La Svizzera è una terra ai più nota forse per le sue banche e le sue fabbriche di orologi, più che per il vino, eppure, in diversi suoi cantoni, si producono ottimi vini. Ad es., nella zona del Valais, quella più vicina al Rodano, oltre ai delizioni Fendant (Chasselas) bianchi, si cominciano a produrre Syrah di tutto rispetto, oltre a un raro e spesso sorprendente Cornalin (che peraltro non ha nulla a che vedere con il suo omonimo valdostano). Ma se il Valais è il cantone con la tradizione vitivinicola più lunga, il più famoso della cosiddetta Svizzera “francese”, che comprende, tra gli altri, anche i cantoni di Vaud, Ginevra e Neuchâtel (ho buoni ricordi di cene a base di Oeil de Perdrix, un delicato Pinot Noir rosé, molto fruttato), quello che produce da solo più di un terzo del vino svizzero, il Ticino con il suo Merlot, specie a partire dagli anni ’90, ha imboccato con decisione la strada della qualità, producendo vini degni di attenzione e meritevoli di essere conosciuti al di fuori del mercato locale.

La degustazione di cui si parla in questa occasione riguarda alcuni interessanti Merlot ticinesi della vendemmia 2007, una vendemmia ritenuta in zona piuttosto buona, assaggiati insieme con altri Merlot “del mondo”, in occasione dell’interessante Convegno internazionale dedicato a questo importante vitigno, durante il Roma Vino Excellence, del quale abbiamo già parlato nelle scorse settimane.

Il Merlot, in Ticino, data poco più di un secolo, essendo stato introdotto nel 1906, insieme con altri vitigni (tra cui il Malbec, il Nebbiolo e la Freisa), poi abbandonati, nel quadro di una serie di sperimentazioni di vitigni importati che potessero adattarsi al territorio per produrre vini di qualità, dopo che, alla fine del secolo precedente, la fillossera aveva distrutto, anche in Ticino, non dissimilmente da quanto avvenuto nel resto di Europa, l’intero patrimonio vitivinicolo, che, prima di allora, comprendeva una trentina di varietà di uve da vino a bacca rossa e bianca.

I primi risultati dell’impianto, avvenuti sotto la guida di un agronomo italiano, il prof. Fantuzzi, per il quale fu istituita una “cattedra ambulante”, che gli permise di analizzare e valutare le caratteristiche dei diversi terroirs, furono incoraggianti, anzi... Si racconta infatti che, nel 1925, alcuni vini ticinesi a base di Merlot, presentati in occasione dell’Esposizione nazionale dell’agricoltura di Berna, furono scambiati per vini d’importazione, ed inizialmente esclusi dalla valutazione, perché ritenuti troppo buoni.

Il “salto di qualità” dei vini ticinesi avvenne però solo quasi mezzo secolo dopo, negli anni ’70-’80, e soprattutto nell’ultimo ventennio, quando si cominciarono a limitare le rese e ad adottare tecniche più innovative di vinificazione. Ai vigneti in pianura, se ne affiancarono altri nelle zone collinari, disposti a terrazzamenti per proteggerli dall’erosione da parte delle abbondanti piogge : il Ticino, se consideriamo la quantità annua di piogge, è infatti una regione molto piovosa, nella quale però i giorni di pioggia sono relativamente limitati, mentre sono numerose le giornate di sole, che permettono una maturazione ottimale delle uve: queste vengono raccolte tardivamente, a fine settembre-inizi di ottobre, e, talvolta, per i vini più importanti, anche a metà ottobre . Quelle collinari sono quasi sempre parcelle più piccole,a scarsa meccanizzazione,con suoli meno profondi e più asciutti, maggiormente vocati, quindi per la qualità. “Viticultura eroica” l’ha definita Rocco Lettieri, che con Mirco Ferretti ha presentato l’esperienza ticinese al convegno, caratterizzata da piccole e piccolissime proprietà, spesso inferiori a un ettaro : oggi sono circa 4.000, con soli 150 produttori che commercializzano direttamente i loro vini , per un’area vitata di 1.050 ettari complessivi, da cui si ricavano annualmente circa 55-60.000 q.li di vino, per un totale di 4-5 milioni di bottiglie l’anno. Il Merlot rappresenta da solo l’82% delle coltivazioni di uva da vino, praticamente solo uve rosse, visto che le varietà a bacca bianca, in totale, non vanno oltre il 6%. Accanto al Merlot vi sono percentuali minime di uve locali, come la Bondola e il Gamaret, Pinot nero, Cabernet Sauvignon e Franc , talvolta usate come uve complementari. Il Merlot si trova praticamente in tutto il Ticino (la DOC è stata istituita nel 1997), da Chiasso alle pendici del Gottardo. Le vigne sono . ccome si è già detto. piccole, con densità di impianto relativamente modeste, non sempre visibili dalla strada, ma ben integrate nel paesaggio. I suoli sono molto diversi: il Monte Ceneri suddivide geograficamente il Ticino in due zone, caratterizzate da importanti differenze nei suoli: di origine granitica, più leggeri, acidi e sabbiosi nella parte settentrionale, quella di Sopraceneri, che copre il 45% circa dell’area coltivata a vite, prevalentemente calcarei, ricchi di argilla, più pesanti nella parte meridionale, di Sottoceneri, specie nella zona di Mendrisio, che rappresenta il restante 55% dell’area vitata.

