Francesco (De Pascale) , dell’omonima pasticceria-enoteca di Avellino, di cui abbiamo parlato in un servizio di alcuni mesi fa (vedi “La carta dei vini” del 28 dicembre 2010), è abbastanza amico da permettermi di scherzare su di lui senza eccessive preoccupazioni. Ad esempio, quando dico che è il più straordinario venditore di vini che conosca. Che cosa altro pensare di un giovane enotecaro che riesce a vendere senza difficoltà una cassa di Rossese di Dolceacqua da 35 Euro la bottiglia, in una città, come Avellino, che fino a non molti anni fa conosceva (e neppure bene) solo il Fiano, il Greco di Tufo e il Taurasi? Non se ne abbiano gli amici liguri: non c’è alcuna ironia sul Rossese e la sua qualità (vedi in proposito il bel servizio dedicatogli da Bibenda, nel suo ultimo numero), ma indubbiamente non si tratta di un vino proprio conosciutissimo al di fuori dei confini regionali. 

 La rivalità tra Italia e Francia  é proverbiale: nel calcio, nel cinema , ma da alcuni decenni, anche nel campo del vino, nel quale il dominio dei nostri vicini appariva fino a qualche anno fa assolutamente incontrastato.

Nessun dubbio che la notorietà, nel mondo dei grandi crus di Bordeaux, Borgogna e della Champagne e le quotazioni altissime di prezzo da essi raggiunte nei mercati internazionali e nelle aste non sono probabilmente ancora state replicate dai pur grandissimi Barolo e Brunello di Montalcino, ma mai il prestigio dei vini italiani è stato così vicino a quello dei blasonatissimi francesi.

Pur sempre il paese maggior produttore nel mondo, l’Italia ha praticamente raggiunto-in molte tipologie di vini- il livello di qualità francese. Il grande punto di forza nella nostra enologia è certamente rappresentato dall’incredibile ricchezza di varietà autoctone, di crescente gradimento nel mondo, non solo per un assai ragionevole rapporto qualità-prezzo, ma per la loro immunità rispetto alla omologazione internazionale. Ma l’Italia si difende bene (molto bene) anche nel campo dei cosiddetti vitigni internazionali, ad esempio, le varietà bordolesi , dove la Francia  gode di un prestigio straordinario. Come non ricordare lo stupore dei miei amici francesi quando davo loro da assaggiare “alla cieca” una bottiglia di grande annata del Sassicaia in confronto con un grand cru di Pauillac?

Come in un incontro di finale della Coppa del mondo, siamo-per così dire-.ai rigori. Nel 2006 , ai mondiali di calcio, vincemmo per il cuore della nostra nazionale ed anche per un po’ di fortuna. E oggi, nella rivincita?

 

Madame_MartisIl primo rigore è per l’Italia. Ed è un grande spumante trentino, quasi a sfidare il predominio leggendario degli Champagne.E’ un signor spumante, anzi una signora, Madame Martis, dell’annata 2001. Si tratta di un Trento doc riserva che questa azienda , nata una ventina di anni fa,di proprietà di Antonio Stelzer, produce a Martignano, in provincia di Trento. Appena 500 bottiglie di questa straordinaria cuvée : 70% di Pinot noir, 25% di Chardonnay, con il restante 5% di Pinot Meunier.

Da vigne situate sulla collina est di Trento, a 450 metri   di altitudine, su un terreno calcareo, ricco di scheletro, su roccia rossa trentina, questo vino proviene da una annata caratterizzata da un inverno mite, una primavera irrorata da piogge cadute con regolarità, che hanno agevolato la fioritura, poi il sole necessario. Vendemmia, effettuata manualmente, nella prima decade di settembre per lo Chardonnay, in barrique fino al tirage, e nella decade successiva il Pinot: presa di spuma nel mese di giugno dell’anno successivo, otto anni di permanenza sui lieviti, fino alla sboccatura, anch’essa manuale. Questo spumante ha una struttura importante: al naso offre, oltre a sentori di lievito e brioche, . note più speziate di zafferano, frutti rossi selvatici, biscotti e nocciola matura. In bocca è notevolmente sapido, minerale , di grande lunghezza (92/100). Portiere spiazzato , Italia 1-Francia 0.

