inclusività. L’articolo della Krebiehl si focalizza sul ruolo sempre più importante delle donne nel mondo dello Champagne, molte delle quali ora in posizioni di vertice o di grande responsabilità nello staff tecnico, accompagnando la storia di ciascuna di esse con la scheda di una cuvée rappresentativa della loro attività. Ad aprire la serie di otto ritratti scelti dalla Krebiehl, è Julie Cavil, chef de cave di Krug. Julie, come altre delle giovani chef de cave di cui si parla nel servizio, non proviene da una famiglia del vino della zona. Figlia di un medico in una regione senza viticultura, è approdata al mondo del vino (prima lavorava nel campo della pubblicità a Parigi) nel 2002 frequentando un corso di enologia seguito per assecondare e approfondire la passione sua e del marito per il vino. Un’anomalia nella Champagne. Lei, come altre delle donne intervistate, ritiene che il genere non sia rilevante, ma sia piuttosto la propria abilità la chiave per affermarsi.  Caroline Latrive, invece, è champenoise al 100%. Nata a Reims, ricorda ancora i profumi delle cuverie, nelle quali era stata da bambina accompagnando il padre. Ora è chef de cave di Ayala, ad Aÿ, dopo esperienze in molte altre Maison, tra le quali Bollinger. Chi è invece addirittura al vertice di una grande Maison storica è Vitalie Taittinger, nuova Presidente della Maison che porta il suo nome. Il padre lavorava alla Taittinger, ma teneva il suo lavoro ben separato dalla sua vita privata, mentre la madre, musicista ed amante dell’arte, organizzava concerti, esposizioni e incontri letterari. Dopo essere diventata disegnatrice, è stato solo pochi anni fa (nel 2016 ) che ha chiesto al padre, che aveva riacquistato Taittinger, di unirsi a lui e imparare. Altre quattro delle donne intervistate ricoprono l’incarico di chef de cave: Séverine Frerson presso Perrier-Joüet,Sandrine Logette  presso Duval-Leroy, Alice Tétienne da Henriot, e Gabrielle Bouby-Malagu (assistant chef de cave) alla Maison Gosset.Unica grower del gruppo,Nathalie Falmet, récoltant-manipulant e winemaker nella sua cantina nella Côte de Bar.

Resta da fare solo un cenno al resto di questo numero, ossia agli altri argomenti sui quali non potrò per motivi di spazio soffermarmi ulteriormente. Innanzitutto il Panel Tasting sui cabernet californiani del’annata 2016, una delle migliori degli ultimi venti anni in questa regione, e certamente la migliore degli ultimi cinque, devastati dagli incendi. I migliori cabernet di questa annata sono densi e concentrati, ma vibranti e senza alcuna lourdeur , di grande equilibrio e purezza.  E le valutazioni dei vini assaggiati riflettono questo giudizio complessivo. Ben 9 vini hanno infatti raggiunto il livello di punteggio (95) dei vini outstanding. Tra questi sono due cabernet di Stag’s Leap (Artemis e Cask 23), e due di Black Stallion (la cuvée Napa Valley e la cuvée Limited Release). Poco meno di 60 sono invece i vini che hanno raggiunto la soglia dei 90 punti (alla testa del gruppo, a quota 94, Montebello e Santa Cruz Mountains di Ridge).

Ho già fatto cenno alla selezione dei Best Buys del Rodano fatta da Matt Wells e a quella dei migliori sparklings del Nuovo Mondo di Dirceu Vienna, così come al report di Sarah Ahmed su Standish Wine & Co., winery top di Barossa, in Australia, e al profilo della regione di Wairarapa (Nuova Zelanda), uno dei migliori terroir per il pinot nero delle isole: di Urlar, Palliser, Ata Rangi, Te Kairanga le cuvées migliori.  Gli articoli residui sono per il whisky e i suoi stili e gli itinerari di viaggio con le grandi crociere fluviali e la Singapore di Ch’ng Poh Tiong. Il frutto come fulcro di tutte le qualità del vino è il tema della pagina di Jefford, mentre Hugh Johnson si sofferma sull’ascesa dei vini greci.