Szepsy e FrancesconiLe degustazioni guidate del Merano Wine Festival di quest’anno erano 11, per la maggior parte riguardanti vini di note case italiane in verticale (Allegrini, Kante, Isole e Olena, Mastroberardino , Pepe, San Michele Appiano) . Per quanto riguarda i vini esteri, questa volta non è stata, come negli altri anni, la Francia a fare la parte del leone: accanto allo Champagne Charles Hedsieck c’è stato, per la prima volta in questa manifestazione, l’ingresso di un vino spagnolo , il Montilla-Moriles Pedro Ximenez, e di uno ungherese, il Tokaji Aszú. Sono appunto queste ultime quelle che ho scelto di seguire, un po’ per curiosità, un po’ per l’eccezionalità della loro presenza in una manifestazione italiana. (Nella foto Istvan Szepsy-a destra-  e Mariano Francesconi alla verticale di Tokaji Aszù)

Montagne MeranoA causa del maltempo sono arrivato a Merano più tardi del previsto. C’è stato appena il tempo di passare all’albergo (il solito,affidabile Sittnerhof) per lasciare i bagagli e poi alla segreteria stampa, al Palazzo Forst, per ritirare il talloncino dell’accreditamento. Non restava che andare a cena e poi a letto non troppo tardi per trovarsi pronti per l’indomani. (Nella foto una immagine delle montagne innevate sopra Merano).

I tre moschettieriUn paio di anni fa aveva sorpreso un po’ tutti, in una degustazione dedicata agli spumanti che io chiamo “eretici”, ossia quelli che, elaborati con il metodo champenois, non provengono però da zone classiche ( lo Champagne, com’è ovvio, ma anche quelle che hanno da tempo uno status riconosciuto per i loro spumanti, come la Franciacorta o il Trentino) e sono prodotti con uve di varietà autoctone, diverse dallo Chardonnay e il Pinot Noir. Si trattava del Riserva Nobile della cantina D’Araprì, di San Severo di Puglia: uno spumante proveniente da un terroir del tutto privo di una tradizione consolidata in questo campo, e da un’uva, il bombino bianco, fino ad allora poco apprezzata e impiegata solo in blend con altre varietà per la produzione di vini fermi piuttosto semplici. (Nella foto accanto, i tre proprietari della cantina D'Araprì)

Cresce il numero dei Susie-lovers, come gli anglofili chiamano gli appassionati del Susumaniello, una varietà di uva da vino, che si riteneva originaria della Dalmazia, ma praticamente conosciuta solo in Puglia, nelle province di Brindisi e, in parte, di Bari . Quasi estinta appena alcuni anni fa (nel 2006 ce n’erano solo 13 ettari), é ora riscoperta e vezzeggiata come mai in passato sull’onda lunga della rivalorizzazione degli autoctoni.

Parliamo ancora di vini di Borgogna,questa volta bianchi : non dei grandi crus di Corton, Puligny e Chassagne, bensì di tre vini considerati minori, che mi hanno particolarmente colpito in queste ultime settimane. Due di essi   provengono dalla varietà dominante , tra quelle a bacca bianca, dell’intera Borgogna, lo Chardonnay. Il terzo , invece, è prodotto da una piccola grande varietà, un tempo molto diffusa nella regione , poi distrutta dalla fillossera e soppiantata dai nuovi impianti di Chardonnay, ma che alcuni produttori coraggiosi hanno voluto riportare in vita: l’Aligoté