MatassaOra tocca alla Francia. Quasi a voler restituire la sfida all’ Italia nei suoi punti di forza, gli autoctoni, mette sul dischetto un vino del Roussillon. Si tratta di un Vin de Pays Côtes Catalanes bianco, il Matassa blanc,dell’annata 2008: 70% Grenache Gris, 30% Maccabeu. Si tratta di un bianco davvero affascinante, intenso e minerale, di Calce , da vigne coltivate in biodinamica da due winemakers neozelandesi, Sam Harrop e Tom Lubbe. Acquistato un piccolo appezzamento appena dieci anni fa, poi accresciuto nel 2003 da ulteriori acquisizioni, i primi vini di Clos Matassa risalgono al 2002. Questo vino bianco, davvero di grande interesse (oggi importato anche in Italia, da La Cave  du Pyrène) . ha un bel colore carico, un naso lussureggiante, nel quale, a note decisamente agrumate, si sovrappongono sfumature più complesse e di lieve affumicatura. Al palato è fresco e minerale, di grande finezza, con una bella espansione (92/100): Ora siamo sull’1 a 1.

Secondo rigore per l’Italia. Stavolta sulla palla (si fa per dire) è un Sangiovese, un Montecucco riserva, di Colle Massari, braccio maremmano di Grattamacco, di proprietà di Maria Irius e Claudio Tipa. Più di 300 ettari   di proprietà, di cui 80 coltivata a vigna.

LombroneSi tratta della riserva Lombrone 2007: un bellissimo Sangiovese in purezza di questa giovanissima doc del grossetano. E’ un vino di grande impatto, a partire dal colore, un bel rubino molto intenso; all’olfatto si propone assai ricco di sfumature di ciliegia e prugna, accompagnate da note di grafite, e, più selvatiche,di bacche e terra umida . Un Sangiovese potente, anche di alcool, ma assai armonico e pieno in bocca. Davvero una eccellente riuscita (93/100).

 

L’Italia è tornata in vantaggio sul 2 a 1 , ma ora la Francia   è di nuovo sul dischetto, e risponde a un rosso potente, con un altro rosso potente. E’ un vino del Rodano, un Saint-Joseph , una delle selezioni parcellaires di Michel Chapoutier.

Tocca al Les Granits rouge dell’annata 2006.

Saint-Joseph è un’appellation della parte settentrionale del Rodano, sui costoni che bordeggiano la riva destra del fiume, distendendosi per circa 80 Km. , dalla zona del Condrieu (grandi vini bianchi da uve Viognier) a qualche chilometro dalla zona del Cornas. E’ una regione dalla quale, a seconda dei suoli, si ricavano bei vini rossi, ma anche bianchi di sicura personalità. GranitsAnche questo di cui parliamo ora è un vino biodinamico. Un Syrah impressionante, a partire dal colore, assai scuro, ancora di grande giovinezza. Un vino denso, molto intenso anche al naso, dove a note molto piacevoli di mora, mirtillo e ribes, si aggiungono sentori più rustici (di olive nere) e pietrosi. Anche in bocca si propone potente e denso, con i suoi oltre 14 gradi di alcool, con tannini decisi, ma non graffianti. Da vecchie vigne di Syrah, su suoli a base di granito (ecco il nome), molto pietrosi e poveri. Vendemmia di uve molto mature , raccolte a mano, diraspate e messe a fermentare a lungo in vasi vinari di cemento, poi per 16-18 mesi in botti di legno (nuove e di secondo e terzo passaggio).93/100 anche a questo vino, importato in Italia da Sarzi-Amadé.

Di nuovo sul 2 a  2, ci riproviamo con un bel bianco dell’Etna, il Graci bianco dell’annata 2010. E’ prodotto da un’azienda molto giovane, appena sette anni da oggi, situata a Passopisciaro (un nome che già conosciamo), in contrada Arcuria:  18 ettari di vigna , prevalentemente di Nerello Mascalese. Due ettari e mezzo sono invece di uve a bacca bianca, dove , oltre all’onnipresente Catarratto, c’è l’uva bianca dell’Etna per eccellenza, il Carricante.Vigne molto antiche a 6-700 metri di altitudine, il gioiello aziendale è la vigna Barbalecchi, Nerello pre-fillossera a 1000 metri  di altitudine, nella quale si vendemmia a novembre inoltrato.