Le zone ritenute migliori sono quelle comprese nel territorio collinare dei comuni di Arzo, Stabio, Castel San Pietro, Corteglia, Morbio, nei comuni del Mendrisiotto, i terreni tra Monte Carasso e Tenero , sulla sponda destra del fiume Ticino compresa, le zone collinari vicino Lugano e quelle dei comuni di Cademario, Agno, Monteggio e Purasca nel Malcantone.  

I vini che abbiamo assaggiato sono stati quattro: tre dei Merlot in purezza, e uno invece etichettato come Rosso del Ticino, pur essendo sostanzialmente un Merlot, perché tagliato con un 15% di Cabernet Sauvignon (il Castello Luigi rosso, l’ultimo in ordine di assaggio).

 

Il primo Merlot è stato il Sassi Grossi della Casa vinicola Gialdi. Feliciano Gialdi è subentrato trent’anni fa nell’attività paterna, che operava soprattutto nella vendita dei vini esteri. Si avvale oggi della collaborazione di oltre 200 viticoltori sparsi nelle valli del Sottoceneri e del Sopraceneri, che gli consentono una produzione di circa 400'000 bottiglie. La coltivazione é basata quasi totalmente sul Merlot, proveniente dai migliori vigneti delle Tre Valli (Bassa Leventina, Valle di Blenio, Riviera) e del Mendrisiotto. Dal 2000, come l’azienda di Guido Brivio a Mendrisio, si avvale della collaborazione dell’enologo Freddy De Martin. I suoi vini di maggior prestigio sono il Trentasei e appunto il Sassi Grossi, Quest’ultimo è un Merlot di Sopraceneri, quindi proveniente da suoli più sabbiosi e acidi, che viene vinificato “alla bordolese”, con una macerazione di circa due settimane a 28-32 gradi: dopo la fermentazione trascorre 14 mesi e più in barriques francesi.

Dal colore rubino carico, ha un naso avvolgente e complesso, nel quale si riconoscono frutti rossi di bosco ed eleganti note affumicate . Al palato si offre fresco, con ritorni di frutti rossi (specie lampone) e liquirizia, con tannini vellutati, di buona lunghezza. Ha forse un po’ sofferto all’impatto iniziale, perché degustato subito dopo un elegantissimo ed opulento Chateau Pavie-Macquin, premier gran cru-B di Saint Emilion del 2004. La valutazione (dell’assaggio) di WOW è di 87/100.

 

Di seguito il possente Platinum dell’azienda Brivio, della stessa annata, il 2007.

Guido Brivio dirige dalla fine degli anni ‘80 l’azienda familiare, sino ad allora attiva esclusivamente nel commercio di vini. Ha compiuto notevoli investimenti per ristrutturare le cantine scavate nella roccia del Monte Generoso. Si avvale della collaborazione di 80 vignaioli che lavorano, nel Mendrisiotto, circa 30 ettari di vigna coltivati a Merlot. I vini di punta sono rappresentati da Riflessi d'Epoca e Platinum, di cui esiste anche una insolita versione elaborata con uve Merlot vinificate in bianco.

Il vino che abbiamo assaggiato è il Platinum rosso, un vino potente, da uve Merlot in purezza di Sottoceneri, coltivate su suoli calcarei e argillosi di media pesantezza, che viene prodotto solo nelle annate migliori, e che ha la particolarità di utilizzare in parte (nella misura del 25% circa) uve appassite. Vinificato alla francese, permane 20 mesi in barriques di legno nuovo.

Di colore scuro, impenetrabile, si mostra all’inizio ritroso all’olfatto, che si apre su frutti rossi maturi, su cui si innestano eleganti sfumature tostate . In bocca rivela una struttura robusta, con un legno non ancora del tutto integrato, ma con un frutto elegante, nel quale alle note di frutti rossi di bosco si aggiungono note mentolate e balsamiche. Un ottimo vino ancora in elevazione, che migliorerà nel tempo, ma già piacevole. La valutazione odierna è di 89/100.

 

Gli ultimi due vini provengono dalle due proprietà della famiglia Zanini. Luigi Zanini, anch’egli proveniente dal commercio dei vini, dopo una serie di viaggi nelle zone vitivinicole più vocate di Italia e Francia, e dopo una prima esperienza di vinificazione agli inizi degli anni ’70, fondò, nel 1985 la Vinattieri ticinesi, cominciando a produrre vini in proprio. L’azienda dispone di 50 ettari di proprietà, potendo inoltre contare sul conferimento delle uve provenienti da altri 30 ettari, che vengono lavorate nella nuova cantina di Ligornetto, nella quale è anche una magnifica barricaia. Zanini è stato il primo a utilizzare in Ticino la elevazione in barriques francesi di legno nuovo, secondo l’uso bordolese. Il vino di punta dell’azienda è appunto il Vinattieri.che nasce dalla selezione delle uve migliori delle vigne più vecchie, con un’età media di 30 anni, posti nei comuni di Rancate, Stabio e Besazio.

