Wine Spectator, vol. 46, no.2, May 31, 2021, $6.99

WS May 2021La copertina é tutta per Carmelo Anthony, star del basket NBA, e la sua passione per il vino. Poi:   rossi di  Borgogna dell’annata 2018, le verdure nella cucina di José Andres, cocktails a base di tequila, il meglio del Cile e syrah californiani.  

Sorvolerò sul consueto corredo di rubriche e di pagine dei commentatori , passando oltre  anche l’ampio servizio-intervista  dedicato ad Anthony, a quanto sembra, grande esperto di canestri e di vini pregiati (nella sua borsa  un Margaux e due Clos de Vougeot, e scusate se é poco), con annesso articolo-satellite sugli altri idoli del basket professionistico anch’essi wine-lovers , e l’incontro con lo chef Andres e le sue coloratissime ricette a base di verdure.

Mi soffermerò invece un po’ sul  report di Bruce Sanderson, nella parte centrale della rivista,  dedicato ai rossi borgognoni della bollente (e genrosa sotto il profile delle quantità) annata 2018. Se, fino agli anni duemila, le annate “classiche” in Borgogna erano, all’incirca una su dieci, calde e secche e si vendemmiava a partire dalla seconda settimana di settembre -ottobre, ora quelle calde e secche sono nove su dieci , e si vendemmia a partire da fine agosto. Fortunatamente escursioni notturne, un duro lavoro in vigna e vinificazioni più dolci, riescono ugualmente a produrre vini piacevoli e freschi con gradazioni alcoliche, che , sebbene  cresciute rispetto al passato, non lo sono nella stessa misura di quelle delle  altre grandi regioni del vino. Per WS l’annata 2018 (i lettori sono già abbastanza familiarizzati al sistema di valutazione adottato dalla rivista) vale 93 punti per i rossi della Côte-de-Nuits (ricchi, concentrati, piacevoli per il frutto giovanile, talvolta però-quelli meno riusciti- tendenti al  marmellatoso) e 92 per quelli della Côte-de-Beaune (freschi, fruttati, di piacevolezza immediata con eccellenti riuscite nelle piccole appellations). Un risultato più che buono, anche se le annate migliori del decennio, secondo WS, restano la 2015 (altra annata voluminosa), 98 punti, e la 2016 , più fresca, con un punto in meno. Per la rivista- a parte la debole annata 2011- superano comunque il risultato della 2018  la 2009, e, più sorprendentemente, 2012 e la 2014 (95/100), queste ultime ritenute superiori anche all’annata 2010, l’unica – con la 2015-dell’ultimo decennio valutata cinque bottiglie su cinque da Decanter e  quattro e mezzo da Burghound, che,  diversamente da WS, valuta quelle due annate solo tre stelle . Esaminando la lista delle cuvée top elaborate da Sanderson, si nota immediatamente la sovra-rappresentazione dei grand crus di Gevrey-Chambertin, soprattutto Chambertin e il Clos de Bèze, testimoniata anche dal vertice in solitudine conquistato dallo Chambertin di Armand Rousseau (98/100). Vosne-Romanée é presente tra le posizioni di testa (una quindicina di vini) solo con un Richebourg (del Domaine Méo-Camuzet). Delle altre,  due sono attribuite ai grands crus della vicina  Flagey-Échezeaux, due ad altrettanti Clos de Vougeot,  due a premiers crus di Chambolle-Musigny (Les Amoureuses e Charmes, manca però il grand cru Musigny), due a Bonnes-Mares e una a un  Corton Le Rognet. Sono del tutto assenti , in questa classifica,  i grandi Clos di Morey-Saint Denis , così come gli altri cinque grands crus di Vosne-Romanée, anche se non é chiaro se fossero tra I 450 vini assaggiati.

