Sono passati sei anni dalla grande vendemmia del 2005, a mio giudizio la migliore del decennio in Borgogna (ma attendiamo di assaggiare la 2009, sulla quale ci sono grandi aspettative), tre dal rilascio dei vini da parte dei produttori, Ne approfittiamo per fare un salutare check di alcune bottiglie, per saggiare la loro evoluzione e le possibilità di conservazione.

Saint-Aubin (blanc) premier cru Le Sentier du Clou di Sylvie Boyer 2005

Saint_AubinQuella di Saint-Aubin é un’appellation communale che si trova appena più a sud di Blagny, a ovest di Puligny-Montrachet e un po’ più a nord di Chassagne- Montrachet. Poco più di 160 ettari, in produzione, più della metà dei quali (113) in bianco (Chardonnay) e la rimanente parte in rosso (Pinot Noir).Non vi sono grand crus, ma 16 climats classificati come premier crus, che ricoprono circa i tre quarti della superficie vitata a uve bianche (il resto è village).I vini bianchi sono più reputati e sono sicuramente in ascesa, specie nelle ultime vendemmie. Quando sono ben fatti e in annata favorevole sono dei grandi Bourgognes, ancora molto accessibili nel prezzo e quindi assai consigliabili. Questo Le Sentier du Clou è un premier cru di Sylvie Boyer. Già abbastanza maturo, di colore giallo che si scopre un po’ più carico di quello degli anni passati, dà note di mandorla bianca, marzapane, cera d’api, toni speziati , tra i quali si avverte una sfumatura dolce di cannella. Minerale, non privo di eleganza, appare appena velato da leggero soffio ossidativo. Da bersi entro l’anno e comunque da non conservare a lungo(85/100)

Puligny-Montrachet premier cru Les Truffières di Louis Latour 2005

TruffieresUna buona espressione dell’annata, di un ottimo premier cru, anche se non il mio preferito.Giallo carico, con un bouquet delicatamente floreale, propone eleganti sfumature tostate e di spezie (leggero tocco di cannella), in bocca è delicatamente minerale, sapido, intenso, con una buona lunghezza. A mio giudizio ha raggiunto il suo apogeo e consiglio di berlo entro il 2013 per apprezzarlo al meglio, pur avendo capacità di durare oltre. Bel vino, che oggi vale 90/100.

 

Chablis grand cru Les Clos di W.Fèvre 2005.

Les_ClosQuello di Les Clos è uno dei più grandi cru di Chablis, forse il più austero, quello che maggiormente occorre attendere perché dispieghi tutta la sua enorme ricchezza aromatica. Tre anni dopo il suo “rilascio”, dopo essere stato acquistato en primeur, questo di W.Fèvre, uno specialista di questo terroir, è un altro vino. Toni molto floreali e decisamente minerali e marini (come non evocare le conchiglie di ostrica fossili, di cui è tappezzato il suolo di Chablis?).Di grande intensità , è un vino fatto per durare. Fra un anno sarà ancora migliore, ma potrà essere apprezzato per molti anni ancora (almeno fino al 2015-2018), ovviamente conservato come merita. Il mio giudizio: 93/100, ancora in ascesa.

 

Beaune rouge premier cru Grèves Vigne de l’Enfant Jésus 2005.

Bouchard-Pere-et-Fils-Beaune-Vigne-de-l-Enfant-Jesus-Premiere-Cru-les-Greves-2005_5_0_8_wine_59302_detailAvevo riassaggiato questo vino a dicembre scorso, restandone innamorato. Sei mesi dopo, questo 2005 mi sembra ancor più grande, senza nessun complesso di inferiorità rispetto ai grand cru della Côte de Nuits, di cui ha la stessa eleganza. Ancora giovanissimo, ma tutt’altro che ritroso, propone un naso complesso, nel quale, alla ciliegia nera matura e ai frutti di bosco, si sovrappongono note elegantissime di cuoio e pepe nero. Grande vino , di incredibile armonia e straordinaria lunghezza. Confermo in pieno i 93/100 con una certa tentazione-alla quale resisto per ora- di portarlo a 94. Lo aspetterò più avanti. Durerà molto a lungo (Pubblicato il 20.6.2011).