QGraci_biancouesto Graci bianco (poco più di 6000 bottiglie), è composto al 70% da Carricante e al 30% da Catarratto. Bel colore giallo paglierino, naso assai fresco e profumato (mela golden, frutta esotica , tra cui spicca l’ananas), in bocca è piacevolmente fruttato,assai sapido, quasi salino e minerale. Ha polpa, aromaticità buona lunghezza (90/100).

 

 

Sul 2 a 3, la Francia   manda al tiro un rigorista inatteso: è un davvero insolito Melon de Bourgogne di Vézelay. Il Melon, originario della Borgogna (donde il nome) è praticamente scomparso in questa regione, dopo l’invasione della fillossera, mentre si è diffuso sulla zona costiera della Loira, la cosiddetta region nantaise dove dà vita al famoso Muscadet, vino da ostriche per eccellenza.. Questo vino curioso viene da una piccola, interessante azienda della Yonne , a pochi chilometri da Chablis , il Domaine de la Cadette.

MelonSiamo   praticamente sotto il Morvan, il clima è più freddo, e anche i suoli sono molto diversi da quelli dello Chablisien, prevalentemente argille blu-grigie e in parte calcare. Siamo dunque fuori dalla prestigiosa AOC di Chablis, ma non lontani. Vézelay ha ora (dal 1997) una propria appellation, va da sé decisamente “minore” . Jean e Catherine Montanet, i proprietari di questo piccolo Domaine tredici ettari di vigna, coltivati biologicamente, producono, oltre ad alcuni piacevoli Bourgogne Vézelay, a base di Chardonnay, anche alcuni rossi, abbastanza rustici, dove al Pinot nero si mescola il César, un vitigno antichissimo che risale all’epoca gallo-romana. E naturalmente questo sorprendente Melon: vinficato tutto in acciaio: di estrema piacevolezza, fresco, nettamente citrino, con un bel naso di pera e mele verdi. Al palato è fresco e minerale , con piacevoli note leggermente erbacee, irresistibile come aperitivo (87/100).Anche questo importato da La Cave  de Pyrène.

Siamo sul 3 a  3 Ripartiamo con un bellissimo autoctono, il Fiano di Avellino di Ciro Picariello, vendemmia 2009. Un Fiano di Summonte , come quello di Guido Marsella, un altro must irpino, nel quale confluisce però anche una parte di uve provenienti dal terroir di Montefredane. Ricordate i “tre moschettieri” del servizio di qualche mese fa ?

Fiano_PicarielloQuesto di Picariello è un bellissimo Fiano, peraltro proposto a poco più di 10 Euro. Un Fiano strutturato, polputo e profumato: frutta bianca, intense nuances floreali, un tocco di frutta secca, e un fondo fumé, molto particolare. Un vino sapido e persistente, generoso di alcool (siamo sui 14 gradi), ma molto armonico: un vino che, come le vendemmie precedenti hanno mostrato, capace di migliorare per alcuni anni e di insospettata resistenza. 91/100.

Siamo di nuovo in vantaggio: 4 a 3. La Francia  si riporta però subito di nuovo sul pari, in questa incredibile sfida, con uno dei suoi gioielli della Loira, un Saumur blanc di una delle più interessanti aziende appunto di Saumur, il Domaine des Roches Neuves. Quest’azienda possiede circa 22 ettari    di vigna, di cui 20 coltivata a Cabernet franc e 2 a   Chenin blanc. Il proprietario, Thierry Germain, vi produce alcuni dei migliori e più rigorosi Saumur-Champigny bidinamici , tra cui il notissimo La Marginale,   e un vero gioiello, il Franc de pied.

