KeberChi non fosse ancora persuaso della grandezza del Tocai (che oggi siamo ahimè costretti a chiamare Friulano) del Collio, assaggi questo vino, anche se non si tratta di un Tocai in purezza, ma il nostro vitigno vi contribuisce in misura importante. Questo vino “sostituisce” il Collio Tocai , fin qui prodotto da questa magnifica azienda familiare contadina di Zegla, a pochi chilometri dal confine sloveno, che ha fatto la scelta, difficile e coraggiosa, ma coerente, di produrre un solo vino, “il vino di Edi Keber” :diremmo “Il K di Keber”, augurandoci che qualche studente di Psicologia un po’ distratto non faccia confusione con la costante “K di Weber” . Risulta da un uvaggio da uve tipiche friulane (Tocai, ora Friulano, al 50%, Malvasia istriana 30% e Ribolla gialla 20%) provenienti da una vigna di circa 10 ha. ottimamente esposta a sud e con un suolo che localmente viene chiamato ponka , costituito da marne e arenaria. I ceppi (5000 per ettaro) sono piantati col sistema Guyot, assicurando meno di un chilo e mezzo di uva per pianta. La resa è bassa come per tutti i vini nobili, non superiore ai 40 q.li per ettaro. Le uve, raccolte manualmente, sono pigiate a grappolo intero. Il mosto viene messo fermentare in grandi vasche in cemento, dove resta per circa 5 mesi. Il 20% è invece elevato in botti di rovere da circa 4 hl.

Il vino si distingue per una grandissima purezza. Non colpisce per la presenza di aromi stordenti, ma piuttosto per la sua incredibile armonia , sia olfattiva che gustativa. Grande eleganza, che , per quanto Edi Keber ami presentarsi come un contadino, non evoca alcuna nota rustica, Di colore giallo paglierino con riflessi lievemente verdognoli, al naso offre sentori leggeri di melone giallo, pera, agrumi, fiori bianchi e mandorla. Di splendido equilibrio, si propone setoso al palato e intensamente minerale, lunghissimo. Grande vino bianco friulano, meritevole di far parte della nostra aristocrazia enoica : 93/100 (Pubblicato il 10.2.2011).

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In questa nuova rubrica parleremo di due grandi vini in parallelo. Confronteremo cioè due modi di interpretare i loro territori, realizzando ciascuno un prodotto unico a partire da uvaggi e da filosofie molto simili . Questa volta abbiamo bevuto insieme un grande vino del Medoc, second cru a St. Estèphe, Château Montrose (www.chateau-montrose.com), della vendemmia 2001, e un Sassicaia (www.sassicaia.com) del 2003.

Quella del 2001 è stata un’annata generalmente buona per il bordolese , eccezionale per i bianchi liquorosi (Sauternes e Barsac), comunque ottima anche per i vini rossi, un po’ meglio per quelli della rive gauche: un’annata oggi rivalutata, dopo essere stata messa in ombra da un grande 2000.. Una annata, soprattutto, che gli anni hanno confermato essere di “longue garde”, come dicono i francesi. A dieci anni dalla vendemmia, infatti, soprattutto i grandi cru, appaiono in ottima forma, e, come vedremo, lo è anche il nostro Montrose.

SassicaiaChe dire di nuovo sul Sassicaia, il vino più famoso d’Italia all’estero? Una cosa per la verità forse anche un po’ ingiusta, perché il nostro paese ha certo altri vini grandissimi, non meno degni forse di fare da bandiera della nostra enologia.. Ma che il Sassicaia sia un grandissimo vino, nessun dubbio. E’ stato proprio il Sassicaia, agli inizi degli anni 70, a ridefinire il mio prototipo di grande vino, fino ad allora ancorato al Chianti classico. E il Sassicaia è stato il primo vino italiano da Cabernet con il quale ho stupito i miei amici francesi, per i quali il grande vino cominciava a Bordeaux e finiva a Bordeaux. Come dimenticare a questo proposito un altro duetto “alla cieca”, fatto a metà anni ’80, tra un Sassicaia e un Lafleur, grande vino di Pomerol, conclusosi senza vinti né vincitori? E’ di appena un anno fa la bellissima verticale di Sassicaia, organizzata da Ian D’Agata, che ha visto succedersi 10 annate diverse dal 1998 al 2007, allora bevuta in anteprima, dieci gioielli dai quali ho visto confermata la straordinaria continuità qualitativa di questo vino.

