Millesima

Millésima è uno dei principali riferimenti per quei privati che vogliano acquistare dall'Italia  vini di qualità di Bordeaux e di altre regioni della Francia, senza le limitazioni di scelta  imposte  dalle enoteche nazionali, che ovviamente possono proporne  una selezione  assai più ristretta .Chi abbia comperato vini francesi nel nostro paese sa di che cosa parliamo: è possibile reperire, e solo nelle enoteche più grandi ,  magari i vini dei premiers crus o di fascia più elevata, a prezzi generalmente molto elevati e non sempre con  valide garanzie circa la loro provenienza (ossia, non provenienti direttamente dal produttore, ma acquistati da rivenditori stranieri, collezionisti e talvolta ristoranti), oppure  vini di marca (quelli da cassetta regalo in periodo natalizio) di qualità talvolta discutibile.

Millésima é una società di vendita via Internet, sita a a Bordeaux, dove - nelle sue cantine bicentenarie in pietra- conserva una invidiabile serie di grand cru bordolesi nelle loro casse originali, pronte ad essere smistate in tutta Europa, a cui ha recentemente affiancato altre due grandi cantine, a Saint Tropez e a Manhattan , negli Stati Uniti.

Fondata nel 1988 da Patrick Bernard, dalla trasformazione della società Vins des Grands Vignobles, dal 1992 cura cataloghi personalizzati, oltre che per il nostro paese, per numerosi altri paesi europei, come il Belgio, la Germania, la Svizzera, l’Austria, la Spagna, l’Inghilterra e l’Irlanda.

Il cliente può ordinare la merce che gli interessa direttamente su Internet,oppure per posta, fax o telefono. I pagamenti avvengono a mezzo bonifico bancario o mediante carta di credito. La Millésima è specializzata nella vendita en primeur dei vini francesi e specialmente di Bordeaux. Il cliente acquista, pagando al momento dell’ordine il prezzo non gravato dall’IVA. Questa gli viene addebitata al momento della consegna, che generalmente avviene tra ottobre del secondo anno successivo alla vendemmia e marzo del terzo. I prezzi non sono i più bassi in assoluto, rispetto ad altre società che vendono en primeur, ma sono comunque buoni e del resto la solidità e affidabilità dell’azienda fanno la differenza. I vini vengono consegnati direttamente a domicilio, ad un unico indirizzo, senza ulteriori spese se il valore dei vini acquistati supera i 750 Euro, oppure con un addebito fisso di 26 Euro, per quantitativi minori di merce. Attenzione poi ai destockages che MIllésima fa periodicamente: é  allora possibile acquistare ottimi crus a condizioni davvero convenienti con la formula degli sconti progressivi per 3,5 e un numero maggiore di casse di vino acquistate o del classico (1+1) per tre (compra due casse e la terza é omaggio). 

Il catalogo Millésima comprende praticamente tutti i grand crus e moltissimi altri produttori di crus bourgeois e di marca di Bordeaux, una qualificata selezione di vini di Borgogna, notevolmente arricchitasi in questi ultimi anni, di Alsazia, Rodano e Provenza, più alcune partite scelte di altre regioni vitivinicole (per es. di Porto vintage). Attualmente sono in consegna i vini dell’annata 2008, ed è in corso la vendita della vendemmia 2009. Tutti i vini sono disponibili nel formato classico bordolese da 75 cl., in cassa originale da 12 bottiglie (per i crus più prestigiosi e più costosi, da 6), ma – molti di essi- anche in bottiglie di formato più piccolo, da 37,5 cl,in casse da 24, o più grande (magnum da 150 cl.., in casse da 6 o da 3 per i grands crus, doppio magnum, da 3 l., Jéroboam da 5 l., o Impériale da 6 l., in casse singole). Notevole il catalogo delle vecchie annate, tra le quali anche alcune annate da collezione degli anni ’80, il cui stato di conservazione è rigorosamente garantito.

Molto qualificata la scelta anche dei vini borgognoni che comprende “grandi” négociants, come Latour o Labourè-Roi, o Bouchard, e produttori più piccoli ma di sicuro prestigio, come Jacques Prieur, Faiveley, Olivier Leflaive, Chanson, ed altri nomi ben noti agli appassionati, come Nicolas Potel, Laroche con i suoi Chablis, Louis Moreau, lo Chateau de Meursault, Chateau-Fuissé, lo Chateau de Chamirey-Devillard, il Domaine des Perdrix, Chartron, noto per i suoi bianchi, Simonnet-Febvre, e, fino a qualche anno fa, i grandi Chablis di William Fèvre..