Si tratta di un vino potente, che ha bisogno di almeno due –tre anni per esprimersi. E’prodotto in poco più di 10.000 bottiglie, dopo una elevazione in barriques nuove di 18 mesi, dove fa anche la malolattica, con rese dichiarate di 35-40 q.li per ettaro. Colore rubino scuro, olfatto avvolgente, nel quale si avvertono frutti neri molto maturi e quasi di confettura. In bocca appare opulento, con tannini fitti ed eleganti, con piacevoli note tostate e balsamiche, 88/100

 

L’ultimo vino viene dalla proprietà Belvedere , sita nel comune di Besazio, acquistata da Luigi Zanini nel 1988: qui sono stati piantati due ettari a Merlot, con una piccola parte di Cabernet Sauvignon (5-10%) e un ettaro a Chardonnay, con barbatelle che vengono da Montrachet, ciò che fa comprendere l’ambizione del progetto. Le vigne, caratterizzate da un suolo calcareo-tufaceo, in parte sabbioso, esposte a sud-est, si avvantaggiano di un irraggiamento solare in grado di assicurare la perfetta maturazione fenolica delle uve. In vendemmia vengono effettuati fino a tre diverse passaggi per assicurare la scelta delle sole uve più sane e mature. Due i vini elaborati: il Castello Luigi rosso (85% Merlot e 15% Cabernet Sauvignon) e il Castello Luigi bianco, da uve Chardonnay, di stile borgognone. Una prima vinificazione sperimentale fu fatta nel 1991, tre anni dopo gli impianti, ma la prima vendemmia ufficiale è del 1997, anno nel quale, demolita la vecchia casa colonica, fu costruito il nuovo Castello Luigi, sul modello di Château Palmer a Margaux, con una spettacolare cantina elicoidale, profonda 18 metri e mezzo, che permette di effettuare tutta la lavorazione, dalla pigiatura (che avviene ancora con i piedi) ai travasi, per gravitazione.

Castello_LuigiIl Castello Luigi rosso è un Ticino rosso, all’85% Merlot e la restante quota di Cabernet Sauvignon.

Le uve, provenienti da suoli collinari di tipo calcareo-sabbioso, posti a 390 mt. di altitudine, nel comune di Besazio, sono vinificate separatamente ed elevate per 18 mesi in barriques nuove prima dell’assemblaggio. E’ il vino più diverso dagli altri fin qui assaggiati. Meno appariscente del Vinattieri, risulta più elegante, soprattutto in bocca. Il naso è complesso, vi si avvertono frutti rossi e neri, è balsamico, con lievi sfumature vanigliate in bocca restituisce un frutto maturo, ma non marmellatoso, esibisce tannini setosi , lievi note tostate, e un fondo appena accennato di tabacco e tartufo bianco. Bel vino: 91/100.

In conclusione, una piacevole scoperta , almeno per Wow , che si ripromette di approfondire l’argomento mettendo in cantiere un viaggio in Ticino per visitare le cantine più interessanti, tra le quali certamente quelle qui descritte, anche per poter fare un confronto con annate più vecchie (Pubblicato il 13.3.2011).

 

Invia un commento a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 Due aziende di culto della Napa Valley al Roma Vino Excellence di quest’anno: Viader e Araujo, entrambe produttrici di grandi Cabernet, che hanno contribuito a confermare la fama di questa AVA della California come una delle più vocate per i vini elaborati da uve bordolesi. A entrambe le aziende sono state dedicate due degustazioni speciali. WOW ha partecipato a quella serale dedicata ad Araujo, ma, nel corso del convegno dedicato al Cabernet Sauvignon, ha potuto assaggiare anche alcuni vini di Viader, proposti insieme con molti altri Cabernet Sauvignon del mondo. Il titolo, altrimenti incomprensibile, che abbiamo dato a questo report, allude ad una affermazione di Delia Viader, presente alla degustazione dei suoi vini, la quale, parlando della storia della sua azienda, del suolo roccioso delle pendici della Howell Mountain, di origine vulcanica, e alla sua durezza, confessava che, per poter impiantare le sue vigne, erano stati necessari molto lavoro, molto amore , ma anche molta dinamite. Il riferimento all’aratro è invece più chiaro: entrambe le aziende praticano da sempre la coltivazione organic, ma la Araujo, dal 2002, segue il metodo biodinamico, certificato da Demeter, a cui si era convertita, a detta del suo proprietario, avendo letto un articolo sulla biodinamica e avendo riflettuto sul fatto che i suoi vini preferiti (quelli dei Domaine Leroy e Leflaive in Borgogna e di Chapoutier nel Rodano) praticavano la cultura biodinamica.

Si tratta naturalmente di due aziende molto giovani. A Roma sono state presentate da due donne: Delia Viader, che è l’artefice del progetto Viader, e da Daphne Araujo.

Delia_Viader_2

 

Viader ha inizio nel 1986 , fondata appunto da Delia Viader: nata in Argentina , dopo essersi formata per molti anni in Europa e specialmente in Francia, aveva poi finito gli studi e conseguito il Dottorato negli Stati Uniti. Il primo vino aziendale, il Viader, a base di uve Cabernet franc e Cabernet Sauvignon, fu prodotto nel 1989. Successivamente, gli sono stati affiancati un vino da uve Petit Verdot e Cabernet Sauvignon, chiamato “V”, un Syrah, e la linea “Dare” (tre vini monovitigno, da Cabernet franc, Cabernet Sauvignon e Tempranillo al 100%). Oggi Delia Viader è affiancata dai suoi figli (Alan, Janet e Mariela) e si avvale della consulenza di Michel Rolland, di Pascal Chatonnet e Athanase Fakorellis.

