Decanter, vol 46, n. 5, February 2021, £ 5.50

Decanter Feb. 2021La “stellare” annata 2019 in Borgogna è l’argomento maggiormente in risalto sulla copertina di questo fascicolo davvero molto ricco. I temi interessanti, infatti, non mancano: rossi affidabili californiani (il Panet Tasting di questo mese); viognier oltre il Rodano; pinot noir dell’Oregon. E poi: la nuova star del sud, Pic Saint-Loup; liquori a basso contenuto di alcol o senza; infine, per la serie dedicata ai viaggi, quattro grandi “wine breaks” in Europa.

Soffermiamoci innanzitutto sul main topic di questo mese, l’annata 2019 in Borgogna, dopo aver accennato alle colonne di Andrew Jefford  su un sorprendente lašk rizling (il nostro riesling italico) sloveno prodotto da una avventurosa coppia irlandese e di Jane Anson sui cyber-attacchi che hanno turbato i sonni dei dirigenti delle aziende vinicole di tutto il mondo: tra queste quello che ha colpito la Campari nel novembre scorso. A parlare del 2019 borgognone è  Charles Curtis. L’annata 2019, come la 2018 e quella successiva del 2020, è stata un’annata molto calda, preceduta da un inverno molto mite, ma, a differenza di quanto accadde nel 2018, allorquando, dopo un’estate caldissima, si ebbe una vendemmia molto precoce, iniziata il 20 agosto, nel 2019 le temperature si si sono bruscamente abbassate  in primavera , con  una rovinosa gelata il 4 aprile, e le uve destinate a produrre vini villages o delle appellations regionali, specie quelle situate più in basso, hanno riportato  danni rilevanti. A maggio il tempo  è ritornato bello e le viti hanno ripreso la crescita, ma nel mese di giugno la temperatura si é nuovamente abbassata e sono cominciate  le piogge, complicando ulteriormente le cose con lo sviluppo frequente di millerandage. A fine mese di nuovo il caldo, molto caldo, si sono raggiunti i 40° nella prima di due forti ondate di calore, che ha comportato una riduzione dei volumi (anche se non come nel 2016), poi, fortunatamente, qualche pioggia di agosto ha ristabilito condizioni più favorevoli, permettendo alle uve di entrambi i colori di conseguire un buon equilibrio tra struttura, ricchezza e finezza. Quattro bottiglie, alla fine, secondo la scala di Decanter,  la valutazione media dei vini bianchi e un po’ di più (quattro e mezza) per i rossi: insomma sui livelli del 2016 per quest’ultimi, e leggermente meglio delle due vendemmie precedenti (2017 e 2018). I bianchi risultano in linea con 2016 e 2017, ma meglio della 2018, pur senza raggiungere i livelli di 2014 e 2010, le due sole annate in cui i bianchi borgognoni hanno raggiunto le 5 bottiglie nell’ultimo decennio.

Quanto ai top score nelle varie appellations, le gerarchie sono più o meno quelle di sempre. In Côte-de-Nuits: 100/100 per il Clos de Bèze di Armand Rousseau a Gevrey-Chambertin, 98/100 per il Clos des Lambrays e il Clos de la Roche di Dujac a Morey-St. Denis, 100/100 per il Musigny di Georges Roumier a Chambolle-Musigny, 100/100 per il Romanée-Conti a Vosne-Romanée (99 a La Tache, La Romanée del Comte Liger Belair e il Richebourg di Méo-Camuzet) , 98/100 per il Clos de Vougeot del Domaine de l’Eugénie a Vougeot, 96/100 per il premier cru Les-Saint-Georges di Thibault Liger-Belair a Nuits-Saint-Georges. Colpisce il 96/100 della cuvée Ancestrale di Sylvain Pataille nella ben più modesta appellation di  Marsannay.

In Côte-de-Beaune, il vino top della vendemmia, per Decanter, è il Montrachet dei Comtes Lafon (99/100, punteggio più alto tra i bianchi di tutta la Borgogna), seguito da altri vini della stessa denominazione tra 97 e 98/100;  i Meursault Perrières dei Comtes Lafon e Roulot si attestano a quota 97, mentre un punto al di sotto sono i Corton-Charlemagne di Bonneau de Martray e Pierre-Yves Comin Morey. Tra i rossi della Côte-de-Beaune, fa da battistrada, con 96/100, il Corton rouge del Domaine de la Romanée-Conti, seguito, a quota 95, da un ristretto gruppetto di grands e premiers crus, come il Corton Renardes di Thibault Liger-Belair,  i Volnay Santenots du Milieu dei Comtes Lafon e  Clos des Ducs di D’Angerville, il Beaune-Grèves Vigne de l’Enfant Jésus di Bouchard, e due vini provenienti da appellations relativamente minori: il Savigny-Lès -Beaune La Dominode di Bruno Clair e il Santenay Les Gravières di Anne-Marie e Jean-Marc Vincent.