 

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Clos_de_Tart

 

Nella foto: il Grand Cru Clos-de Tart a Morey-Saint-Denis

 

 Il vocabolario enologico comprende molti nomi per distinguere quelle località, all’interno di una determinata denominazione, che emergano per la loro qualità. Anche se nel nostro lessico ci sono diversi termini generici che hanno questa funzione (ad es. podere, tenuta oppure vigna), o specifici, ma propri di una determinata cultura locale (si pensi ai sorì o bric piemontesi), che possono essere riportati in etichetta, accanto alle denominazioni classiche ( DOC, DOCG) non vi sono termini che designano ufficialmente una classificazione della qualità più o meno grande di un vino. E’ tuttavia vero che ci sono stati tentativi importanti in questo senso (il rimpianto Luigi Veronelli ne era un convinto sostenitore), come quello tentato da Renato Ratti, ormai diversi anni fa, per caratterizzare le diverse sottozone del Barolo in base alle loro caratteristiche e alla loro qualità.

La Francia, che per prima, nel 1855, introdusse la classificazione dei migliori vini di Bordeaux, impiega a questo scopo il termine cru, da cui grand cru (con l’indicazione di un ordinamento, dal primo al quinto). Cru : si scrive senza l’accento circonflesso che pure dovrebbe avere vista la sua origine, dal termine croître , crescere (crû). Non ha ovviamente nulla a che vedere con “cru”, aggettivo, che significa semplicemente crudo, non maturo, un vino non ancora pronto .

In Borgogna, dove la prima vera classificazione dei territori in base alla qualità dei vini che erano in grado di esprimere, risale in realtà al Medioevo, fatta dai monaci cistercensi, il termine cru viene usato solo per indicare il rango dei vini più grandi : appunto i premiers cru e i grands crus. Questi ultimi rappresentano il vertice della aristocrazia vitivinicola, mentre i premiers crus sono il livello immediatamente superiore alle semplici appellations communales (l’indicazione del comune in cui i vini sono prodotti). In Borgogna cru è generico, indica solo –come si è detto- il rango di un vino. Per designare in modo più preciso la zona da cui è prodotto il vino che raggiunge quella data classificazione, si usa il termine, tutto borgognone, di climat. Il termine climat si sovrappone, venendo spesso confuso con esso, a un altro termine (che si trova anche fuori della Borgogna, ad esempio nel Rodano), quello di lieu-dit. L’origine del termine lieu-dit è molto antica , risalendo probabilmente al Medioevo, ed é più generica , in quanto non si riferiva esclusivamente ai terreni vinicoli, ma veniva utilizzata per individuare un qualunque pezzo di terra,al quale , da molto tempo (spesso da secoli), era stato dato quel nome. Anche quando, agli inizi dell’800 venne creato il catasto delle proprietà rurali, l’uso del termine restò invariato. I lieux-dits vinicoli erano spesso denominati con nomi di piante (come Les Genevrières) o della composizione del suolo (Les Grèves), il nome del proprietario (Le Clos du Roi) o la configurazione del terreno (Les Combettes).I termini lieu-dit e climat sono ancora oggi assai spesso confusi, e del resto, come fa osservare Sylvain Pitiot, nel Nouvel Atlas des grands vignobles de Bourgogne ( 1999), di cui è autore con Pierre Poupon, nelle pubblicazioni enologiche e vitivinicole ottocentesche e di inizio novecento non vengono distinti, ma usati interscambiabilmente. Eppure non coincidono, dal momento che vi sono numerosi casi in cui a un dato climat non corrisponde un preciso lieu-dit con la stessa estensione (cioè composto dalle stesse parcelle) con lo stesso nome. Vi sono infatti casi in cui un climat comprende solo una parte di un determinato lieu-dit o più. Ad es. -ne abbiamo parlato nell’ultimo Duet, a proposito dei vini di Henri Gouges- il climat Porrets-Saint–Georges , a Nuits-Saint-Georges, è solo una parte del lieu-dit Les Poirets. Oppure il famoso Clos de Santenots, premier cru di Volnay (lo produce il Domaine Jacques Prieur) è una parte del lieu-dit Santenots du Milieu. A Pommard, il climat Clos des Epeneaux, é costituito da una parte del lieu-dit Les grands Epenots e da una parte de Les petits Epenots. Oppure si dà il caso in cui un dato climat comprenda più di un lieu-dit, interamente o in parte. Un esempio famoso è rappresentato dal Clos des Lambrays, grandissimo cru di Morey-Saint-Denis: esso infatti risulta da due lieux-dits per intero, il Les Larrets ou Clos de Lambrays e Les Bouchots, e da un pezzo di Meix Rentier.

Pitiot e Poupon propongono questa definizione di climat: “un pezzo di terra, che per la sua posizione, la sua esposizione , la sua pendenza, la sua altezza e per i terreni con i quali confina, dispone di una individualità propria, che consente ai vitigni di acclimatarvisi in modo particolare e di produrre vini costanti per qualità e con caratteri originali, che li differenziano da tutti gli altri”.

Veniamo infine al termine Clos, che molto spesso precede il nome di un climat.