Montrose: Il fatto che sia “solo” un deuxième cru del Medoc, non deve far commettere l’errore di sottovalutarlo. Montrose ha un terroir straordinario, con i suoi 70 (oggi diventati 90 ettari, con l’acquisizione di una parcella attigua a Phélan Ségur) di vigne che dominano l’estuario della Gironde, una massa enorme d’acqua che gli assicura un microclima davvero unico, mai troppo freddo, né troppo caldo, paragonabile solo a quelli di Latour e Léoville Las Cases. Talvolta – ad es. negli anni ’70-80- la sua potenza non riesce a nascondere una certa rusticità, propria di St. Estèphe, ma, nelle annate migliori, come lo sono state soprattutto il 2003 e il 2009, Montrose diventa un grandioso monumento, secondo a nessun vino. La fama del vino di Montrose è relativamente recente, rispetto ad altri grandi dell’aristocrazia enologica francese: fino alla fine del ‘700 era ancora poco più di una brughiera un po’ desolata, finché non fu acquisita da Alexandre de Ségur, che fu anche proprietario di Mouton, Latour e Lafite, e da lui data al figlio, Nicolas Alexandre, che la cedette a Etienne Dumoulin. In pochi decenni la fama di Montrose crebbe rapidamente, tanto da valergli la classificazione come secondo grand cru nel 1855. Fu lo stesso Dumoulin a dargli il nome Montrose, che, secondo la leggenda, gli derivava dal colore rosato delle colline che si affacciavano sul fiume , o almeno apparivano di questo colore al tempo della fioritura delle eriche. Montrose ha anche un’altra particolarità, alquanto inconsueta nel Mèdoc, e cioè il fatto di costituire un vigneto enorme (si è detto , di 70 ettari), che costituiscono un sol blocco, su un suolo profondo, costituito in maggioranza da ghaia grossa, sabbia e una quantità minore di argilla. Un suolo che assorbe il calore di giorno e lo cede di notte, quando l’aria si raffresca, ciò che consente una maturazione ottimale delle uve. Le vigne, 65% Cabernet sauvignon, 25% Merlot e 10% Cabernet franc, di età media di circa 40 anni, sono ad alta densità, con circa 9000 ceppi per ettaro, la resa è controllata e non supera mai i 45 ettolitri per ettaro, la selezione , effettuata dopo la fioritura, è severissima, in modo da assicurare sempre una qualità molto elevata. Montrose, oggi di proprietà de Bouygues (proprietari anche di Chateau Tronquoy-Lalande) , è affidata dal 2006 a Bernard Delmas, già responsabile della cantina per Haut-Brion. Dopo la pigiatura, l’uva viene lasciata a fermentare in tini d’acciaio termocondizionati per 3-4 . settimane . Il vino viene poi fatto maturare per circa 18 mesi in barriques nuove per il 60%. Il restante 40% va invece in botti di un anno.

Montrose è il grand vin, La Dame di Montrose il secondo vino, Montrose dà di norma un vino potente, ricco, con un frutto di grandissima eleganza e tannini fitti, che nel tempo si fondono meravigliosamente (di norma occorrono almeno 15 anni per fare un grande Montrose), dando l’impatto di un vino di grande razza.

Questo 2001, bevuto in parallelo con il Sassicaia 2003 (aggiungo che la sera era stata aperta da un Gatinois millesimé del 2002 e poi da un Batard-Montrachet grand cru di O.Leflaive del 2005), si mostrava ancora piuttosto chiuso e ruvido in bocca. Dopo un’ora di caraffatura , forse anche perché un po’ freddo (la temperatura esterna era sui 19°, e il vino era stato portato su dai 12.5° della cantina solo 6-7 ore prima) , confrontato con il Sassicaia, pure più giovane di due anni, sembrava lui il vino di vendemmia più recente. Dopo due ore dalla caraffatura c’era già un maggiore equilibrio. Dapprima “tutto Sassicaia”, dopo è uscito anche Montrose: il Sassicaia mostrava una maggiore armonia e una grandissima finezza, Montrose una potenza enorme che domandava solo di distendersi un po’. Alcune ore dopo era un gran pareggio, come tra due squadre di calcio che giocano aperto e si segnano goal a ripetizione.

