Vray Croix de Gay 1Quarantadue anni non sono pochi per un Pomerol e non lo sarebbero neppure per un più robusto Pauillac, ma tant’é. Avevo ritrovato questa bottiglia riordinando il settore della mia cantina riservato ai vecchi Bordeaux e non era certo il caso di aspettare ancora.

Si trattava di uno Château La Vray Croix de Gay del 1978. Da non confondere con lo Ch. Croix de Gay e con lo Ch. de Gay, che peraltro non sono lontani. Una volta era denominato Vraye Croix de Gay, poi, appunto negli anni ’70, la “e” finale era scomparsa.

Apparita 1987Prendendo delicatamente la bottiglia dalla scaffalatura della cantina, mi sono tornate in mente la straordinaria magnum di Chianti classico Bellavista 1988 dello stesso produttore, assaggiata alcuni anni fa in una verticale di quel vino, e l’altra, de L’Apparita 1990, proposta da Marco Pallanti in un’altra verticale avvenuta nel 2015: due vini in splendida forma, entrambi vibranti e di grande intensità, nonostante gli oltre vent’anni dalla vendemmia.

Bricco del DragoEccola, l’ultima bottiglia del Bricco del Drago del farmacista-vigneron Luciano De Giacomi. Vendemmia 1971. L’etichetta (anche un po’ storta, perché la colla ha evidentemente ceduto) é rovinatissima, come è anche logico per una bottiglia rimasta quasi mezzo secolo in una cantina umida, senza protezioni di sorta, ma , all’osservazione esterna, il resto sembra in eccellenti condizioni.

42 anni dalla vendemmia rappresentano per un uomo la piena maturità, ma per un vino sono davvero tanti, anche considerando a parte quelli fortificati, e ancor più se si tratta di bottiglie non risommate. Era quindi con una certa apprensione che avevamo prelevato dalla cantina due bottiglie di quell’età (provenienti cioè dalla felice vendemmia del 1974) da assaggiare insieme con altre più recenti nella cena di Capodanno: si trattava di un Barbaresco di Gaja e di un Barolo di Serralunga, il Collina Rionda   di Bruno Giacosa

chablis closL’ultima bottiglia del 2004 l’avevo assaggiata tre anni fa e avevo stimato una possibilità di conservazione di 12, forse anche qualcuno in più, anni dalla data della vendemmia. Me ne restavano ancora due-tre bottiglie, di quell’annata, più altre tre della 2005. Parlo dello Chablis Le Clos grand cru del Domaine William Fèvre. Poi, a mettermi una pulce nell’orecchio, ci ha pensato qualche settimana fa una nota di Allen Meadows, grandissimo conoscitore dei vini borgognoni, che si asteneva dal valutare nuovamente questo vino (al quale aveva assegnato 95 centesimi nel 2006 ), in quanto aveva trovato inequivocabili segni di premox nelle tre bottiglie (su tre) da lui aperte per l’occasione.