Tipicamente un Clos è una vigna chiusa da un muro di pietra a secco, con un portale, spesso chiuso da un cancello, che permette di accedervi. Lo scopo originario era, più che quello di separare una proprietà dalle altre, di sbarrare la strada agli animali domestici (come capre o maiali), o selvatici (cinghiali) che potessero danneggiare le vigne. Questo permetteva inoltre ai proprietari di essere sollevati dall’obbligo di vendemmiare quando veniva stabilito dall’ apposito bando di vendemmia, ma solo quando essi lo ritenevano opportuno. L’uso informale di recingere le vigne fu poi disciplinato finita la Rivoluzione, da varie determinazioni del parlamento o dei tribunali, le quali disposero che il termine clos potesse essere detenuto solo nel caso in cui effettivamente la vigna fosse delimitata da un muro di cinta. In seguito questo vincolo è caduto, nel senso che in alcuni casi non furono ricostruiti i muri danneggiati dal maltempo o deterioratisi nel corso degli anni. Il termine Clos è tuttavia definitivamente entrato a far parte della denominazione di alcune antiche proprietà (come Clos de Vougeot e Clos de Tart), venendo mantenuto anche nella loro classificazione catastale (Pubblicato il 26.3.2011).

 

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La Svizzera è una terra ai più nota forse per le sue banche e le sue fabbriche di orologi, più che per il vino, eppure, in diversi suoi cantoni, si producono ottimi vini. Ad es., nella zona del Valais, quella più vicina al Rodano, oltre ai delizioni Fendant (Chasselas) bianchi, si cominciano a produrre Syrah di tutto rispetto, oltre a un raro e spesso sorprendente Cornalin (che peraltro non ha nulla a che vedere con il suo omonimo valdostano). Ma se il Valais è il cantone con la tradizione vitivinicola più lunga, il più famoso della cosiddetta Svizzera “francese”, che comprende, tra gli altri, anche i cantoni di Vaud, Ginevra e Neuchâtel (ho buoni ricordi di cene a base di Oeil de Perdrix, un delicato Pinot Noir rosé, molto fruttato), quello che produce da solo più di un terzo del vino svizzero, il Ticino con il suo Merlot, specie a partire dagli anni ’90, ha imboccato con decisione la strada della qualità, producendo vini degni di attenzione e meritevoli di essere conosciuti al di fuori del mercato locale.

La degustazione di cui si parla in questa occasione riguarda alcuni interessanti Merlot ticinesi della vendemmia 2007, una vendemmia ritenuta in zona piuttosto buona, assaggiati insieme con altri Merlot “del mondo”, in occasione dell’interessante Convegno internazionale dedicato a questo importante vitigno, durante il Roma Vino Excellence, del quale abbiamo già parlato nelle scorse settimane.

Il Merlot, in Ticino, data poco più di un secolo, essendo stato introdotto nel 1906, insieme con altri vitigni (tra cui il Malbec, il Nebbiolo e la Freisa), poi abbandonati, nel quadro di una serie di sperimentazioni di vitigni importati che potessero adattarsi al territorio per produrre vini di qualità, dopo che, alla fine del secolo precedente, la fillossera aveva distrutto, anche in Ticino, non dissimilmente da quanto avvenuto nel resto di Europa, l’intero patrimonio vitivinicolo, che, prima di allora, comprendeva una trentina di varietà di uve da vino a bacca rossa e bianca.

I primi risultati dell’impianto, avvenuti sotto la guida di un agronomo italiano, il prof. Fantuzzi, per il quale fu istituita una “cattedra ambulante”, che gli permise di analizzare e valutare le caratteristiche dei diversi terroirs, furono incoraggianti, anzi... Si racconta infatti che, nel 1925, alcuni vini ticinesi a base di Merlot, presentati in occasione dell’Esposizione nazionale dell’agricoltura di Berna, furono scambiati per vini d’importazione, ed inizialmente esclusi dalla valutazione, perché ritenuti troppo buoni.