InsoliteData dal 1996 invece l’origine di questo vino, battezzato L’Insolite, da uve Chenin blanc, che si ispira ai Riesling della Mosella e austriaci. Appena 18 ettolitri di vino per ettaro, provenienti da una parcella vecchia di oltre 75 anni. Uve raccolte a mano, sottoposte a molteplici selezioni, poi messe a fermentare in botti da 228 e  400 litri,  un terzo di un anno e i restanti due terzi di due anni.

Davvero magnifico questo L’Insolite: un bianco di razza: ha naso intenso, di frutta bianca e gialla, e floreale (camomilla) , ha polpa, mineralità, acidità vibrante. Un bellissimo vino che spunta 93/100.

 

Siamo di nuovo pari. Non c’è tempo per altri rigori. Si chiude in parità e in amicizia con un vino che è italiano e francese nello stesso tempo, il coup de coeur di questa puntata: il Caiarossa 2008.

E’ il vino di punta di una bella azienda della Val di Cecina , nata appena nel 1998, di proprietà di Eric Albada Jelgersma, già artefice delle rinnovate fortune di Giscours, troisième ru di Margaux, e di Château du Tertre , un più che rispettabile cinquième della stessa AOC. Oltre al cru aziendale, del quale parleremo, produce un altro bel rosso, il Pergolaia , da uve Sangiovese in prevalenza (85%) e il resto di vitigni bordolesi (Merlot e appena un tocco di Cabernet franc e Cabernet Sauvignon), un piacevole bianco da uve Viognier e Chardonnay, il Caiarossa bianco, e un biuanco dolce da uve tipiche del Jurançon,il Petit Manseng, l’Oro di Caiarossa. Ma il vero Messi dell’azienda è il Caiarossa rosso. Uvaggio davvero insolito: poco più di un quarto di Cabernet Franc (29%), poi Merlot (16%),Petit Verdot (16%), Cabernet Suavignon (8%), ma, accanto alle uve bordolesi, in modo del tutto eterodosso, Syrah (14%), una pari quantità di Alicante e un respiro di Sangiovese (3%).

Caiarossa07Da suoli argilloso-calcarei, e in parte sabbiosi ricchi di ferro , molto sassosi, a 150-250 metri  di altezza, con elevata pendenza, le vigne sono ad alta densità (oltre 9.000 ceppi per ettaro) ancora molto giovani, ciò che fa presagire un grande futuro quando avranno alcuni anni di più. Appena 30-35 ettolitri di vino per ettaro. Il vino viene elevato in barriques e tonneaux in parte di legno nuovo (circa il 30%), e in parte di secondo e terzo passaggio, per 16-18 mesi. Bellissimo già dal colore, rubino intenso, naso egualmente intenso, di ribes, more scure, altri frutti di bosco, molto balsamico. In bocca è carnoso e sensuale, tannini fitti e setosi, di grande eleganza (94/100) (Pubblicato il 4.12.2011).

 

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PoyferrAbbiamo già avuto modo di accennare, sia pure indirettamente, all’affascinante storia che ha portato all’origine di questo straordinario Château, parlando dell’assaggio di una bottiglia del 2006 di Léoville-Barton.

Poyferré faceva infatti parte, come quella parte di proprietà poi denominata Léoville-Barton, di un unico grande possedimento, che comprendeva anche l’attuale Château Léoville-las –Cases. Alla morte, nel 1769, di Alexandre de Gasq, proprietario di quello che fu il più grande possedimento vitivinicolo del Medoc , Léoville era ancora indivisa. All’epoca della rivoluzione francese, il Marchese di Las-Cases, uno dei quattro eredi, dovette fuggire dal Paese,e Léoville fu sottoposta a sequestro e destinata alla vendita. Fu così che un pezzo di esso fu acquistato dalla famiglia Barton, dando origine a Château Léoville- Barton. La parte restante fu poi ulteriormente divisa alla metà dell’Ottocento: una parte andò al figlio del marchese, Pierre-Jean, diventato maresciallo di campo di Napoleone, dando origine alla Château Léoville-las.Cases . L'altra toccò a una figlia, che sposò il Barone Jean-Marie Poyferré, e da essa nacque Léoville- Poyferré.