 

Araujo e la sua vigna Eisele hanno un’origine più antica: nel 1886, allorquando fu piantata questa vigna (Eisele, appunto, dal nome dei primi proprietari), oggi riconosciuta come un vero first growth (premier cru) della Napa. Prima che Bart Araujo l’acquistasse nel 1991, i vini di Eisele erano stati elaborati da altri produttori, alcuni dei quali tra i più noti della California: per es. la vendemmia 1971 fu elaborata da Ridge e quella del 1975 da Joseph Phelps. La dedizione di Mr. Araujo e la moglie Daphne , architetta, ad Eisele é stata incredibile: i loro sforzi sono stati sin dall’inizio rivolti a cercare di produrre dei vini degni dei migliori terroirs europei, nei modi più rispettosi dell’ecosistema. Prima di illustrare i suoi vini, insieme con Eric Riewer e Ian D’Agata, Daphne ha voluto mostrarci con orgoglio le foto della sua vigna e della proprietà che documentano il rispetto che questa piccola azienda familiare ha dell’ambiente.

Daphne_AraujoVeniamo ai vini. Abbiamo assaggiato due vendemmie del Viader: una più recente, del 2005, e l’altra, quella del 1997, che conquistò il secondo posto tra i Top 100 di Wine Spectator nel 2000, con 97 punti su 100 (la vendemmia successiva, quella del 1998, si collocò poi al terzo posto). Due vini anche per Eisele: il Cabernet e la Syrah Eisele, entrambi del 2007.

Difficile fare un confronto, non essendo le annate omogenee: quella del 2007 è stata una grandissima annata per il Cabernet della Napa, forse la migliore di questi ultimi dieci anni (99 punti secondo Wine Spectator), mentre la 2005 è stata una buona annata, ma sicuramente inferiore alla 2007, anche se migliore delle vendemmie del 2000 e 2003, le meno riuscite di questo periodo. Un’altra ragione di difficoltà deriva dal fatto che proprio il vino del 1997 della Viader, almeno per quanto riguarda una delle due bottiglie aperte (e ahimé quella  da noi degustata) soffriva di una incipiente ossidazione che l’ha penalizzata notevolmente sul piano olfattivo, anche se in bocca il vino appariva decisamente migliore.

Viader_wineViader 2005: 69% Cabernet Sauvignon e 31% Cabernet franc, Un inverno piovoso, con un inizio di primavera mite, poi di nuovo molte precipitazioni, un’estate fresca con pochi picchi di calore, un settembre con nebbia e temperature fresche, una vendemmia più tardiva , a fine settembre-inizi di ottobre. Una riuscita molto buona, un vino elegante, dal colore intenso e brillante, ricco di frutto (soprattutto frutti neri), con note piacevolissime di moka e tabacco, su fondo fresco e balsamico. Molto minerale al palato, con tannini morbidi ed eleganti sfumature aromatiche: 92/100.

L’annata 1997: 62% Cabernet Sauvignon e 38% Cabernet franc. Più evoluto, con sentori di sottobosco e una velatura di pane tostato, che denuncia una incipiente ossidazione. Nonostante l’esordio olfattivo non felicissimo, in bocca appare ricco e concentrato, con un frutto molto maturo, in cui si avverte la ciliegia nera, ancora caffè, grafite, sfumature affumicate e terrose. Bel vino, che ha raggiunto il suo apice per avviarsi un lento decadimento. Preferibile non esprimere un voto quantitativo, vista la evidente ossidazione che ne penalizza l’olfatto.

 

Eiselell Cabernet Eisele di Araujo della vendemmia 2007 (oltre il 90% di Cabernet Sauvignon, con piccole percentuali di Merlot e Petit Verdot) mostra un bellissimo equilibrio. Pur con i suoi oltre quattordici gradi e mezzo di alcool- niente affatto sorprendenti a Calistoga, dove è collocato il vigneto, una località molto calda, che può raggiungere temperature molto alte, ma temperate dalle nebbie mattutine- è un vino molto elegante, concentrato, ma di una ricchezza niente affatto palestrata, con un frutto lussureggiante (soprattutto ribes, mora e mirtilli ), reso più complesso da sfumature rocciose e minerali , con tannini dolci e vellutati. E’ un Cabernet di grande profondità che può essere apprezzato fin da ora, ma che potrà durare ancora molti anni (direi 9-12 anni): 94/100.

Buono, pur se meno interessante la Syrah (con un 4% di Viognier, secondo l’uso rodaniano) che ha concluso la degustazione: molto tipico il frutto, nel quale si avverte la susina nera, notevolmente pepato, con toni affumicati, quasi di bacon e di lieve grigliatura, carnoso. Avrà bisogno di qualche anno per armonizzare la sua abbondante materia (89/100). In definitiva un’esperienza interessante, dalla quale ricavare utili motivi di confronto con i migliori Cabernet della vecchia Europa (Pubblicato il 25.2.2011).

Nella foto in alto, Delia Viader al Convegno sul Cabernet Sauvignon con Ian D'Agata.

In quella in basso, Daphne Araujo, con Eric Riewer e Ian D'Agata.