Tra i vini del Rodano, sono presenti tutti i vini di Guigal e Chapoutier, comprese le sélections parcellaires, Jaboulet Ainé, con il suo La Chapelle, ed altri. Tra gli Alsaziani, innanzitutto Zind-Humbrecht e Marcel Deiss, ma anche Hugel, Trimbach, Josmeyer, con in catalogo molte selezioni di grains nobles e vendanges tardives degli anni ’90, con alcune gemme degli anni ’80.Tra gli Champagnes, Dom Perignon, Veuve Clicquot, Moet & Chandon, Krug, Salon, Bollinger, Delamotte, Laurent-Perrier. Henriot, Philipponnat, Jacquesson, Ruinart, Billecart-Salmon. Tra i Porto vintage (è ora proposto l’ottimo 2007), Fonseca, Graham’s, Taylor’s, Quinta do Noval, Dow, Warre’s, Quinta do Castelinho, Quinta da Romaneiro…

Per informazioni e ordini per l’Italia, Stéphanie Rocamora è un riferimento sicuro, per gentilezza, precisione e disponibilità.

Millésima propone agli amatori anche visite guidate delle sue storiche cantine (potete vederle in alcuni filmati sul sito www.millesima.it), facilmente raggiungibili dall’aeroporto di Mérignac con degustazioni guidate anche a tema. In questo caso, contattare Stéphanie Grégoire, che potrà organizzare visita e degustazione per gruppi fino a 35 persone in sei lingue, tra cui l’italiano.

Unico neo (ma veniale): i testi in italiano sul sito e i cataloghi potrebbero migliorare. Per la prossima edizione?

 

I filmati sui grandi crus di Millésima potete trovarli su YouTube: www.youtube.com/Millésima.

Dal sito www.millesima.com é possibile scaricare l'applicazione per iPhone,Blackberry e Samsung per effettuare gli ordini via cellulare (Pubblicato il 16.1.2011).

 In questa rubrica non parleremo soltanto delle grandi enoteche, nazionali e internazionali, veri templi dell’immaginario enologico, come Lavinia a Parigi ( che pure tratteremo in uno dei prossimi servizi), ma anche , e forse soprattutto, di quelle enoteche, di dimensioni notevolmente minori, di cui è però ricca la provincia italiana, che esaltano davvero , con la loro competenza e la loro passione, il lavoro di enotecari : che non è semplicemente quello di vendere il vino che il cliente, esperto o meno esperto, richiede, ma aiutarlo a conoscere meglio la realtà produttiva locale e di altri territori, perché possa compiere le sue scelte in modo più consapevole e con maggiore soddisfazione. Quella dei fratelli De Pascale, ad Avellino, è una bella e apprezzata pasticceria-enoteca situata sul corso principale della città (c.so Vittorio Emanuele), che viene letteralmente presa d’assalto, specie la domenica e negli altri giorni festivi , dai numerosi clienti attratti dall’ offerta, molto ricca e qualificata, di dolci, della tradizione locale e della grande tradizione nazionale, di caffè e cioccolati. Al piano di sotto, insieme al settore cioccolateria, apprezzabile per l’offerta di cioccolati artigianali di grande qualità, altrove difficilmente reperibili, è una piccola, ma molto frequentata enoteca, che è il regno di Francesco: giovane e appassionato sommelier, sempre alla ricerca di prodotti nuovi o poco conosciuti, che assaggia sempre personalmente, e che coraggiosamente offre anche al bicchiere ai suoi clienti più affezionati . In questo modo è riuscito a coinvolgere nella sua passione molti clienti, che si recano abitualmente nel suo locale, all’ora dell’aperitivo, per gustare, insieme con qualche ghiottoneria selezionata al Merano wine-festival o al Salone del Gusto di Slow Food, qualche nuovo champagne o un grande Fiano irpino. In effetti nessuno potrebbe immaginare che, in una città pur vivace culturalmente, ma certo di non grandi dimensioni come Avellino, sia possibile trovare in una enoteca cittadina, oltre ad un’ampia scelta di vini regionali e nazionali, una più che valida proposta di Riesling austriaci, e della Mosella, di Pinot Noir e bianchi borgognoni (Marsannay, Nuits-Saint-Georges , Vosne Romanée premier cru, Meursault, Macon blanc), classici rossi del Medoc e vini di altri territori francesi meno noti, come il Bandol rouge provenzale di Tempier, o rarità, come il Banyuls e i Couilloures secchi del Domaine de la Rectorie, il bianco e il rosso di Mas de Daumas Gassac , o i Madiran di Laffon. Ovviamente, grande selezione di Baroli (Elio Grasso, Clerico, Massolino, Conterno Fantino) e Barbareschi (Gaja, Cantina del Barbaresco con le sue riserve), e di tutti i grandi dell’enologia italiana (dai SuperTuscan agli Amaroni) ed irpina, una selezione assolutamente non banale di spumanti (dai grandi Franciacorta di Palazzo della Lana agli interessanti spumanti valdostani della Cave coopérative di Morgex e Lassalle) e Champagnes (Selosse, Egly-Ouriet, Léclapart, Aubry…).