Parliamo ora però anche del Sassicaia. . Alla verticale di Ian D’Agata avevo annotato 92/100. Mi era sembrato un bel Sassicaia, già abbastanza pronto, sicuramente assai più delle annate successive .Mi aveva però colpito un po’ meno del 1998 (già perfetto) e del 2001.

 

Di un bel rubino profondo, naso avvolgente di frutti rossi, in bocca si rivela di grande armonia, con tannini setosi, con note intensamente balsamiche, restituisce ancora bacche selvatiche (ribes), prugne nere, cuoio e tabacco . Confermo il mio 92, che mi pare ben meritato, ma decido di arrivare a 93. Vino già molto godibile, ma che potrà reggere senza difficoltà altri 5-6 anni e forse più.

Montrose

 

Ora il Montrose. Più un duello che un duetto. Due modi diversissimi di leggere il Cabernet. Colpisce la grande potenza. Dà l’impressione che gli occorrano ancora 10 anni per distendersi e raggiungere il meglio. Naso dapprima un po’ chiuso, poi si apre , esprimendo note molto avvolgenti di frutti rossi. In bocca ancora frutti di bosco, ciliegia, grafite, sentori anche un po’ terrosi. Si era detto pareggio e pareggio è: 93 anche a lui (Pubblicato il 27.1.2011).

 

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Joseph2L’uva Gewurztraminer (Traminer aromatico) dà alcuni dei vini più emozionanti dell’Alto Adige, e le vigne che circondano Termeno- Tramin (non vi è alcun bisogno di sottolineare la concordanza dei nomi) sono quelle che danno i Gewurztraminer migliori. La casa vinicola Joseph Hofstätter , con il suo celebre Kolbenhof, si contende di anno in anno con la Cantina di Termeno e il suo Nüssbaumer la palma di miglior Gewurztraminer dell’Alto Adige. L’azienda, oggi nelle mani di Martin Foradori, si trova appunto a Termeno in un antico edificio cinquecentesco, che fu stazione di posta e poi divenne una locanda , di proprietà di Maria Hofstätter, prozia di Martin Foradori.. Fu il marito di Maria, Joseph, che dà nome all’azienda (ed al vino di cui ci accingiamo a parlare) , che elaborò i primi vini della casa, ma fu un nipote, Konrad Oberhofer a cominciare, primo in Alto Adige, a selezionare le uve a seconda del podere, e a vinificarle separatamente, per poter produrre dei vini più pregiati, che riportavano in etichetta il nome della vigna. Ciò rese presto necessario negli anni ‘60 l’ampliamento della cantina., che fu poi ulteriormente ampliata alla fine degli anni ’90 dall’attuale titolare, Martin Foradori, che fece costruire una vera e propria Torre del vino, proprio a fianco all’antico campanile di Termeno.

I vigneti di proprietà della Azienda Hofstätter (www.hostatter.com) sono posti sui due versanti della Valle dell’Adige, incorporando i diversi masi attorno ai quali erano stati impiantati i vigneti. Posti ad altezze variabili tra i 250 e i 750 metri, hanno una esposizione ottimale per produrre vino di qualità. Alcuni di essi hanno acquisito una notorietà leggendaria , come quelli di Villa Barthenau a Mazon per il Pinot nero, e quelli di Kolbenhof per il Gewurztraminer. Hofstätter produce infatti, oltre al suo Gewurztraminer base, quello che prende il nome di Kolbenhof, un vino monumentale , dalla incredibile potenza e complessità aromatica, peraltro capace di reggere, evolvendosi, numerosi anni. Due anni fa ne facemmo una degustazione verticale emozionante, di sei diverse vendemmie, dal 2000 al 2005, di cui conserveremo a lungo memoria.

Al fondatore Joseph è dedicata una vendemmia tardiva di Gewurztraminer , mentre, nel 2005, è stata intitolata alla moglie Maria una rarissima versione di “vino di ghiaccio”.