 

Invia un commento a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.,

 

WineexcellenceSi è conclusa lunedì sera l’edizione 2011 del Roma Vino Excellence. Si tratta di una manifestazione che sarebbe riduttivo considerare come un mero “satellite” del Merano Wine Festival. Frutto del sodalizio tra Helmut Kocher e Ian D’Agata, ha infatti caratteristiche abbastanza diverse dalla manifestazione madre: il banco di assaggio dei vini di   100 produttori, già presenti a Merano, che le accomunerebbe, rappresenta infatti solo un aspetto relativamente minore del programma, pur se certo interessante, perché offre una buona occasione per un pubblico più vasto di fare conoscenza di una parte importante della produzione vitivinicola nazionale.

Il meeting di Roma si distingue da Merano per una spiccata caratterizzazione di tipo seminariale: una serie di simposi internazionali tematici (questa volta dedicati agli spumanti , al Riesling, al Merlot e al Cabernet Sauvignon), con una nutrita partecipazione di relatori di prestigio (enologi, produttori, giornalisti specializzati), conclusi da ricche degustazioni di vini delle tipologie oggetto dei simposi; “le grandi verticali di Ian D’Agata” (tra le quali ricordiamo quella del Madeira Barbeito, coordinata da Ricardo Freitas e Charles Metcalfe, e l’appassionante verticale del Carmignano Capezzana, nel corso delle quali sono state degustate bottiglie di annate “storiche”) ; infine i seminari del New Wine Journal , quest’anno dedicati alle eccellenze del Friuli Venezia Giulia , nel corso dei quali sono stati commentati gli abbinamenti di prodotti alimentari tipici della regione, come il formaggio Montasio e il prosciutto di San Daniele, con i vini bianchi e rossi friulani.

WOW ha partecipato ai lavori di questa tre giorni romana, e vi proporrà la sua personale testimonianza della manifestazione. E’stato un Meeting molto interessante: specie alcune relazioni sono state di altissimo livello (ci sono piaciute molto, senza togliere nulla alle altre, quelle di Kaes Van Leeuwen e di Jean-Claude Berrouet nel simposio sul Merlot, o di Claire Villars sulla geologia di Bordeaux, e di Pascal Chatonnet sulle caratteristiche climatiche della coltivazione del Cabernet Sauvignon), davvero ampia la selezione dei vini proposti, tutti di eccellente qualità , con alcuni gioielli , che avrebbero meritato da soli l’iscrizione agli incontri, molto simpatica l’atmosfera.

Devo soprattutto menzionare l’incredibile generosità (anche fisica) di Ian D’Agata, sempre presente a tutti gli incontri, infaticabile nel presentare tutti i relatori, nell’effettuare una puntuale traduzione tra inglese, francese e italiano degli interventi, secondo occorrenza, sempre attento nelle degustazioni con commenti appropriati e illuminanti, disponibile anche alla battuta (“siete dunque tutti pronti alla grande verticale di Tavernello?”).

Qualche inevitabile smagliatura, che preferisco etichettare però come “ Possibilità di miglioramento”. Ne elenco qualcuna, senza voler essere in alcun modo ingeneroso rispetto al grandissimo lavoro fatto dagli organizzatori: innanzitutto il luogo. Francamente il confronto con la sede dell’anno scorso (l’Hotel Parco dei Principi) è davvero impietoso. Il palazzone del Salone delle Fontane è veramente fuori dal mondo, privo com’è anche di qualche semplice panca per sedersi nelle attese, ci ha fatto spendere un capitale di taxi solo per andare e tornare dall’albergo o andare a cena. L’EUR non è il Centro di Merano, dove il Kursaal puoi raggiungerlo a piedi da qualunque luogo, e non è neppure la parte più bella di Roma: Ian, se puoi, ridacci l’Hotel Parco dei Principi, o un’altra sede più accessibile. Un secondo aspetto migliorabile: una maggiore puntualità. Sappiamo che è difficile spaccare il minuto quando ci sono molti partecipanti, e che spesso la cortesia richiede che non si tolga la parola ai relatori che sforano i tempi di intervento, ma non si può navigare con un’ora o addirittura due di ritardo sul programma, come è capitato per il Focus sul Merlot: il giorno dopo, in quello sul Cabernet Sauvignon è andata un po’ meglio, ma comunque c’è stata egualmente quasi un’ora e mezza di ritardo sui tempi previsti. Chi partecipava intensivamente non ha avuto il tempo neppure di mangiare un cracker, né sul luogo erano disponibili distributori di caffè e bevande. Certo, se fosse possibile mettersi d’accordo su una lingua ufficiale ed evitare la necessità di tradurre, sarebbe un grande contributo alla puntualità. Infine, nelle degustazioni , sarebbe possibile evitare di mettere a disposizione delle brocche con acqua talmente clorata da rendere preferibile, dovendo riutilizzare gli stessi bicchieri da un trial all’altro, lasciarli con le tracce della degustazione precedente ? Un po’ di acqua minerale neutra forse non costerebbe tanto.

Costi: disuguali. Per la partecipazione ad alcune degustazioni, davvero notevoli, (ad es. , se pensiamo al solo prezzo delle bottiglie, quella dedicata a Cheval Blanc ) il prezzo ci è sembrato del tutto giustificato, per altre (quella della pur interessante degustazione dei vini di Araujo, nella quale si sono assaggiati solo due vini), francamente un po’ meno.

In sintesi: manifestazione importante, grande sforzo degli organizzatori, qualità molto buona, si può ancora migliorare in alcune cose, siamo fiduciosi che la prossima edizione (che sarà dedicata al Pinot Nero e alla Syrah) sarà davvero interessante (Pubblicato il 9.2.2011).