Nelle due regioni meridionali, Côte Chalonnaise e Mâconnais, al vertice, con 93/100 sono rispettivamente il Bouzeron dei De Villaine e il Clos du Four Macon-Milly-Lamartine dei soliti Comtes Lafon tra i bianchi, e il Givry rouge Clos Salomon del Clos Salomon tra i rossi, con 92/100.Infine, per quanto riguarda le appellations régionales, al vertice è un altro  vino del talento Sylvain Pataille: 94 punti per il suo Bourgogne Chapitre blanc, seguito- per quanto riguarda i rossi- dal Bourgogne Pinot noir di Denis Bachelet. Fa piacere trovare in classifica tra i vini “Top Value” il Passetoutgrain L’Exception del Domaine Lafarge, un omaggio all’antica tradizione di questo vino.

Debbo sorvolare sulla consueta vetrina dei “Weekday wines”, a cui si aggiunge ora quella dei “Weekend wines per accennare appena alla selezione dei bianchi, rosé, dolci e fortificati “dell’anno”. Tra i bianchi, al vertice, secondo Decanter, é lo Chardonnay di Margaret River di Flametree Wines 2019, 96 punti; tra i rosé il Rosé Fleuri Coteaux-d’Aix-en-Provence 2019 dello Château Barbebelle , 93/100;  tra i fortificati , il Rueda Dorado non millesimato di Bodega de Alberto, 97. Sono numerosi anche i vini italiani in classifica, con il Verdicchio dei Castelli di Jesi in evidenza.

Mi soffermo un po’ di più, invece, sul report di Jefford sull’appellation Pic-Saint-Loup, sempre più star della Languedoc. Si tratta di un vero e proprio elogio di questa zona della Languedoc, fino a non molto tempo fa area di pascolo più che di vigne, che in breve tempo ha compiuto un’ascesa senza precedenti pur nel quadro di una generale rivalutazione del terroir languedocien. Il miracolo è stato compiuto dal syrah: a parte il Rodano settentrionale, nessun altro syrah di Francia, secondo Jefford, ha un profilo aromatico paragonabile a quello di Pic -Saint-Loup. Consigliato in tutta la Languedoc negli ultimi decenni del ‘900 come “cépage amélieurateur” , la percentuale di syrah nel “cahier de charges” è sensibilmente aumentata tra il 2009 e il 2016. Il riscaldamento climatico ha poi in parte ridimensionato i vantaggi apportati dal vitigno un po’ in tutta la Languedoc, troppo calda per una varietà che ama i climi freschi e umidi, ma non a Pic-Saint-Loup.  Questa zona è più fresca e assai più umida del resto della regione (fino a 1.000 mm. di piogge annue), le escursioni termiche giorno/notte sono importanti, e vi soffiano spesso sia il mistral che la tramontana. Qui il syrah è floreale, molto seduttivo. Nei 1.300 ettari attualmente in produzione, rappresenta il 50% dell’area vitata. Il resto sono le classiche uve del sud: grenache (nelle sue migliori espressioni ha notevole distinzione, più simile a quella di Gigondas che di Châteauneuf-du-Pape) e mourvèdre, che incontra maggiori difficoltà, principalmente, e poi, naturalmente,carignan,  cinsault, cunoise, monastrel , un po’ di grenache gris.  I vini sono principalmente rossi, e per circa il 30% rosé. I suoli delle vigne sono decisamente calcarei, sia pur con numerose differenze interzonali, comprendenti marne e graves calcaree di origine glaciale, generalmente ad altitudini tra i 100 e i 300 metri. Sono ormai molti i Domaines (una sessantina) di bella distinzione: oltre   al Domaine de l’Hortus, da quattro decenni punto di riferimento di quest’area, che con il Mas Bruguière, condivide una splendida posizione nella spettacolare Combe de Fambetou, vanno menzionati la Bergerie du Capucin, lo Château de Lancyre, il Domaine Puech-Haut , il Domaine Pegaline e diversi altri, tra cui il colosso dell’appellation, con i suoi 106 ettari, il Domaine Haut-Lirou. Nella classifica personale degli assaggi di Jefford è il Dame Jeanne 2018 della Bergerie du Capucin, seguito da un terzetto costituito dall’Arbouse 2018 di Mas Bruguière, L’Elementaire 2019 del Domaine Pegaline e la Grande Cuvée 2017 dello Château de Lancyre.

Sono costretto per ragioni di spazio a limitarmi a soltanto citare tre report di degustazioni non prive d’interesse.  Il primo è il   Panel tasting sugli “affordable reds” californiani (a base principalmente di cabernet sauvignon, zinfandel e pinot noir), che testimonia il raggiungimento di un più che buon livello qualitativo, pur con un lieve deficit di complessità ed eleganza (la star è un Pinot noir di Carneros, l’Avant Garde 2018 del Domaine Carneros, 95/100 e un prezzo accettabile sui 23-25 pounds). Il secondo è l” ’Expert Choice” di Charles Curtis sui pinot noir dell’Oregon, ormai accreditatosi come una delle 3-4 zone elettive per questo vitigno nel mondo oltre alla Borgogna (sono ben cinque i vini “americani” di Véronique Drouhin ). Infine Fiona Beckett illustra i viognier del mondo al di fuori del Rodano e sceglie i suoi preferiti. Sorprendentemente al vertice è un viognier della Languedoc, La Verité, Pays d’Oc 2018 di Laurent Miquel, tra molti australiani, sudafricani, californiani e del sud della Francia c’è anche un viognier siciliano (il Terre Siciliane Vola Vola 2019 di Fina , 90/100).