Il “salto di qualità” dei vini ticinesi avvenne però solo quasi mezzo secolo dopo, negli anni ’70-’80, e soprattutto nell’ultimo ventennio, quando si cominciarono a limitare le rese e ad adottare tecniche più innovative di vinificazione. Ai vigneti in pianura, se ne affiancarono altri nelle zone collinari, disposti a terrazzamenti per proteggerli dall’erosione da parte delle abbondanti piogge : il Ticino, se consideriamo la quantità annua di piogge, è infatti una regione molto piovosa, nella quale però i giorni di pioggia sono relativamente limitati, mentre sono numerose le giornate di sole, che permettono una maturazione ottimale delle uve: queste vengono raccolte tardivamente, a fine settembre-inizi di ottobre, e, talvolta, per i vini più importanti, anche a metà ottobre . Quelle collinari sono quasi sempre parcelle più piccole,a scarsa meccanizzazione,con suoli meno profondi e più asciutti, maggiormente vocati, quindi per la qualità. “Viticultura eroica” l’ha definita Rocco Lettieri, che con Mirco Ferretti ha presentato l’esperienza ticinese al convegno, caratterizzata da piccole e piccolissime proprietà, spesso inferiori a un ettaro : oggi sono circa 4.000, con soli 150 produttori che commercializzano direttamente i loro vini , per un’area vitata di 1.050 ettari complessivi, da cui si ricavano annualmente circa 55-60.000 q.li di vino, per un totale di 4-5 milioni di bottiglie l’anno. Il Merlot rappresenta da solo l’82% delle coltivazioni di uva da vino, praticamente solo uve rosse, visto che le varietà a bacca bianca, in totale, non vanno oltre il 6%. Accanto al Merlot vi sono percentuali minime di uve locali, come la Bondola e il Gamaret, Pinot nero, Cabernet Sauvignon e Franc , talvolta usate come uve complementari. Il Merlot si trova praticamente in tutto il Ticino (la DOC è stata istituita nel 1997), da Chiasso alle pendici del Gottardo. Le vigne sono . ccome si è già detto. piccole, con densità di impianto relativamente modeste, non sempre visibili dalla strada, ma ben integrate nel paesaggio. I suoli sono molto diversi: il Monte Ceneri suddivide geograficamente il Ticino in due zone, caratterizzate da importanti differenze nei suoli: di origine granitica, più leggeri, acidi e sabbiosi nella parte settentrionale, quella di Sopraceneri, che copre il 45% circa dell’area coltivata a vite, prevalentemente calcarei, ricchi di argilla, più pesanti nella parte meridionale, di Sottoceneri, specie nella zona di Mendrisio, che rappresenta il restante 55% dell’area vitata.

Le zone ritenute migliori sono quelle comprese nel territorio collinare dei comuni di Arzo, Stabio, Castel San Pietro, Corteglia, Morbio, nei comuni del Mendrisiotto, i terreni tra Monte Carasso e Tenero , sulla sponda destra del fiume Ticino compresa, le zone collinari vicino Lugano e quelle dei comuni di Cademario, Agno, Monteggio e Purasca nel Malcantone.  

I vini che abbiamo assaggiato sono stati quattro: tre dei Merlot in purezza, e uno invece etichettato come Rosso del Ticino, pur essendo sostanzialmente un Merlot, perché tagliato con un 15% di Cabernet Sauvignon (il Castello Luigi rosso, l’ultimo in ordine di assaggio).

 

Il primo Merlot è stato il Sassi Grossi della Casa vinicola Gialdi. Feliciano Gialdi è subentrato trent’anni fa nell’attività paterna, che operava soprattutto nella vendita dei vini esteri. Si avvale oggi della collaborazione di oltre 200 viticoltori sparsi nelle valli del Sottoceneri e del Sopraceneri, che gli consentono una produzione di circa 400'000 bottiglie. La coltivazione é basata quasi totalmente sul Merlot, proveniente dai migliori vigneti delle Tre Valli (Bassa Leventina, Valle di Blenio, Riviera) e del Mendrisiotto. Dal 2000, come l’azienda di Guido Brivio a Mendrisio, si avvale della collaborazione dell’enologo Freddy De Martin. I suoi vini di maggior prestigio sono il Trentasei e appunto il Sassi Grossi, Quest’ultimo è un Merlot di Sopraceneri, quindi proveniente da suoli più sabbiosi e acidi, che viene vinificato “alla bordolese”, con una macerazione di circa due settimane a 28-32 gradi: dopo la fermentazione trascorre 14 mesi e più in barriques francesi.

Dal colore rubino carico, ha un naso avvolgente e complesso, nel quale si riconoscono frutti rossi di bosco ed eleganti note affumicate . Al palato si offre fresco, con ritorni di frutti rossi (specie lampone) e liquirizia, con tannini vellutati, di buona lunghezza. Ha forse un po’ sofferto all’impatto iniziale, perché degustato subito dopo un elegantissimo ed opulento Chateau Pavie-Macquin, premier gran cru-B di Saint Emilion del 2004. La valutazione (dell’assaggio) di WOW è di 87/100.

 

Di seguito il possente Platinum dell’azienda Brivio, della stessa annata, il 2007.

