Sono a Barolo per assaggiare le grandi selezioni di Barolo dei Brezza. Di ritorno da una spedizione piuttosto faticosa nella Champagne, avevo infatti inserito una sosta in quella che può a buon diritto essere considerata la capitale del più prestigioso vino delle Langhe. I Brezza posseggono circa 22 ettari di terreno, di cui sedici e mezzo a vigna: dodici e mezzo a Barolo , due ad Alba e uno ciascuno nei comuni di Monforte e Novello.

Léoville-las-Cases è il “fratello maggiore” degli altri cru di Léoville,Léoville-Barton e Léoville- Poyferré,per due motivi: innanzitutto perché, con i suoi 97 ettari, rappresenta la porzione più grande della vecchia proprietà Léoville, che, nel XVII secolo, era la più estesa proprietà vitivinicola del Medoc, ma anche perché, pur essendo tutti e tre dei secondi cru nella classificazione napoleonica del 1855, Léoville-las-Cases è indubbiamente il più prestigioso, quello che, per la sua impressionante continuità qualitativa, può davvero essere riconosciuto come un “super-second “ , il più autorevole candidato ad essere promosso al rango di premier, accanto a Latour, Lafite e Margaux, per molti, già oggi superiore a Mouton-Rotschild.

Davvero una bottiglia eccellente quella di Saffredi dell’annata 2001, aperta qualche sera fa. Un bel rosso da vitigni bordolesi (Cabernet Sauvignon e Merlot), con un’aggiunta di un vitigno abbastanza insolito sui nostri territori, l’Alicante, dal colore granato ancora molto in sé, dal naso intenso , nel quale si succedono note di sottobosco e speziate; in bocca è ampio e avvolgente, con tocchi di pepe nero , ginepro e tabacco, trama tannica molto fine ed elegante, molto lungo..

I Gonet-Médeville, proprietari di Château Gilette, meriterebbero davvero la qualifica di antiquari del vino. Come parlare altrimenti di vini che vengono messi in commercio non meno di 20 anni dopo la vendemmia, come lo sono tutti gli Château Gilette?

Eppure, come talvolta capita, la nascita di questo vino e del suo inconfondibile stile, fu effetto del caso, o meglio della compresenza di numerose coincidenze esterne. Ormai 77 anni, fa, nel 1934,a Preignac non c’era di che imbottigliare il vino, né botti per conservarlo, per cui non vi fu altra scelta che lasciare il vino nella vasca di cemento. Passata la guerra, si vide che il vino era evoluto meravigliosamente : aveva l’ aroma di un grande Sauternes, ma più fruttato, incredibilmente fresco e giovane nonostante il tempo trascorso.

Finora, nella rubrica dedicata alle “Grandi degustazioni” di questo blog sono stati presentati molti vini francesi. E’ il momento di riequilibrare il conto con i nostri vini: non per sciovinismo (o contro-sciovinismo, visto che in questo non abbiamo nulla da insegnare agli amici francesi), ma perché è vero che la nostra vitivinicoltura ha fatto progressi straordinari in questi ultimi trent’anni, sia per quanto riguarda la qualità media dei propri vini, sia per quanto riguarda i vini di eccellenza. Dunque spazio ai vini italiani: cominciamo con i vini di due regioni molto distanti, non solo geograficamente, tra loro, l’Alto Adige e la Puglia,  e con due vitigni, il primo di nobiltà antichissima e l’altro di nobiltà più recente.