Il Gewurztraminer Joseph è di fatto un Auslese, come è anche riportato in etichetta: viene elaborato da uve selezionate dai migliori vigneti posti nel comune di Termeno, su suoli argilloso-calcarei, vendemmiate tardivamente nel mese di novembre, allorquando gli acini sono stramaturi. Dai grappoli, pigiati sofficemente e sottoposti ad una leggera pressatura, si ricava un succo che viene lasciato a fermentare lentamente, travasato in piccole botti di legno dove resta ad elevarsi per circa un anno, e infine messo in bottiglia per circa altri sei mesi di affinamento: il vino ha però bisogno ancora di uno-due anni per raggiungere la maturità e complessità necessaria. Il vino dell’annata 2006 ha oggi un bel colore giallo oro brillante , non eccessivamente carico, dall’intenso bouquet di frutta tropicale (soprattutto mango e ananas), nel quale si colgono nettamente la rosa essiccata , il caratteristico lychee . In bocca è piacevolmente dolce, ma non stucchevolmente mielato, è percorso da una fresca vena acida, e restituisce gli stessi toni di frutta gialla ed esotica, scorza di arancio, spezie dolci. Vino elegante, da impiegare su foie gras, ma anche su formaggi o pasticceria fresca, non fa rimpiangere i suoi quasi 25 Euro la mezza bottiglia (prezzo indicativo in enoteca al momento della messa in vendita). Valutazione: 91/100 (Pubblicato il 19.1.2011).

Nuits2Quella di Nuits-Saint-Georges é una appellation di circa 306 ettari, che comprende 41 climats classificati come premier cru, nei comuni di Nuits-Saint-Georges, naturalmente, e Prémeaux-Prissey, appena a una ventina di Km. da Beaune, a pochi minuti di auto (o bicicletta) da Vosne-Romanée. Pur essendoci una piccola produzione di Nuits bianco (non più di 7 ettari in tutto sono vitati a Chardonnay), un vino ricco e spesso elegante, i vini di Nuits sono quasi totalmente rossi, da uve Pinot Noir al 100%. La mancanza di climat classificati come grand cru non tragga in inganno. Il Nuits-Saint-Georges è un grande vino, specie nelle annate favorevoli, capace peraltro di invecchiare a lungo. Per riconoscimento unanime , Les Saint-Georges è il climat migliore in assoluto, dal quale si ricavano vini sistematicamente superiori agli altri premier cru, e solo motivi fiscali (tassazioni troppo elevate) gli hanno impedito di richiedere il riconoscimento come grand cru. Tuttavia anche dagli altri premier cru si ricavano vini di tutto rispetto. La bottiglia della quale parleremo è un Nuits premier cru Les Damodes, di una annata non favorevolissima per la Borgogna, la 2004, che però ha avuto alcune buone riuscite presso i produttori più accorti, come il Domaine  Faiveley (www.bourgognes-faiveley.com), una azienda storica di Nuits, che fu fondata nel 1825, giunta con il giovane Erwan alla settima generazione .Il Domaine Faiveley ha acquisito negli anni una reputazione di una Maison molto affidabile, ulteriormente cresciuta nelle ultime vendemmie. I vini di Faiveley hanno uno stile non troppo appariscente, ma hanno una qualità costante, che svela le sue carte migliori nel corso degli anni.

Nuits_FaiveleyIl climat Les Damodes ha una superficie di poco più di 8 ettari e mezzo, ma la porzione appartenente al Domaine Faiveley non raggiunge l’ ettaro di estensione. E’ situato a Est, su un suolo calcareo poco profondo . Le vigne hanno poco meno di 25 anni, risalendo i primi impianti al 1983 e danno annualmente circa 5000 bottiglie. Il 2004 è stata una annata climaticamente difficile, con grandinate e rischio di oidio e muffe, che hanno richiesto una attenta vigilanza. Tuttavia , nonostante una raccolta scarsa, sugli stessi valori del 2003, le uve furono di ottima qualità, ciò che permise di raggiungere buoni valori zuccherini e una ottima maturità fenolica. La fermentazione avviene a temperatura controllata, poi il vino viene travasato in fusti di legno, per due terzi nuovi, dove rimane circa 24 mesi, per proseguire poi il suo affinamento in bottiglia.