Guido Brivio dirige dalla fine degli anni ‘80 l’azienda familiare, sino ad allora attiva esclusivamente nel commercio di vini. Ha compiuto notevoli investimenti per ristrutturare le cantine scavate nella roccia del Monte Generoso. Si avvale della collaborazione di 80 vignaioli che lavorano, nel Mendrisiotto, circa 30 ettari di vigna coltivati a Merlot. I vini di punta sono rappresentati da Riflessi d'Epoca e Platinum, di cui esiste anche una insolita versione elaborata con uve Merlot vinificate in bianco.

Il vino che abbiamo assaggiato è il Platinum rosso, un vino potente, da uve Merlot in purezza di Sottoceneri, coltivate su suoli calcarei e argillosi di media pesantezza, che viene prodotto solo nelle annate migliori, e che ha la particolarità di utilizzare in parte (nella misura del 25% circa) uve appassite. Vinificato alla francese, permane 20 mesi in barriques di legno nuovo.

Di colore scuro, impenetrabile, si mostra all’inizio ritroso all’olfatto, che si apre su frutti rossi maturi, su cui si innestano eleganti sfumature tostate . In bocca rivela una struttura robusta, con un legno non ancora del tutto integrato, ma con un frutto elegante, nel quale alle note di frutti rossi di bosco si aggiungono note mentolate e balsamiche. Un ottimo vino ancora in elevazione, che migliorerà nel tempo, ma già piacevole. La valutazione odierna è di 89/100.

 

Gli ultimi due vini provengono dalle due proprietà della famiglia Zanini. Luigi Zanini, anch’egli proveniente dal commercio dei vini, dopo una serie di viaggi nelle zone vitivinicole più vocate di Italia e Francia, e dopo una prima esperienza di vinificazione agli inizi degli anni ’70, fondò, nel 1985 la Vinattieri ticinesi, cominciando a produrre vini in proprio. L’azienda dispone di 50 ettari di proprietà, potendo inoltre contare sul conferimento delle uve provenienti da altri 30 ettari, che vengono lavorate nella nuova cantina di Ligornetto, nella quale è anche una magnifica barricaia. Zanini è stato il primo a utilizzare in Ticino la elevazione in barriques francesi di legno nuovo, secondo l’uso bordolese. Il vino di punta dell’azienda è appunto il Vinattieri.che nasce dalla selezione delle uve migliori delle vigne più vecchie, con un’età media di 30 anni, posti nei comuni di Rancate, Stabio e Besazio.

Si tratta di un vino potente, che ha bisogno di almeno due –tre anni per esprimersi. E’prodotto in poco più di 10.000 bottiglie, dopo una elevazione in barriques nuove di 18 mesi, dove fa anche la malolattica, con rese dichiarate di 35-40 q.li per ettaro. Colore rubino scuro, olfatto avvolgente, nel quale si avvertono frutti neri molto maturi e quasi di confettura. In bocca appare opulento, con tannini fitti ed eleganti, con piacevoli note tostate e balsamiche, 88/100

 

L’ultimo vino viene dalla proprietà Belvedere , sita nel comune di Besazio, acquistata da Luigi Zanini nel 1988: qui sono stati piantati due ettari a Merlot, con una piccola parte di Cabernet Sauvignon (5-10%) e un ettaro a Chardonnay, con barbatelle che vengono da Montrachet, ciò che fa comprendere l’ambizione del progetto. Le vigne, caratterizzate da un suolo calcareo-tufaceo, in parte sabbioso, esposte a sud-est, si avvantaggiano di un irraggiamento solare in grado di assicurare la perfetta maturazione fenolica delle uve. In vendemmia vengono effettuati fino a tre diverse passaggi per assicurare la scelta delle sole uve più sane e mature. Due i vini elaborati: il Castello Luigi rosso (85% Merlot e 15% Cabernet Sauvignon) e il Castello Luigi bianco, da uve Chardonnay, di stile borgognone. Una prima vinificazione sperimentale fu fatta nel 1991, tre anni dopo gli impianti, ma la prima vendemmia ufficiale è del 1997, anno nel quale, demolita la vecchia casa colonica, fu costruito il nuovo Castello Luigi, sul modello di Château Palmer a Margaux, con una spettacolare cantina elicoidale, profonda 18 metri e mezzo, che permette di effettuare tutta la lavorazione, dalla pigiatura (che avviene ancora con i piedi) ai travasi, per gravitazione.

Castello_LuigiIl Castello Luigi rosso è un Ticino rosso, all’85% Merlot e la restante quota di Cabernet Sauvignon.

Le uve, provenienti da suoli collinari di tipo calcareo-sabbioso, posti a 390 mt. di altitudine, nel comune di Besazio, sono vinificate separatamente ed elevate per 18 mesi in barriques nuove prima dell’assemblaggio. E’ il vino più diverso dagli altri fin qui assaggiati. Meno appariscente del Vinattieri, risulta più elegante, soprattutto in bocca. Il naso è complesso, vi si avvertono frutti rossi e neri, è balsamico, con lievi sfumature vanigliate in bocca restituisce un frutto maturo, ma non marmellatoso, esibisce tannini setosi , lievi note tostate, e un fondo appena accennato di tabacco e tartufo bianco. Bel vino: 91/100.