Poyferré aveva naturalmente tutte le carte in regola per dare vini dello stesso livello degli altri due Château fratelli , e di fatti, quando nel 1855 fu effettuata la classificazione napoleonica dei grandi crus del Médoc, fu inserito tra i seconds grands crus di Saint-Julien.

Venduta nel 1865, fu falcidiata dalla fillossera. Poi venne la prima guerra mondiale e la proprietà andò praticamente in rovina. Acquistata dagli attuali proprietari, la famiglia Cuvelier, iniziò la sua lenta risalita.

I Cuvelier erano dei négociants, che avevano già acquisito, agli inizi del secolo scorso, Château Le Crock , a Saint-Estèphe, e , alcuni anni dopo, Château Camensac, nell’Haut-Médoc. Ma certo Poyferré era ben altra cosa. Dopo alcuni decenni di mediocrità, in cui i vini della proprietà furono ben lontani dalla qualità che ci si poteva attendere da essa, la consulenza del grande Emile Peynaud, e poi, quella più recente, di Michel Rolland, diedero l’avvio ad una vertiginosa risalita qualitativa. Negli anni ‘90’ fu costruita una nuova barricaia e poi fu interamente rinnovata l’antica tinaia. Terminati i lavori alle cantine nel 1996, Poyferré ha dato inizio ad una serie assai felice di vendemmie che l’hanno riportata ai vertici dell’appellation, agli stessi livelli, che sembravano ormai irraggiungibili degli altri due Château dell’antica proprietà Léoville.

La superficie vitata, su tipiche graves della Garonna, è progressivamente aumentata, dai circa 48 ettari  iniziali agli attuali 80. La presenza del Merlot, prima più importante, è stata ridimensionata (oggi costituisce circa il 27%), mentre è stata accresciuta la percentuale del Cabernet Sauvignon (63%). La restante parte è distribuita tra il Petit Verdot (8%) e il Cabernet Franc (2%).

Tre settimane circa prima della vendemmia, il proprietario, Didier Cuvelier. Michel Rolland, l’enologa dello Château, Isabelle Davin, Bruno Clenet (chef de culture) e Didier Thomann (maître de chais) percorrono l’intero vigneto per assaggiare l’uva e valutarne la maturazione. Operazione, questa, che viene ripetuta nelle settimane successive, parallelamente ai controlli di laboratorio sul tenore zuccherino e l’acidità e dei tannini e degli antociani.La data effettiva della vendemmia viene stabilita dall’équipe tecnica una settimana prima dell’inizio. Le uve sono vendemmiate manualmente. La selezione dei grappoli viene fatta, in parte ancora manualmente, prima della diraspatura e poi prima del foulage . La messa in cuve viene fatta separatamente per parcella nei 35 vasi vinari in acciaio inox.

Le uve fermentano nell’acciaio a temperatura controllata (circa 35°), La macerazione avviene in tre-quattro settimane, prima che il vino venga messo in barriques , nuove per il 75%, dove fa la malo lattica. L’ élevage, in barrique dura18-20 mesi.

Oltre al grand vin, Poyferré produce due vini minori. Il primo, Château Moulin Riche, proviene da una proprietà di 21 ettari, acquistata nel 1920, vitata a Cabernet Sauvignon e Merlot. Viene interamente vinificato in acciaio, prima di fare un periodo in barriques in parte nuove e in parte di un anno, ed è un vino che può essere consumato abbastanza presto per la morbidità dei suoi tannini. Le Pavillon de Poyferré è il secondo vino della proprietà, ed è fatto con le vigne più giovani fa un élevage in barrique di un anno e due anni ed è ovviamente un vino assai più facile, ma piacevolmente fruttato.

Abbiamo assaggiato, in tempi diversi, le annate 2005, 2007 e 2009.

Partiamo da quella più recente. Come è noto, quella del 2009, è stata un’annata straordinaria, come quella successiva, del 2010. Dopo un inverno freddo e molto umido, nel quale le piogge sono state abbondanti, è sopravvenuta una primavera molto mite, con oltre 30 gradi raggiunti nel mese di maggio   e punte di quasi 39 gradi in giugno. La fioritura è avvenuta in condizioni ottimali. Estate calda e secca, con leggere piogge a metà settembre. La vendemmia è stata effettuata tra il 29 settembre e il 12 ottobre.