Il vino, dopo essere stato caraffato, si presenta con un bel colore rubino non troppo carico, offrendo un naso discreto ma elegante di frutti rossi, principalmente ciliegia e ribes nero e una nuance di violetta . All’assaggio si rivela vellutato, proponendo un frutto maturo ed elegante, spezie dolci, gradevoli note leggere di tostatura. Ottima bottiglia (90/100), da servire appena un po’ fresca (sui 16-17°) in bicchieri ampi, adatti ai rossi da Pinot noir , Può tranquillamente migliorare per altri due-tre anni . ma essere conservato per alcuni altri anni (6-8) in una cantina idonea (Pubblicato il 17.1.2011).

 

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Bouchard-Pere-et-Fils-Beaune-Vigne-de-l-Enfant-Jesus-Premiere-Cru-les-Greves-2005_5_0_8_wine_59302_detailIl Vigne de l’Enfant Jésus è un Beaune premier cru , 100% Pinot Noir, proveniente da quello che è sicuramente il migliore climat di Beaune, il cru Grèves. La vigna , già appartenuta alle suore carmelitane, che l’avevano ricevuta in dono dal re di Francia, per aver “predetto” 22 anni prima , nonostante la sterilità della madre, Anna d’Austria, la nascita, da tempo attesa di un erede maschio che sarebbe poi divenuto Luigi XIV, è di proprietà della Bouchard père et fils (oggi Henriot), di cui costituisce uno dei pezzi più pregiati (www.bouchard-pereetfils.com). Pur essendo la vera capitale del vino borgognone, Beaune non ha nessun vino classificato come grand cru. Questo dato sembra incomprensibile, vista anche l’impressionante continuità qualitativa dei vini di Grèves e in particolare di questa Vigna, di cui recentemente si sono degustati vini di vendemmie ottocentesche, e può probabilmente spiegarsi solo con motivazioni di tipo fiscale, visti i costi delle vigne poste in grand cru. Come è stato detto recentemente, Grèves rappresenta uno di quei super-premiers crus , di cui ha parlato Roberto Petronio sulla “Revue du Vin de France”, come il Clos St. Jacques a Gevrey- Chambertin, Les Saint Georges a Nuits-Saint-Georges, Rugiens a Pommard , Les Amoureuses a Chambolle-Musigny, o il Cros  Parentoux a Vosne-Romanée, che danno, di anno in anno, vini sistematicamente superiori a tutti quelli delle zone limitrofe comprese sotto la stessa denominazione comunale. Vini che non si intimoriscono di fronte ai più grandi crus della Cote de Nuits, come ama dimostrare Stéphane Follin- Arbelet, che propone il Vigne del’Enfant Jésus in degustazione dopo lo Chambertin-clos-de Bèze grand cru, altro gioiello della Bouchard.

Abbiamo recentemente degustato le annate 2005 e 2006 di questo vino emozionante. Il 2005, come è noto, è stata una grande annata in Borgogna. I vini di questa annata hanno struttura, eleganza, equilibrio e sono destinati, sia i bianchi che i rossi, ad una lunghissima vita. L’annata 2006 , pur di minore livello “globale”, ha comunque evidenziato alcune riuscite maggiori, come è appunto questa della Vigne , che hanno espresso vini di grande suggestione ed eleganza.

Confrontati tra loro, il 2005 mostra una maggiore maturità, una grande pienezza di frutto e uno straordinario equilibrio. Il naso e la bocca propongono intense sensazioni di frutti rossi maturi, ciliegia nera, spezie , cuoio e tabacco con note terrose di grandissima eleganza. Vino di notevole profondità e ricchezza, ha davanti a sé ancora molti anni di vita. Oggi 93/100.

Più immediato il 2006, mostra una intensità di frutto di grande seduzione.Il vino ha corpo elegante, profondità e lunghezza. Elevata la corrispondenza gusto-olfattiva, dove alle sensazioni fruttate di lamponi, ciliege e frutti di bosco, fanno da contrappunto altre più balsamiche, di liquirizia dolce , cacao e tabacco. Oggi 92/100 (Pubblicato il 28.12.2010).

 

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