L'altro articolo di questo numero di cui parlerò brevemente (ne é autore Robert Camuto) é quello satellite -non annunciato tra i titoli di copertina- del report appena descritto, dedicato a Jean-Nicolas Méo e al   Domaine Méo-Camuzet. Quest’ultimo, come é noto, ha  sede a Vosne-Romanée  e consiste di circa 18 ettari di vigne, tra le quali  preziose parcelle nel Clos de Vougeot e nel Richebourg (i loro vini sono entrambi compresi nella lista dei migliori di Sanderson), ed altri grands crus, oltre al ricercatissimo Cros Parentoux. Ora possiede anche un’estensione  nell’Oregon, nel quale é recentemente approdato , seguendo la via già tracciata da  altri Domaines borgognoni, come Drouhin, Jadot,   il Comte Liger-Belair, e la Maison champenoise Henriot, proprietaria del Domaine Bouchard Père et Fils, che vi avevano creato delle nuove wineries. Avviato ad una carriera nel mondo del business a Parigi, alla metà degli anni ’80, Méo fu convinto dal padre a farsi carico del loro Domaine  di Vosne-Romanée, altrimenti destinato alla vendita. Completata la sua formazione Méo si insediò a Vosne-Romanée nel 1989. La sua esperienza nel campo era ancora scarsa, e la proprietà aveva bisogno di profondi cambiamenti, ma ebbe la fortuna di poter contare sul sostegno di due mentori importanti: innanzitutto il grande Henri Jayer, di cui si considera un allievo, e Cristian Faurois, figlio di un altro degli affittuari che avevano curato le vigne. Il resto é storia nota: il rilancio della proprietà, l’avvio , negli anni duemila, di un’attività di négoce , la Méo Frère et Soeurs, infine, l’avventura più recente, quella  in Oregon. Méo, come già altri imprenditori vitivinicoli della Borgogna,  era interessato ad espandere la propria attività, ed aveva inizialmente guardato al più vicino Beaujolais, una regione dal grande potenziale qualitativo, ma fu scoraggiato dailla scarsa remuneratività anche dei vini migliori. L’opportunità di una partecipazione americana gli venne offerta da Jay Bob Boberg,  artista e imprenditore musicale, da tempo suo amico e compagno di bevute. Quando Boberg ebbe l’idea di aprire una nuova winery nell’Oregon, ed era alla ricerca  di partners , finanziari e tecnici, anche su consiglio di  Véronique Drouhin, contattò Méo che  fu subito entusiasta della proposta. Dopo varie esperienze nella Williamette Valley , I due soci acquistarono Bishop Creek Vineyard, una vigna di 15 acri , nel terroir di Yamhill Carlton. Oggi, anche acquistando da altri produttori, la Nicolas -Jay (derivante dalla fusione dei loro nomi) commercializza circa 3.000 casse l’anno, principalmente di pinot noit (il Williamette Valley Pinot noir, la cuvée più economica, importata in Italia da Sarzi,  il Dundee Hills Nysa e la cuvée principale, da Bishop Creek) e un po’ di chardonnay. Méo solitamente si reca 4-5 volte l’anno in Oregon, ed é coadiuvato sul luogo da una giovane enologa originaria dello stato di Washington, Tracy Kendall, che aveva fatto parte della squadra di David Paige ad Adelsheim (altra ben nota winery dell’Oregon). Considera quella in Oregon una sfida importante, in un territorio che ha caratteristiche molto favorevoli alla produzione di ottimi pinot noir, se pur diverse da quelle della Côte de Nuits: in Oregon la maturazione delle uve non costituisce mai un problema, come può esserlo talvolta in Borgogna, mentre, al contrario, può esservi un problema di acidità. La cultura vitivinicola dei due paesi é diversa, ma le AVAs dell’Oregon sono realmente distintive, anche se ovviamente non raggiungono il livello di precisione di dettaglio delle appellations borgognone .

Prima della “Buying Guide” che  chiude tutti i numeri di WS con la sua miriade di assaggi di vini di tutto il mondo, ho tempo soltanto di accennare agli altri due articoli “vinicoli” di questo numero.  Il primo é il report di Kim Marcus sulla felice vendemmia 2018 in Cile : 92/100, sui livelli dell’annata 2015, dopo due millesimi (2016 e 2017) piuttosto deludenti. L’altro articolo , di Tim Fish, riferisce della California “rodaniana”, l’altra anima del Golden Country, meno rappresentata di quella “bordolese” del cabernet, e che predilige le varietà della Valle de Rodano (syrah e grenache  innanzitutto). L’annata 2018 é stata molto favorevole per i “Rhone vintners”, soprattutto a Paso Robles (92-95/100), da cui proviene anche la cuvée col più alto punteggio della degustazione (97/100 per il blend di  grenache James Berry Vineyard Willow Creek di Saxum) e Santa Barbara , dove l’Alban Winery piazza ben tre cuvée di distinti vigneti dell’Edna Valley nel gruppo dei vini top con 95/100. Molto buono il risultato globale anche della regione di Napa, mentre leggermente sotto tono rispetto agli altri terroirs appare Sonoma.