 

Invia un commento a:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il mondo del vino, in Borgogna come altrove, è tradizionalmente maschile. Tuttavia, da alcuni anni, la presenza femminile è diventata sempre più frequente anche in questa regione, e si tratta di presenze d’interesse tutt’altro che trascurabile. Sarebbe facile fare i nomi, che sono ben noti ai conoscitori, di Anna Leflaive (Domaine Leflaive a Puligny- Montrachet) o di “Lalou” Bize Leroy (Domaine Leroy a Vosne-Romanée e Domaine d’Auvenay a Meursault), autrici di alcuni vini che fanno ormai parte del mito della Borgogna. Ma potremmo citare moltissimi altri nomi. Come dimenticare, ad . es., Nadine Gublin, una delle migliori enologhe borgognone, la cui mano è ad es. evidente negli splendidi vini del Domaine Jacques Prieur, Anne Gros del Domaine omonimo a Vosne-Romanée, con i suoi Richebourg, Sylvie Emonin a Gevrey-Chambertin, o il talento di Cecile Tremblay a Vosne-Romanée? Questi nomi non sono affatto isolati . E difatti oggi parleremo di altre due donne del vino borgognone: Sylvie Boyer,a Meursault, che , dopo aver girato il mondo, e aver distinto la sua attività da quella del fratello, ha avviato una interessante esperienza autonoma di négociant, e  Marie Andrée Mugneret-Gibourg, che, con la madre e la sorella, ha ormai preso le redini del Domaine Mugneret-Gibourg a Vosne-Romanée.

BoyerDella prima, dopo aver apprezzato i suoi Saint-Aubin 1er cru e il suo Auxey-Duresses village, abbiamo assaggiato i suoi Meursault premier cru, Genevrières e Perrières della vendemmia 2007.Colore giallo paglia con riflessi verdolini, rivelano freschezza ed eleganza, appena velata, nel secondo cru, da leggeri toni boisés, hanno razza e struttura. Il Perrières in particolare (89/100) si rivela profondo e minerale. Avrà bisogno di qualche anno ancora (1 o 2) per dare il meglio di sé e durare per diversi anni.

 

 

MugneretGibourgVR250Delle sorelle Mugneret.Gibourg, che producono anche degli ottimi Vougeot e Echezeaux grand crus, oltre ad alcuni bei Nuits-Saint-Georges premier cru, parleremo del loro piacevolissimo Vosne-Romanée village. Si tratta di un assemblaggio di diversi vigneti, tutti su suoli argillo-calcarei, posti in parte a Nord di Vosne-Romanée (Les Chalandins), in parte a Sud (Les Croix Blanches) e di alcune vigne situate nel comune di Vosne-Romanée (Le Pré de la Folie, Les Champs Gourdin e La Colombière). E’ un bel vino, che esprime felicemente la notevole crescita qualitativa avuta in questi ultimi venti anni, dall’AOC Village di Vosne-Romanée, capace, in alcuni casi, di non far rimpiangere un premier cru. Sapido, dalla grande ricchezza fruttata,”sente” in bocca il Pinot noir, con note di ciliegia e violetta, già piacevole ora, ma che potrà conservarsi senza problemi per almeno altri 3-5 anni e forse più (89/100).Grande qualità a poco più di 35 Euro.

I Meursault sono distribuiti in Italia da Ceretto Terroirs e il Vosne-Romanée delle sorelle Mugneret-Gibourg da Heres (Pubblicato il 1.1.2011).

 

Invia un commento a : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

18 novembre 2010

WOW andrà a Beaune, per respirare l’aria delle Trois glorieuses. Seguirà da vicino (molto vicino) l’asta degli Hospices del 21 novembre , su cui vi proporrà i suoi appunti. Si tratta del più importante evento enologico della Borgogna e della Francia, nel corso del quale saranno venduti in un’asta pubblica  i vini provenienti dall’eccezionale patrimonio vitivinicolo di questa importante istituzione benefica. Fondato nel 1443, otto anni dopo che il trattato di Arras aveva posto fine alla Guerra dei Cento anni, ma le devastazioni della guerra erano ancora lungi dall’essere concluse, per volontà di Nicolas Rolin, cancelliere del duca di Borgogna, Philippe le Bon, e della moglie Guigone de Salins, l’Hotel Dieu (monumento nazionale di notevole bellezza , da visitare assolutamente) fu ospedale per i malati poveri, ma anche ospizio per vecchi e orfanotrofio. Successivamente si federò con altre istituzioni similari, sorte a Nolay, Pommard, Meursault e Beaune, dando vita così ai famosi Hospices. Rapidamente gli Hospices accumularono un patrimonio di circa 62 ettari, donati in beneficenza, costituito da vigne, sia in premier cru ( a Volnay, Pommard, Puligny, Meursault), sia in grand cru (Corton e Corton-Charlemagne, Batard- Montrachet, Clos de la Roche…). La vendita dei vini prodotti in queste proprietà permise di finanziare l’ospedale. Dal 1859 la vendita avviene attraverso una pubblica asta, la cui organizzazione, dal 2007 è stata affidata dagli Hospices a Christie’s , che aveva curato la vendita dei vini nel 2005 e nel 2006. Oggi è possibile partecipare all’asta anche telematicamente, dopo essersi opportunamente accreditati. Prima dell’asta, i vini delle vendemmie precedenti degli Hospices da bandire vengono assaggiati dagli esperti e dai potenziali acquirenti in una serie di degustazioni organizzate in molte importanti città del mondo:da Parigi, naturalmente, a Londra come a Oxford, New York e Los Angeles. Nel 2009, dall’asta, sono stati ricavati oltre 5 milioni di Euro. Il pezzo più pregiato? Forse il Batard-Montrachet grand cru Dame de Flandres, venduto lo scorso anno a 65.000 Euro la pièce .