Poyferr_2Il vino del 2009 proviene da uve al 60% di Cabernet Sauvignon, 29% Merlot, 6% Petit Verdot e 5% Cabernet franc.Colore rubino scuro, di grande intensità. Al naso, molto balsamico, si evidenziano note di frutti neri e di spezie dolci. All’assaggio è ampio, opulento, ma molto elegante, setoso, di notevole profondità e lunghezza (96/100).

L’annata 2007 è stata assai più tormentata. Su di essa si avevano molte ansie, poi i risultati sono stati migliori di quello che ci si attendeva. Dopo una stagione invernale molto piovosa, ma con temperature più alte della media, il tempo è stato abbastanza piovoso fino a fine agosto

La fioritura è avvenuta in condizioni abbastanza difficili e dopo è stata necessaria una stretta sorveglianza contro le infezioni fungine. Il tempo, assai più clemente in settembre, ha permesso di salvare la vendemmia, iniziata a fine mese e protrattasi fino al 10 ottobre. L’uvaggio di questa vendemmia è costituito al 65% da Cabernet Sauvignon, 24% di Merlot, 7% di petit Verdot e 4% di Cabernet Franc . Colore granato brillante, naso balsamico, di buona complessità, nel quale ai frutti scuri si aggiungono note di caffè e lievemente tostate, in bocca è fresco e piacevolmente fruttato, con tannini morbidi ed eleganti. Una bella riuscita (90/100).

Grandissima annata anche quella del 2005. Inverno mite e piuttosto secco, al quale segue una primavera abbastanza fredda ed egualmente secca. A maggio le temperature diventano presto elevate, favorendo una fioritura corta. I mesi successivi sono caldi e secchi, raggiungendo livelli significativi di stress idrico. Si vendemmia tra il 26 settembre e l’8 ottobre, Cabernet Sauvignon al 68%, Merlot 26%, Petit Verdot il restante 6%. Il vino ha colore scuro, il naso è intenso e assai complesso : frutti neri, moka, cacao, di grande balsamicità; in bocca è di grande potenza e finezza, con tannini fitti . Un vino impressionante per struttura, frutto ed eleganza (95/100).

Altre annate precedenti assaggiate:

2004: annata discreta, frutti scuri, sentori lievemente affumicati e speziati (pepe nero), ha polpa, tannini morbidi, buona lunghezza (91/100).

2001: annata buona, bella riuscita , un vino armonico, dal bouquet complesso, in bocca è setoso,di buona profondità (92/100).

2000: annata ottima, bel colore scuro, struttura consistente, naso assai ricco, assai intenso,tannini morbidi ed eleganti, lungo (93/100)

Pubblicato il 27.11.2011

 

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Parliamo di un vino della Champagne, che merita tutta intera la definizione di vino per grandi amatori, sia per la sua rarità che per il suo costo. Non tutti sanno, infatti, che la Champagne, oltre alle sue straordinarie bollicine, produce anche una limitata quantità di vini “fermi” (bruttissimo termine, in verità, che suggerisce l’immagine di un vino morto), bianchi e rossi , accomunati dall’appellation Côteaux Champenois.

Sono soprattutto i rossi da Pinot noir, va da sé delle zone più vocate, quelle maggiormente protette dai venti freddi occidentali, spesso accompagnati dal nome del comune di provenienza (Ambonnay, Bouzy…) quelli più interessanti . Vi sono anche dei rosé, anch’essi davvero molto rari: poco più di 50.000 bottiglie in tutto . Si tratta del Rosé des Riceys: si produce nel comune di Ricey, forse il più grande territorio nella Champagne, con i suoi 870 ettari,  di cui 350 per il Rosè Des Riceys.

Non sempre i vini fermi della Champagne sono all’altezza di quelli spumanti, ma quello di cui parliamo oggi è davvero un vino importante.

Si tratta del Côteaux Champenois Ambonnay rouge di Egly-Ouriet.

