Come mancare al consueto appuntamento di san Francesco all’Enoteca de Pascale, dove un  agguerrito gruppo di giovani sommeliers ed appassionati si riunisce tutti gli anni, in orario di chiusura, per festeggiare , con numerosi assaggi, il loro amico e ospite Francesco? Mi sono quindi ritrovato in un fine settimana che si annunciava piovoso e che tale è stato, per fortuna prevalentemente di notte, ad Avellino, dove , insieme con gli altri amici, l’una dopo l’altra, abbiamo bevuto (sì, bevuto, perché Francesco non ama i crachoirs) dieci bottiglie di vini diversi, come, di consueto, molto differenti tra di loro, e sadicamente proposti in blind tasting  , ad eccezione dei primi quattro (tre bianchi e uno spumante), come piace al nostro ospite.

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Come non innamorarsi subito di queste vigne , immerse nella macchia mediterranea e dolcemente degradanti sul  mare azzurrissimo della zona più protetta della riserva marina di Santa Maria di Castellabate? Parlo dei 4,9 ettari vitati (su un totale di 20) dell’Azienda agricola San Giovanni di Castellabate, in pieno Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diana , situata  in un ecosistema incontaminato che ha pochi eguali nel mondo. Questa piccola azienda vitivinicola prende il nome  dalla  Chiesa  di San Giovanni , costruita nel 957 da Ligorio di Atrani nei pressi dell’omonimo monastero, i cui resti, in verità alquanto degradati, sono a un tiro di schioppo (nella foto sopra, uno scorcio del pendio sul quale si arrampicano le vigne).

E’ toccato al  Fontalloro aprire le due degustazioni dedicate ai grandi vini da Sangiovese (nell’altra sono state degustate altrettante annate di Flaccianello della Pieve) in questa  manifestazione gemella del Milano Wine Food Festival. E’ Ian D’Agata il gran regista delle degustazioni guidate di questa prima edizione: con lui sono anche Giuseppe Mazzocolin, responsabile commerciale dell’azienda Felsina, produttrice del Fontalloro, e il giornalista Fabio Turchetti.

Il Vinitaly, si sa, è la più grande (nel senso letterale del termine, per dimensione e numero di visitatori) manifestazione enologica d’Italia. Lo si può amare oppure no-personalmente soffro un po’ il gigantismo- ma è un evento che nessun amante del vino può trascurare.

La Calabria è stata finora un po’ la Cenerentola (ma senza lieto fine) dell’enologia del Sud: per nulla in grado di competere con le due principali regioni confinanti , la Sicilia e la Campania, che già da diversi anni si sono portate a ridosso delle migliori aree enologiche nazionali per numero di aziende di qualità e riconoscimenti , ma neppure con la Puglia, a cui i fenomeni Primitivo e Nero di Troia hanno dato nuovo impulso, e con la piccola Basilicata, nella quale l’area, pur ridotta, dell’Aglianico del Vulture rappresenta il punto di forza.