In conclusione, una piacevole scoperta , almeno per Wow , che si ripromette di approfondire l’argomento mettendo in cantiere un viaggio in Ticino per visitare le cantine più interessanti, tra le quali certamente quelle qui descritte, anche per poter fare un confronto con annate più vecchie (Pubblicato il 13.3.2011).

 

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 Due aziende di culto della Napa Valley al Roma Vino Excellence di quest’anno: Viader e Araujo, entrambe produttrici di grandi Cabernet, che hanno contribuito a confermare la fama di questa AVA della California come una delle più vocate per i vini elaborati da uve bordolesi. A entrambe le aziende sono state dedicate due degustazioni speciali. WOW ha partecipato a quella serale dedicata ad Araujo, ma, nel corso del convegno dedicato al Cabernet Sauvignon, ha potuto assaggiare anche alcuni vini di Viader, proposti insieme con molti altri Cabernet Sauvignon del mondo. Il titolo, altrimenti incomprensibile, che abbiamo dato a questo report, allude ad una affermazione di Delia Viader, presente alla degustazione dei suoi vini, la quale, parlando della storia della sua azienda, del suolo roccioso delle pendici della Howell Mountain, di origine vulcanica, e alla sua durezza, confessava che, per poter impiantare le sue vigne, erano stati necessari molto lavoro, molto amore , ma anche molta dinamite. Il riferimento all’aratro è invece più chiaro: entrambe le aziende praticano da sempre la coltivazione organic, ma la Araujo, dal 2002, segue il metodo biodinamico, certificato da Demeter, a cui si era convertita, a detta del suo proprietario, avendo letto un articolo sulla biodinamica e avendo riflettuto sul fatto che i suoi vini preferiti (quelli dei Domaine Leroy e Leflaive in Borgogna e di Chapoutier nel Rodano) praticavano la cultura biodinamica.

Si tratta naturalmente di due aziende molto giovani. A Roma sono state presentate da due donne: Delia Viader, che è l’artefice del progetto Viader, e da Daphne Araujo.

Delia_Viader_2

 

Viader ha inizio nel 1986 , fondata appunto da Delia Viader: nata in Argentina , dopo essersi formata per molti anni in Europa e specialmente in Francia, aveva poi finito gli studi e conseguito il Dottorato negli Stati Uniti. Il primo vino aziendale, il Viader, a base di uve Cabernet franc e Cabernet Sauvignon, fu prodotto nel 1989. Successivamente, gli sono stati affiancati un vino da uve Petit Verdot e Cabernet Sauvignon, chiamato “V”, un Syrah, e la linea “Dare” (tre vini monovitigno, da Cabernet franc, Cabernet Sauvignon e Tempranillo al 100%). Oggi Delia Viader è affiancata dai suoi figli (Alan, Janet e Mariela) e si avvale della consulenza di Michel Rolland, di Pascal Chatonnet e Athanase Fakorellis.

 

Araujo e la sua vigna Eisele hanno un’origine più antica: nel 1886, allorquando fu piantata questa vigna (Eisele, appunto, dal nome dei primi proprietari), oggi riconosciuta come un vero first growth (premier cru) della Napa. Prima che Bart Araujo l’acquistasse nel 1991, i vini di Eisele erano stati elaborati da altri produttori, alcuni dei quali tra i più noti della California: per es. la vendemmia 1971 fu elaborata da Ridge e quella del 1975 da Joseph Phelps. La dedizione di Mr. Araujo e la moglie Daphne , architetta, ad Eisele é stata incredibile: i loro sforzi sono stati sin dall’inizio rivolti a cercare di produrre dei vini degni dei migliori terroirs europei, nei modi più rispettosi dell’ecosistema. Prima di illustrare i suoi vini, insieme con Eric Riewer e Ian D’Agata, Daphne ha voluto mostrarci con orgoglio le foto della sua vigna e della proprietà che documentano il rispetto che questa piccola azienda familiare ha dell’ambiente.

Daphne_AraujoVeniamo ai vini. Abbiamo assaggiato due vendemmie del Viader: una più recente, del 2005, e l’altra, quella del 1997, che conquistò il secondo posto tra i Top 100 di Wine Spectator nel 2000, con 97 punti su 100 (la vendemmia successiva, quella del 1998, si collocò poi al terzo posto). Due vini anche per Eisele: il Cabernet e la Syrah Eisele, entrambi del 2007.