De_PascaleNata come panificio nel 1890, questa piccola, ma operosissima azienda ha cominciato a specializzarsi come pasticceria nei primi anni del secondo dopoguerra, per poi inaugurare la sua attività di enoteca alla metà degli anni ’90. Oggi propone circa 500 etichette diverse, che coprono le regioni più interessanti dell’enologia nazionale (meritevole la selezione di autoctoni dell’Etna). Il punto di forza dell’enoteca di Francesco è naturalmente, come è giusto, nei vini campani, e particolarmente irpini: oltre ai produttori più noti, riportati nelle Guide (Mastroberadino, Terredora, Feudi di S. Gregorio, Villa Raiano, Vadiaperti, e potremmo continuare a lungo) , è possibile trovare, talvolta in anteprima, vini nuovi o poco conosciuti di piccoli produttori emergenti, che si sono affermati anche grazie al suo lavoro di ricerca o si affermeranno negli anni successivi (ad es. il Greco di Torricino o il Fiano di Rocca del Principe). Francesco indica i suoi “valeurs sures”, ossia quei vini di cui andare orgogliosi e che si possono acquistare a occhi chiusi, nel Fiano 2008 di Ciro Picariello, e nel Rasot 2007 di Boccella, un rosso da uve Aglianico della nuova denominazione dei Campi Taurasini: due vini sapidi, minerali, dall’incredibile rapporto qualità/prezzo.

Ogni anno, in occasione del suo compleanno, a ora di chiusura, Francesco, ama riunire i suoi amici e i clienti più affezionati per bere insieme con loro alcuni dei suoi vini più importanti: è un convinto sostenitore delle degustazioni cieche, per cui nei suoi inviti é sempre compresa una parte di assaggi “coperti”, sicché bere con lui è sempre un po’ una sfida alle proprie sicurezze, un po’ come sostenere un esame collettivo, nel quale, oltre a valutare i vini, occorre anche riconoscerli. Le bottiglie vengono proposte incappucciate, mescolate in modo che nessuno, lui neppure, possa riconoscerle. Si tratta spesso di vini molto diversi, che provengono da uve, territori e annate molto eterogenei, senza alcune determinazione geografica precisa (un grande Nebbiolo di Lessona può seguire o precedere un Pinot Nero californiano oppure un rosso del Sud-Ovest della Francia), sicché si tratta di un’impresa tutt’altro che facile. Il gioco ha naturalmente i suoi costi:la sequenza, essendo casuale, può penalizzare maggiormente i vini più delicati, ovviamente anche il palato non è lo stesso all’inizio o alla fine di una serie di assaggi, che spesso supera la decina, alcuni vini più complessi non riescono ad “aprirsi” , stappati solo da qualche minuto, senza una adeguata ossigenazione, la stessa temperatura, perfetta per un vino, risulta magari troppo bassa e penalizzante per un vino più tannico e così via. Tuttavia si impara molto e soprattutto si fa un bagno di umiltà. Il sulfureo racconto “imprevisto” di Dahl, “Palato” , nel quale un grande esperto di vini riesce sempre a scoprire le bottiglie che assaggia alla cieca perché, all’insaputa del suo ospite, ne ha letto prima di nascosto l’etichetta è, da questo punto di vista, esemplare.