Egly-Ouriet è uno dei migliori produttori della Champagne, possiede un vero patrimonio di vigne a grand cru (poco meno di dieci ettari  a Bouzy , quasi 8 ad Ambonnay, e a Verzenay).

I suoi Champagne, tra i quali è un memorabile Blanc de noirs, sono tutti di livello eccellente. La ricetta è semplice: vigne vecchie (ormai vicine ai 40 anni) in terroirs unici, vinificazione in legno , niente malo lattica, tempi lunghi per l’affinamento, mai meno di 48 mesi e almeno 60 per i millesimati, data di sboccatura in etichetta (cosa apprezzabilissima per il consumatore).

Ambonnay_2Il vino che degustiamo, della vendemmia 2008, Les Grandes Côtés Ambonnay rouge: colore di media intensità, tipico del Pinot noir di questo territorio, naso assai complesso, nel quale note decisamente affumicate si avvicendano a quelle di frutti rossi (lampone, ciliegia nera) , cedro e sottobosco. Al palato evidenzia  una notevole astringenza, che mostra che è ancora molto giovane, caffé e note grigliate molto eleganti. Andrebbe atteso ancora due-tre anni per berlo al meglio, ma durerà molto a lungo (93/100). Grande vino, che potrebbe dirsi un Pinot noir borgognone di Vosne Romanée, un vino sicuramente degno di essere provato, almeno una volta, anche se di prezzo tutt’altro che amichevole (in Italia circa 85-90 Euro) (Pubblicato il 24.9.2011)

 

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Chateau Suduiraut , con i suoi 90 ettari vitati (90% Sémillon e 10% Sauvignon), è dal 1992 di proprietà AXA Millésimes, il braccio vitivinicolo della nota società di assicurazioni. E’ uno degli 11 premier cru di Sauternes (Yquem, come è noto, è l’unico premier cru supérieur) della classificazione 1855.

Si tratta di una delle più belle proprietà di Bordeaux, con una magnifica costruzione settecentesca, circondata da splendidi giardini, progettata da André Le Nôtre, già responsabile dei giardini del re a Versailles e alle Tuileries.

Ottomila casse annue: stabilmente tra i migliori , sicuramente tra i primi quattro-cinque , e secondo forse solo a Yquem e Climens, specie nelle ultime annate, ha inanellato una serie di vendemmie molto positive. Il terroir da cui proviene, quello di Preignac, gli conferisce un fruttato paragonabile a quello dei migliori Barsac.

Qui parleremo di tre annate, due generalmente considerate molto positive (la 1999 e la 2003) e la terza considerata in modo controverso , un’annata povera secondo alcuni , la 1996 (86/100 per Parker e 89/100 per Tanzer).

Partiamo da quest’ultima annata, che abbiamo appena riassaggiato.

Suduiraut96La bottiglia, in splendida forma nonostante i suoi 15 anni, si propone ancora giovane, con un colore giallo oro non troppo carico. La botrytis appare subito evidente, con note eleganti lievemente fumé, che rendono più complesso un bouquet agrumato, con sentori iodati, di scorza di arancia e, lievi, di zafferano. In bocca è ricco, sapido e lungamente persistente. Lo abbiamo bevuto inizialmente un po’ fresco, data la temperatura estiva, a 12°; poi, man mano che questa saliva sui 14-15° le sensazioni olfattive diventavano sempre più intense. Un ottimo Sauternes, valutato da WOW 92/100.

Molto buono e completo anche il 1999, grasso e cremoso, dolce, ma tutt’altro che stucchevole, con note leggere di miele e di frutta candita, equilibrato di alcool e acidità. Botrytis ben avvertibile, ma non coprente, con sfumature lievemente grigliate. Un tipico Sauternes di Preignac , che vale oggi 92/100.

Sontuoso il 2003. Un Sauternes di grande spessore ed eleganza. Ricco, profondo, di grande armonia e freschezza, mostra tutta la palette olfattiva dei grandi Sauternes, con albicocca, scorza d’arancia candita e miele di acacia in evidenza, e note speziate- soprattutto zafferano- di grande eleganza. Lunghissimo: 95/100 (Pubblicato il 28.8.2011)

 

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