Difficile fare un confronto, non essendo le annate omogenee: quella del 2007 è stata una grandissima annata per il Cabernet della Napa, forse la migliore di questi ultimi dieci anni (99 punti secondo Wine Spectator), mentre la 2005 è stata una buona annata, ma sicuramente inferiore alla 2007, anche se migliore delle vendemmie del 2000 e 2003, le meno riuscite di questo periodo. Un’altra ragione di difficoltà deriva dal fatto che proprio il vino del 1997 della Viader, almeno per quanto riguarda una delle due bottiglie aperte (e ahimé quella  da noi degustata) soffriva di una incipiente ossidazione che l’ha penalizzata notevolmente sul piano olfattivo, anche se in bocca il vino appariva decisamente migliore.

Viader_wineViader 2005: 69% Cabernet Sauvignon e 31% Cabernet franc, Un inverno piovoso, con un inizio di primavera mite, poi di nuovo molte precipitazioni, un’estate fresca con pochi picchi di calore, un settembre con nebbia e temperature fresche, una vendemmia più tardiva , a fine settembre-inizi di ottobre. Una riuscita molto buona, un vino elegante, dal colore intenso e brillante, ricco di frutto (soprattutto frutti neri), con note piacevolissime di moka e tabacco, su fondo fresco e balsamico. Molto minerale al palato, con tannini morbidi ed eleganti sfumature aromatiche: 92/100.

L’annata 1997: 62% Cabernet Sauvignon e 38% Cabernet franc. Più evoluto, con sentori di sottobosco e una velatura di pane tostato, che denuncia una incipiente ossidazione. Nonostante l’esordio olfattivo non felicissimo, in bocca appare ricco e concentrato, con un frutto molto maturo, in cui si avverte la ciliegia nera, ancora caffè, grafite, sfumature affumicate e terrose. Bel vino, che ha raggiunto il suo apice per avviarsi un lento decadimento. Preferibile non esprimere un voto quantitativo, vista la evidente ossidazione che ne penalizza l’olfatto.

 

Eiselell Cabernet Eisele di Araujo della vendemmia 2007 (oltre il 90% di Cabernet Sauvignon, con piccole percentuali di Merlot e Petit Verdot) mostra un bellissimo equilibrio. Pur con i suoi oltre quattordici gradi e mezzo di alcool- niente affatto sorprendenti a Calistoga, dove è collocato il vigneto, una località molto calda, che può raggiungere temperature molto alte, ma temperate dalle nebbie mattutine- è un vino molto elegante, concentrato, ma di una ricchezza niente affatto palestrata, con un frutto lussureggiante (soprattutto ribes, mora e mirtilli ), reso più complesso da sfumature rocciose e minerali , con tannini dolci e vellutati. E’ un Cabernet di grande profondità che può essere apprezzato fin da ora, ma che potrà durare ancora molti anni (direi 9-12 anni): 94/100.

Buono, pur se meno interessante la Syrah (con un 4% di Viognier, secondo l’uso rodaniano) che ha concluso la degustazione: molto tipico il frutto, nel quale si avverte la susina nera, notevolmente pepato, con toni affumicati, quasi di bacon e di lieve grigliatura, carnoso. Avrà bisogno di qualche anno per armonizzare la sua abbondante materia (89/100). In definitiva un’esperienza interessante, dalla quale ricavare utili motivi di confronto con i migliori Cabernet della vecchia Europa (Pubblicato il 25.2.2011).

Nella foto in alto, Delia Viader al Convegno sul Cabernet Sauvignon con Ian D'Agata.

In quella in basso, Daphne Araujo, con Eric Riewer e Ian D'Agata.

 

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WineexcellenceSi è conclusa lunedì sera l’edizione 2011 del Roma Vino Excellence. Si tratta di una manifestazione che sarebbe riduttivo considerare come un mero “satellite” del Merano Wine Festival. Frutto del sodalizio tra Helmut Kocher e Ian D’Agata, ha infatti caratteristiche abbastanza diverse dalla manifestazione madre: il banco di assaggio dei vini di   100 produttori, già presenti a Merano, che le accomunerebbe, rappresenta infatti solo un aspetto relativamente minore del programma, pur se certo interessante, perché offre una buona occasione per un pubblico più vasto di fare conoscenza di una parte importante della produzione vitivinicola nazionale.