Qualche sera fa ho partecipato appunto ad una di queste riunioni tra amici. Grande serie di vini, naturalmente: Lupicaia 2000 , Barbaresco Gaja 2004, Barolo Runcot di Elio Grasso 2004, Vosne Romanée 1er cru Aux Beaumonts di Dominique Laurent 2007 , un raro Coteaux Champenois Ambonnay di Egly-Ouriet , Mas de Daumas Gassac rouge 2007, Champagne premier cru brut s.a. Aubry, ed altri ancora, per finire con i distillati. In mezzo, la degustazione, non più coperta, di uno Chateau Mouton Rotschild 1978, premier cru di Pauillac. Da essa molti spunti e qualche sorpresa, di cui si avrà modo di parlare anche in altri servizi.

Per chiudere, qualche breve nota su uno dei vini degustati. Data la passione di WOW per i rossi borgognoni, abbiamo scelto:

 

Vosne Romanée 1er cru Aux Beaux Monts D.Laurent 2007

Dopo essere stato pasticciere, Dominique Laurent ha iniziato, alla fine degli anni ’80,la sua attività di négociant-éleveur a Nuits-Saint-Georges. Non ha finora posseduto vigne, ma acquista le sue uve dai migliori vignaioli. In questo modo può produrre un numero molto elevato di etichette, che coprono quasi tutte le principali denominazioni della Cote d’Or. Laurent ha le sue idee, che sono un misto di modernismo (ama svisceratamente il legno nuovo, che impiega in abbondanza) e di scelte più tradizionali (non effettua filtrazioni, impiega livelli minimi di solfiti) .

BeaumontIl Vosne Romanée di cui parliamo è prodotto nella porzione più grande dell’area a premier cru di Vosne Romanée, nota come Les Beaux monts o Aux Beaumonts, di oltre 11 ettari, su complessivi 56 ettari e mezzo In realtà Les Beaux monts non è esattamente un territorio omogeneo, ma comprende ben 4 diversi climats, che, vinificati separatamente, danno vini piuttosto eterogenei: due di essi sono posti dal lato di Vosne Romanée e gli altri due da quello di Flagey-Echezeaux,

Rosso porpora, inizialmente piuttosto chiuso al naso, evidenzia sentori di bacche, mirtilli, violetta e chiodi di garofano. In bocca è “oaked”, speziato, sapido, mediamente minerale. Degustato forse un po’ troppo freddo, il vino sarebbe stato maggiormente apprezzato qualora fosse stato decantato per aprirlo maggiormente. Potrà ulteriormente migliorare in 2-3 anni, ma a mio giudizio non è destinato ad una prolungata conservazione (2014-2015). La valutazione attuale è prudente e da intendersi provvisoria , viste le condizioni nelle quali è stato assaggiato (tra un Barbaresco Gaja e un Barolo Runcot di Elio Grasso, entrambi del 2004): 89 /100 (Pubblicato il 28.12.2010).

 

 Scrivi un commento a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

TerroirsNon è possibile comprendere Terroirs e la sua filosofia riducendola a un semplice catalogo di pur ottimi prodotti (in taluni casi eccellenti) importati. Terroirs è infatti solo una delle tante diramazioni in cui si articola un progetto, avviato già da alcuni anni, dalla casa vinicola Ceretto (www.ceretto.com), il cui nome è ben noto nell’albese, nel quale sono situate le sue produzioni più significative , e agli appassionati di tutto il mondo , per i quali costituisce un riferimento sicuro: un progetto di valorizzazione del territorio e delle culture del vino, che include, oltre ad una gamma significativa di prodotti nazionali e internazionali, anche esperienze di architettura e restauro e di cultura materiale e gastronomia. Qui non parleremo però dei Baroli e dei Barbareschi, a cui è principalmente legato il nome della casa Ceretto, né di questi altri interessantissimi risvolti , ma del catalogo dei vini da essa importati, appunto Terroirs.