Segnalo un articolo riguardante l’impiego del diossido di zolfo, i cosiddetti solfiti. Rupert Joy cerca di mettere ordine in una materia sulla quale, in questi ultimi anni, i consumatori sono diventati maggiormente sensibili facendone una delle questioni più “divisive” del mondo del vino. Bisogna innanzitutto distinguere termini tra i quali si fa spesso confusione: lo zolfo è impiegato solitamente come fungicida in vigna   e in passato era largamente utilizzato nelle cantine e nei fusti della vinificazione per disinfettare da batteri e lieviti nocivi. I solfiti o diossido di zolfo, oltre a essere in parte prodotti naturalmente dai lieviti, sono aggiunti, in maggiore o minore quantità nelle diverse fasi del processo di trasformazione in vino, dalla vendemmia alla fermentazione e all’imbottigliamento. Infine i sulfidi sono componenti volatili dello zolfo (ad es. i mercaptani), che, quando sono ad alti livelli, producono diversi “wine faults” olfattivi (riduzione, uova, odori vegetali). Per Rupert i solfiti proteggono i vini ma possono anche inibire: per lui i vini con solfiti aggiunti sono più consistenti e stabili, ma non riescono a sviluppare la stessa intensità aromatica   dei vini senza solfiti. Tra i vini senza solfiti o con livelli molto bassi selezionati da Joy, i più alti punteggi sono, per i bianchi, quello de l’Evidencia 2017 di Clos Lepeyre (92/100), e per i rossi quello dell’Etna rosso Mun. Jebel 2016 di Cornelissen (94/100).

Naturalmente c’è anche altro: una selezione di vini dell’Italia settentrionale, escludendo il Piemonte e il Veneto, le regioni più conosciute, scelti tra i “Best in show” dei DWWA; il consueto profilo di  produttore (la scelta di questo mese è Grosset, produttore di riesling di classe mondiale nella Clare Valley); un articolo di Julie Sheppard sul fenomeno crescente dei liquori senza alcol o a basso contenuto di alcol , la cui domanda è cresciuta del 499.5% tra il 2014 e il 2019  e si prevede in ulteriore crescita di un ulteriore 40% negli anni successivi, fino al 2024. Poi, nella consueta sezione dedicata ai Travel, Fiona Sims raccomanda quattro soggiorni brevi in diverse zone vinicole d’Europa. La prima di esse è l’Etna, le altre Vienna, il Penedès spagnolo, terra dei cava, e la Loira. Naturalmente ci sono tutte le altre rubriche di sempre, per finire con la Wine legend: il Cabernet Sauvignon Cap Mentelle 1983.

Italia 2021

Ampio e coloratissimo, il fascicolo rappresenta un corposo supplemento di 108 pagine alla rivista mensile, pubblicato annualmente, una specie di numero monografico che intende fornire ai lettori un panorama dettagliato dell’evoluzione del mondo del vino nel nostro paese. Sono moltissimi gli articoli degni di interesse, sui quali, purtroppo, per ragioni di spazio, non potrò soffermarmi, ma mi limiterò a indicare come un menu per stuzzicare l’appetito dei lettori che potranno eventualmente leggerli sulla rivista. Dopo l’editoriale di James Button, dal significativo titolo “Neanche la Francia…” per sottolineare la straordinaria ricchezza e varietà dei vini italiani, Andy Howard indica i migliori 20 vini italiani food-frendly; i chair regionali dei DWWA riportano, regione per regione, le schede dei vini “Best in show” delle diverse regioni italiane; Stephen Brook sceglie i suoi 10 crus  high-profile di Barolo e Barbaresco; Richard Baudains  parla dei pionieri dello sparkling del Prosecco superiore; Andrea Briccarello riporta l’”Expert Choice”  per quanto riguarda il Valpolicella; Emily O’Hare celebra il risorgere della fenice (il Chianti classico);  Monty Waldin segnala 10 aziende “da conoscere” del Brunello; Sarah Lane guida i lettori di Decanter in un itinerario nelle terre dei Lambruschi; Susan Hulme invita a scoprire il Sud Italia attraverso 12 vitigni autoctoni eccezionali indicando i suoi vini  preferiti, mentre Aldo Fiordelli propone “ a closer look” sulla Campania. Infine James Button parla di come investire sui vini italiani, Mike Garner indica le  stelle italiane del futuro scegliendo  i suoi migliori.