Il meeting di Roma si distingue da Merano per una spiccata caratterizzazione di tipo seminariale: una serie di simposi internazionali tematici (questa volta dedicati agli spumanti , al Riesling, al Merlot e al Cabernet Sauvignon), con una nutrita partecipazione di relatori di prestigio (enologi, produttori, giornalisti specializzati), conclusi da ricche degustazioni di vini delle tipologie oggetto dei simposi; “le grandi verticali di Ian D’Agata” (tra le quali ricordiamo quella del Madeira Barbeito, coordinata da Ricardo Freitas e Charles Metcalfe, e l’appassionante verticale del Carmignano Capezzana, nel corso delle quali sono state degustate bottiglie di annate “storiche”) ; infine i seminari del New Wine Journal , quest’anno dedicati alle eccellenze del Friuli Venezia Giulia , nel corso dei quali sono stati commentati gli abbinamenti di prodotti alimentari tipici della regione, come il formaggio Montasio e il prosciutto di San Daniele, con i vini bianchi e rossi friulani.

WOW ha partecipato ai lavori di questa tre giorni romana, e vi proporrà la sua personale testimonianza della manifestazione. E’stato un Meeting molto interessante: specie alcune relazioni sono state di altissimo livello (ci sono piaciute molto, senza togliere nulla alle altre, quelle di Kaes Van Leeuwen e di Jean-Claude Berrouet nel simposio sul Merlot, o di Claire Villars sulla geologia di Bordeaux, e di Pascal Chatonnet sulle caratteristiche climatiche della coltivazione del Cabernet Sauvignon), davvero ampia la selezione dei vini proposti, tutti di eccellente qualità , con alcuni gioielli , che avrebbero meritato da soli l’iscrizione agli incontri, molto simpatica l’atmosfera.

Devo soprattutto menzionare l’incredibile generosità (anche fisica) di Ian D’Agata, sempre presente a tutti gli incontri, infaticabile nel presentare tutti i relatori, nell’effettuare una puntuale traduzione tra inglese, francese e italiano degli interventi, secondo occorrenza, sempre attento nelle degustazioni con commenti appropriati e illuminanti, disponibile anche alla battuta (“siete dunque tutti pronti alla grande verticale di Tavernello?”).

Qualche inevitabile smagliatura, che preferisco etichettare però come “ Possibilità di miglioramento”. Ne elenco qualcuna, senza voler essere in alcun modo ingeneroso rispetto al grandissimo lavoro fatto dagli organizzatori: innanzitutto il luogo. Francamente il confronto con la sede dell’anno scorso (l’Hotel Parco dei Principi) è davvero impietoso. Il palazzone del Salone delle Fontane è veramente fuori dal mondo, privo com’è anche di qualche semplice panca per sedersi nelle attese, ci ha fatto spendere un capitale di taxi solo per andare e tornare dall’albergo o andare a cena. L’EUR non è il Centro di Merano, dove il Kursaal puoi raggiungerlo a piedi da qualunque luogo, e non è neppure la parte più bella di Roma: Ian, se puoi, ridacci l’Hotel Parco dei Principi, o un’altra sede più accessibile. Un secondo aspetto migliorabile: una maggiore puntualità. Sappiamo che è difficile spaccare il minuto quando ci sono molti partecipanti, e che spesso la cortesia richiede che non si tolga la parola ai relatori che sforano i tempi di intervento, ma non si può navigare con un’ora o addirittura due di ritardo sul programma, come è capitato per il Focus sul Merlot: il giorno dopo, in quello sul Cabernet Sauvignon è andata un po’ meglio, ma comunque c’è stata egualmente quasi un’ora e mezza di ritardo sui tempi previsti. Chi partecipava intensivamente non ha avuto il tempo neppure di mangiare un cracker, né sul luogo erano disponibili distributori di caffè e bevande. Certo, se fosse possibile mettersi d’accordo su una lingua ufficiale ed evitare la necessità di tradurre, sarebbe un grande contributo alla puntualità. Infine, nelle degustazioni , sarebbe possibile evitare di mettere a disposizione delle brocche con acqua talmente clorata da rendere preferibile, dovendo riutilizzare gli stessi bicchieri da un trial all’altro, lasciarli con le tracce della degustazione precedente ? Un po’ di acqua minerale neutra forse non costerebbe tanto.

Costi: disuguali. Per la partecipazione ad alcune degustazioni, davvero notevoli, (ad es. , se pensiamo al solo prezzo delle bottiglie, quella dedicata a Cheval Blanc ) il prezzo ci è sembrato del tutto giustificato, per altre (quella della pur interessante degustazione dei vini di Araujo, nella quale si sono assaggiati solo due vini), francamente un po’ meno.

In sintesi: manifestazione importante, grande sforzo degli organizzatori, qualità molto buona, si può ancora migliorare in alcune cose, siamo fiduciosi che la prossima edizione (che sarà dedicata al Pinot Nero e alla Syrah) sarà davvero interessante (Pubblicato il 9.2.2011).

 

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