Va detto che nessuna delle scelte fatte è banale. Ci sono gemme riconosciute come lo Champagne Salon, riportato al suo splendore, dopo una fase di appannamento, valeurs sures, come direbbero i francesi, quali gli Chablis di Gilbert Picq e i Sancerre di Serge Daguenau o gli Alsace di Neumeyer, i bianchi della Wachau di Emmerich Knoll, leggeri ed eleganti, i classici del Rodano, come i grandi Cornas di Auguste Clape, i rossi meridionali della Francia orientale, come il Bandol provenzale di Pibarnon (deliziosi i rosé, robusti, di vera eleganza contadina, i rossi) e quelli del Sud-Ovest, i Madiran di Laffon, a base di Tannat, per non parlare dei rossi spagnoli del Priorato e Ribera del Duero, e i dolcissimi vini a base di Pedro Ximenez …

Ma quelli su cui vogliamo giustamente soffermarci sono i vini borgognoni, che costituiscono la parte a nostro giudizio più interessante del catalogo. Fontaine- Gagnard e soprattutto Etienne Sauzet e Jacques Prieur nella Côte de Beaune, senza trascurare i vini di Sylvie Boyer ( ci piacciono molto i suoi Saint-Aubin, una denominazione più giovane e storicamente minore, situata tra Puligny e Chassagne, ma che sta crescendo molto e crescerà ancora) e di Boyer-Martenot. In Côte de Nuits, Hudelot-Noellat , ancora Prieur, che ha le sue cantine a Meursault, ma è proprietario di vigne straordinarie in grand cru anche in questa zona (Vougeot, Echezeaux, Chambertin e il magnifico Musigny, di potenza e profondità straordinarie), e, da quest’anno, Lamarche, col suo Monopole, La Grande Rue. Un cenno a Hudelot-Noellat: i suoi vini, di impostazione tradizionale, sono stati in alcuni anni un po’ discontinui e sono stati talvolta messi in ombra da altri produttori emergenti, pur restando sempre su livelli più che buoni, ma attenzione: le sue parcelle in grand cru di Romanée-Saint Vivant e soprattutto Richebourg hanno personalità paragonabile a quelle dei vini della mitica DRC (Domaine de la Romanée-Conti), con le cui vigne praticamente confinano.

Di Etienne Sauzet posso dire solo che i suoi cru di Puligny sono tra i più buoni in assoluto che abbia mai assaggiato. Il suo Combettes 2008 (95/100) possiede l’eleganza e la finezza di un grand cru, e anche gli altri cru un po’meno prestigiosi (da Garenne e Folatières a Champs Canet e Champ Gain) sono di livello notevolissimo. I suoi grand crus (Batard, Chevalier e Montrachet) sono poi assolutamente degni del loro rango. Mi sia consentito, tra i produttori citati, riservare un cenno particolare a Sauzet e a Prieur, non solo perché considero la loro gamma di vini degna della più grande considerazione, ma anche per l’accoglienza straordinaria ricevuta in cantina durante la nostra visita nel giugno scorso. Abbiamo praticamente assaggiato tutti i vini della loro pur considerevole (specialmente quella di Prieur) batteria , sia dell’ultima annata già sul mercato (il 2007), sia di quella in quel momento in affinamento (il 2008) e del 2009 ancora in elevazione en fût.. Straordinari i vini (che dire ad esempio del raro Chambertin 2009 e dell’opulento, monumentale Montrachet di Jacques Prieur, senza trascurare i Meursault, da Mazéray al magnifico Perrières?) e straordinaria la gentilezza dei nostri anfitrioni , rispettivamente Benoît Riffault e Martin Prieur, che qui ringraziamo, insieme alla Dott.ssa Sobrero, dell’azienda Ceretto, che ci ha aiutato nei contatti..

 

 Abbiamo scelto:

Puligny-Montrachet Premier Cru Les Combettes di Etienne Sauzet 2008

Combettes_3Proveniente da un’annata che si annunciava difficile, ma che ha dato risultati che oggi appaiono sorprendenti, in grado persino di competere con quelli attesi per il 2009, questo Puligny si distingue per finezza, eleganza e purezza espressiva . Ha sentori agrumati e di acacia che definiscono un profilo fresco, ma ricco. Ha la profondità e la lunghezza di un grande Puligny , del tutto degno di competere con i grand crus della zona. Voto: 95/100.