 

25 novembre 2010

Hotel_DieuCon l’asta del 21 novembre dei vini dell’annata 2010 degli Hospices, si sono chiuse le trois glorieuses di Beaune, tre giorni di festa popolare che hanno il loro momento di massima nobiltà appunto nella celebre asta , condotta, per il sesto anno consecutivo, da Christie’s. Da quando , nel lontano 1443, Nicolas Rolin, cancelliere del duca di Borgogna Filippo il Buono, e sua moglie Guigone de Salins , fondarono l’Hotel-Dieu di Beaune, una istituzione benefica civile che doveva offrire assistenza ai malati e ai bisognosi, le numerose donazioni che si seguirono, dalle prime, generose, di Guillemette Leverrier (1457) a Beaumont-le Franc, e di Jean Pamplays e sua moglie (1459) a Beaune, crearono in breve un notevole patrimonio di vigne in territori molto vocati per la vitivinicoltura , sia in Côte d’Or che nella Côte de Beaune, dalla quale gli Hospices ricavarono e tuttora ricavano i fondi indispensabili per il mantenimento dell’Ospedale. La vendita, effettuata in varie forme per quasi quattro secoli, dal 1859 avvennero esclusivamente sulla base di un’asta pubblica, effettuata con il metodo cosiddetto “à la bougie”, secondo il quale l’aggiudicazione avveniva al termine della combustione ininterrotta di due candele . Dal 2005 l’asta è gestita da Christie’s, che ha notevolmente contribuito a dare una risonanza internazionale, ogni anno più vasta, della vendita. I compratori, provenienti da tutto il mondo , quest’anno con una accresciuta presenza di clienti asiatici, possono acquistare sia, una volta accreditati, partecipando personalmente all’asta, sia mediante offerte scritte o telefoniche. Dal 2007, attraverso Christie’s Live™, è possibile partecipare all’asta in diretta dal proprio computer. L’asta di quest’anno, la 150esima della storia, prevedeva un numero più ridotto di lotti, rispetto alla grande annata 2009, viste anche le difficoltà della vendemmia 2010: in tutto 643, ripartiti tra 32 crus rossi , per un totale di 543 pièces borgognone da 228 litri ognuna, e 13 crus bianchi, per un totale di 100 pièces. Ad essi bisogna però aggiungere un lotto del tutto particolare, bandito a parte, costituito da un tonneau di 500 litri di una cuvée creata per celebrare il 150° anniversario delle enchêres, La Cuvée des Présidents Nicolas Rollin, e quattro pièces di Fine de Bourgogne della raccolta 2009.

Un aspetto molto interessante e innovativo della vendita effettuata da Christie’s è costituita dalla possibilità, ulteriormente consolidatasi, di acquisto di singole pièces di vino da parte di particuliers, ossia singoli o gruppi di amatori, ciò che ha notevolmente contribuito ad accrescere la eccezionale popolarità di questa vendita. Quest’anno si è sfiorato il record di guadagni realizzato dalla scorsa vendemmia, arrivando a circa 4 milioni e mezzo di euro di ricavi. Questa cifra, che è di poco inferiore a quella precedente, va però rivalutata in considerazione del fatto che la quantità di prodotto effettivamente venduta era notevolmente inferiore, per le caratteristiche metereologiche dell’annata, che aveva richiesto una selezione molto più severa delle uve, e soprattutto non comprende la somma ricavata della vendita della Cuvée des Presidents, che ha, quella sì, praticamente raddoppiato il record precedente, con la somma, davvero cospicua di 400.000 Euro. Questo eccezionale lotto è stato acquistato da un noto produttore borgognone, Jacques Poisseaux, della Patriarche, al termine di una combattuta asta animata dal comico Fabrice Lucchini.Il valore materiale di questo vino, pur buonissimo, va detto, è ovviamente notevolmente inferiore, visto che si tratta di un assemblaggio di uve pinot noir provenienti da alcuni premiers crus di Beaune, soprattutto Cent Vignes e Theurons, da vigne molto vecchie , in alcuni casi di oltre 60 anni. Una somma così elevata si spiega sia considerando l’enorme valore di immagine dell’acquisto, sia le finalità benefiche di esso, dal momento che il denaro ricavato finanzierà la ricerca e l’assistenza ai malati di cancro. Ragionevolissimi i prezzi degli altri lotti: dopo un avvio bruciante, con aumenti che hanno raggiunto il 40% sui prezzi degli anni precedenti, ci si è poi asssestati su incrementi più bassi, un po’ più del 15% per i bianchi e del 12% per i rossi rispetto ai prezzi del 2009.