Pubblicato il 29.11.2010

 

Scrivi un commento: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I ristoranti non sono enoteche. Il pregio di una buona carta dei vini è-oltre al fatto, banale forse,  di esserci (quanti ristoranti, anche di un certo livello,  non ce l’hanno, oppure ce l’hanno, ma  non è aggiornata e la bottiglia che si chiede è appena finita o non è ancora arrivata?), è di essere costruita “sui piatti”. Che senso ha una carta ricca di grandi rossi, se la cucina del locale è prevalentemente centrata sul pesce e sulle verdure?La lista non deve essere necessariamente estesa, ma mirata. Il cliente non deve poter trovare tutti i vini, ma quelli giusti. Possibilmente con una corretto carico sul prezzo. Talvolta un piccolo Verdicchio dei Castelli di Jesi da 9 euro (sarebbe giusto proporlo a non più di 20 euro) è il vino più appropriato sul piatto che abbiamo scelto, e non necessariamente uno Chardonnay barricato (magari californiano), eccessivamente tostato e burroso sarebbe la scelta migliore, anche se costa tre volte. Inoltre il vino deve essere servito alla giusta temperatura, in un bicchiere appropriato, sufficientemente ampio e soprattutto leggero (quanto è sgradevole, anche quando si degusta un grande vino, avere un bicchiere inutilmente pesante), con la aerazione necessaria per poterne apprezzare il bouquet . La temperatura di servizio: in Italia beviamo vini bianchi troppo freddi (e spesso troppo giovani) e vini rossi troppo caldi (e spesso troppo vecchi). La caraffatura non è mera scenografia. Talvolta ne ha bisogno più il vino giovane che quello vecchio: il bouquet etereo di quest’ultimo spesso non regge una aerazione troppo violenta, un vino di trent’anni rischia di ossidarsi e di non poter essere più apprezzato come dovrebbe. Il ristorante ha un sommelier? L’addetto al servizio dei vini sa aprire una bottiglia (magari difficile) con la dovuta delicatezza, senza strapazzarla (o avvitandola sul cavatappi) e riconoscere subito un vino bouchonné (che sa di tappo)? Sa davvero come caraffare un vino molto vecchio? Può sembrare eccessivo, ma spesso non é così, anche in taluni ristoranti noti per il loro costo. Talvolta però si può avere la sorpresa di trovare giovani  sommelier preparati e davvero appassionati, in grado di proporre, con sobria professionalità e senza supponenze, un vino che ci sorprenderà.

Spesso andiamo al ristorante da soli oppure accompagnati da persone che non bevono vino (perché non lo gradiscono, per motivi medici o religiosi…): è disponibile una scelta, almeno essenziale, di mezze bottiglie dignitose? E’ prevista la possibilità di consumo al bicchiere? Il ristorante favorisce forme flessibili di consumo, come il wine sharing (due o più tavolo si accordano per condividere una bottiglia, che non sarebbero in grado di consumare da soli?). Ma poi quale vino proporre? Troppe carte ormai sono piene di Gewurztraminer e Sauvignon, vini aromatici, molto distintivi, spesso buoni, buonissimi, ma che il consumatore non esperto spesso sovrastima proprio per la loro distintività e la facilità con cui possono essere riconosciuti per le loro “marca” caratteristica e ignorano i grandi vitigni autoctoni ( il Verdicchio, come si diceva, il Tocai, il Fiano).

Come costruisce la sua carta dei vini un ristoratore? Ha una sua filosofia (proporre i vini del territorio oppure un approccio cosmopolita, stupire con l’opulenza della sua carta oppure favorire un approccio più sobrio, basato su vini naturali, che rispettano le caratteristiche del terroir?).

In questa rubrica presenteremo le carte dei vini di ristoranti , non necessariamente di lusso, ma di quelli che ci piacciono. Diremo quali sono per noi i loro punti di forza, ma ci piacerà sapere anche quali pensa che siano il titolare del locale) e le loro manchevolezze, nelle scelte, nelle modalità di conservazione e di servizio, ma sempre non con l’intento  di criticare, semmai di promuovere consapevolezza e quell’umiltà che tutti- anche coloro che si assumono il ruolo di critici- devono avere nei confronti di un’attività così complessa. Ci interessa molto la prospettiva "soggettiva" del creatore della carta. Ci faremo raccontare come  l’ha costruita, quali sono quelli che ritiene i suoi valori sicuri, da raccomandare ai clienti, e quali sono i suoi gioielli. Qual’è la bottiglia più importante che c’è in cantina e quella che è stata servita ad un cliente?  Magari potremo conoscere quali siano state le sue emozioni mentre quel vino veniva servito (magari la grande annata di un vino molto costoso) e attendeva il giudizio (forse severo) del cliente?

(Pubblicato il 14.11.2010) 

Scrivi un commento: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.