Qualche prezzo?Bene i premiers crus: Dames hospitalières , Beaune premier cru rouge, una cuvée mista di Bressandes, Theurons e La Mignotte, valutato 2.800-4500 Euro, è stato aggiudicato mediamente a 4.500 Euro, con una punta massima di 5000; la cuvée Guigone de Salins, Beaune premier cru rosso costituito da uve provenienti da parcelle di Bressandes, Les Surey e Champ Pimont, quotato 2.800-4.500 Euro, ha spuntato 4.000-4.200 Euro; il Volnay 1er cru cuvée Général Muteau, quotato 3.000-5.000 Euro, è stato aggiudicato per 4.800-5.000 Euro.

Prezzi ovviamente più alti per i grand crus:Corton rouge della cuvée Charlotte Dumay (Corton-Renardes e Corton- Bressandes), valutato 4.800-7.000 Euro, è stato venduto a prezzi oscillanti tra gli 8.000 Euro (minimo) e i 10.000 (massimo); i tre lotti di Clos de la Roche grand cru (stimati 20.000-30.000 Euro) sono stati subito venduti a 40-41.000 Euro. Queste oscillazioni di prezzo dipendono dal fatto che il regolamento prevede che l’asta sia fatta lotto per lotto (ossia per singola botte), ma che il vincitore possa (faculté de multiplication) aggiudicarsi allo stesso prezzo, se vuole, più lotti oppure tutti quelli rimanenti della stessa serie.

Wow ha partecipato questa volta all’asta comodamente seduto nella splendida Salle des Poûvres dell’Hotel-Dieu, e ha potuto verificare che effettivamente l’accesso all’asta e aggiudicarsi una pièce borgognona da 228 litri (circa 288 bottiglie) di vino di grande qualità è pienamente possibile agli appassionati, che possono anche organizzarsi in gruppo, e che, nonostante la presenza di grandi operatori del settore, i prezzi sono più che ragionevoli . Aggiudicandosi una pièce a 4.000 Euro, una volta aggiunti il frais acheteur (7%) , il prezzo della botte (500 Euro) e quello dell’élevage (12-24 mesi presso una cantina borgognona accreditata, circa 1.500 Euro), il vino, messo in bottiglia ed etichettato (con possibile personalizzazione), costa circa 22 euro a bottiglia a domicilio. Il prezzo medio del prodotto acquistato in negozio è sicuramente di molto superiore (anche 60 Euro e più ), ma non comprende la soddisfazione di aver “conquistato” il proprio vino facendo inoltre un’esperienza unica.

In un articolo successivo Wow fornirà su questo sito una serie di dettagli pratici per coloro che vorranno tentare l’avventura l’anno prossimo. Per ora alcune note sull’annata 2010. Dopo la vendemmia 2009, subito celebrata come grandissima (ma davvero superiore al 2005? Qualche dubbio in proposito) , anche per la suggestione della famosa regola del 9, per cui tutte le annate che finiscono col 9 sono eccellenti in Borgogna, quella del 2010 è stata certamente una vendemmia più incerta, come incerto è stato il tempo. Meteorologia per lungo tempo instabile e piovosa fino a giugno, fortunatamente con un luglio più caldo e secco, che ha permesso all’uva di avere il sole necessario per maturare, ma un fine estate non privo di temporali, soprattutto nel Maconnais, nel quale si sono avute anche alcune brutte grandinate, ma anche nella parte meridionale della Cote de Beaune. Si è vendemmiato nell’ultima decade di settembre (agli Hospices nella settimana successiva al 20 settembre) con molte ansie. Tuttavia i viticultori più attenti alla qualità hanno ottenuto risultati sorprendenti , in alcuni casi eccellenti, soprattutto per i bianchi . I vini sono freschi e dotati di una acidità che potrà permettere nei casi più favorevoli anche lunghi invecchiamenti. Certo è difficile valutare vini che hanno meno di 60 giorni dalla raccolta, specie per i bianchi, ma abbiamo sentito profumi molto belli e promettenti, che ci rendono ottimisti.

 

Come si è detto, Christie’s organizza degustazioni dei vini degli anni precedenti degli Hospices in varie città del mondo (quest’anno, che può ben dirsi “l’anno della Cina” , a Pechino, Shanghai e Hong Kong) per far conoscere e valutare la qualità dei prodotti, ma è nei due giorni che precedono l’asta, che i vini della vendemmia che sarà messa all’asta (appunto il 2010) possono essere degustati in botte dagli appassionati a Beaune. Anche quest’anno è stato possibile (per chi ci è riuscito), assaggiare una ventina (circa la metà) dei vini messi all’asta, in alcune sessioni di degustazione , effettuate al mattino presto, oppure nelle primissime ore del pomeriggio, presso l’antica (per il pubblico) e la nuova Cuverie (per i professionisti del settore) degli Hospices . Wow ha visto nella rue Louis Véry, all’ingresso dell’Ancienne Cuvérie, interamente occupata, una coda lunghissima (direi non meno di 5-600) persone, sotto la pioggia, attendere per alcune ore di poter entrare, alcune fornite di bicchieri e bottiglia di Bourgogne “ di riscaldamento”. Moltissimi appassionati, per nulla innervositi per la pioggia e per l’attesa, che hanno trascorso il tempo facendo conoscenza tra loro, scambiandosi ricordi degli anni precedenti e indirizzi di vignaioli straordinari. Insomma , il meglio del mondo del vino (Pubblicato il 27.11.2010).

 

Invia un commento a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.